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domenica 27 dicembre 2015
Il crollo del prezzo del barile colpisce duramente Riyadh e l’industria del ‘Fracking’!
L’Arabia Saudita non solo si é sparata in un piede, ma é anche riuscita a far rimbalzare il proiettile fino agli Usa e ‘impallinare’ con quello uno dei “pet project” preferiti di Obama, cioé l’industria dell’estrazione del petrolio di scisto tramite la controversa procedura di fratturazione idraulica, detta “fracking” in lingua
anglosassone.
E’ infatti dall’estate del 2014 che Riyadh ha iniziato a inondare i mercati mondiali di inusitate quantità di greggio, con l’intenzione (che incontrava la piena approvazione della Casa Bianca) di schiantare l’economia russa, percepita sulle rive del Potomac come un traballante carrozzone totalmente legato alla continua esportazione di idrocarburi: una volta abbassata la redditività di quel cespite, teorizzavano le Teste d’Uovo washingtoniane, l’intero edificio si sarebbe sgretolato esattamente come accadde nella seconda metà degli anni ’80 con l’URSS, che aveva la sua massima fonte di reddito nell’export petrolifero e che la vide soffocata dal ‘glut’ generato da Iran e Irak impegnati nelle ultime, sanguinose, costosissime fasi della Guerra del Golfo, che forzavano entrambe i contendenti a esportare enormi quantità di greggio anche oltre e al di fuori di qualunque sistema di quote OPEC.
Anche in questo caso si nota come al di là dell’Atlantico non sia mai stato fatto nessun vero passo avanti per uscire dalla mentalità “da Guerra Fredda”, visto che una pedissequa riproposizione di quello scenario di trent’anni fa era totalmente inapplicabile alla realtà attuale per diversi ottimi motivi: a) Il fatto che nel 1985 al Cremlino sedesse l’ondivago travicello Gorbachev e oggi invece sia insediato Vladimir Putin, b) il differente ruolo geopolitico della Cina, c) la ben diversa situazione economica odierna della Russia rispetto a quella dell’URSS ottantiana.
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domenica 11 gennaio 2015
"Yes we frack?" Forse non tanto, lo 'sboom' dei prezzi del petrolio ammazza la prima compagnia del greggio idrofratturato!!
WbhEnergy, piccola compagnia del Texas, con la sede nella capitale Austin, poco prima del week-end ha invocato la protezione della legge sui fallimenti. Motivazione della bancarotta é stata indicata nel fatto che il gruppo non poteva reggere il continuo ribasso dei prezzi petroliferi, come asserito dall'analista di Robert W. Baird and Company di nome Daniel Katzenberg.
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venerdì 26 dicembre 2014
Riyadh paga lo scotto della sottomissione a Obama: il diktat Usa sul petrolio costa a Casa Saoud quasi 40 miliardi di $!!
Trentotto miliardi e 600 milioni di dollari Usa; questo il deficit proiettato sul bilancio 2015 delle casse reali saudite con l'attuale, disastrosamente basso, prezzo del petrolio. Ovviamente gli sclerotici regnanti di Casa Saoud devono solamente incolpare loro stessi e la loro miope e imbecille politica di sottomissione ai voleri americani visto che come già detto é su ordine dell'inquilino nero della Casa Bianca che la produzione di greggio del reame é salita a livelli tali da far precipitare il prezzo medio del barile.
A Obama il barile 'svenduto' serve (a costo di sacrificare alla manovra la ridicola 'bolla' speculativa del fracking) per tentare di indebolire Russia, Venezuela, Iran e altri paesi del campo anti-imperialista che sono forti esportatori di greggio (vedi qui per come e quanto tale espediente tattico non sia prolungabile indefinitamente e sia perciò destinato a fallire) ed é veramente ironico, di quell'ironia dantesca caratterizzata dal Contrappasso, che i primi a pagarne i costi siano proprio i servi sciocchi degli Usa.
Con quasi 40 miliardi di $ in meno sul bilancio Riyadh sarà costretta a draconiane economia, certo non sulle riserve di Scotch e Gin o sul numero di Rolls-Royce e Ferrari dei membri della real casa, ma 'ovviamente', i tagli saranno concentrati sul welfare, sui benefit sociali, sui posti di lavoro pubblici e sui loro salari.
I primi a risentirne saranno i giovani impoveriti e irrequieti delle città saudite, specie di quelle più distanti da Riyadh; azzerbinandosi bovinamente ai 'diktat' di Obama i reali sauditi potrebbero stare direttamente contribuendo ad accendere la miccia della rivolta che li farà saltare.
E questa sarebbe davvero l'ironia massima.
A Obama il barile 'svenduto' serve (a costo di sacrificare alla manovra la ridicola 'bolla' speculativa del fracking) per tentare di indebolire Russia, Venezuela, Iran e altri paesi del campo anti-imperialista che sono forti esportatori di greggio (vedi qui per come e quanto tale espediente tattico non sia prolungabile indefinitamente e sia perciò destinato a fallire) ed é veramente ironico, di quell'ironia dantesca caratterizzata dal Contrappasso, che i primi a pagarne i costi siano proprio i servi sciocchi degli Usa.
Con quasi 40 miliardi di $ in meno sul bilancio Riyadh sarà costretta a draconiane economia, certo non sulle riserve di Scotch e Gin o sul numero di Rolls-Royce e Ferrari dei membri della real casa, ma 'ovviamente', i tagli saranno concentrati sul welfare, sui benefit sociali, sui posti di lavoro pubblici e sui loro salari.
I primi a risentirne saranno i giovani impoveriti e irrequieti delle città saudite, specie di quelle più distanti da Riyadh; azzerbinandosi bovinamente ai 'diktat' di Obama i reali sauditi potrebbero stare direttamente contribuendo ad accendere la miccia della rivolta che li farà saltare.
E questa sarebbe davvero l'ironia massima.
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lunedì 17 novembre 2014
"L'OPEC continuerà il suo attacco contro Iran e Russia" (Per conto di Obama)
Una fonte semi-ufficiale, rappresentata dall'Ex-consigliere del Ministero saudita del Petrolio, Mohammed Suroor al-Sabban, ha dichiarato che l'OPEC (l'organizzazione dei paesi petroliferi egemonizzata dall'Arabia Saudita) non ha 'alcuna intenzione' di abbassare le sue attuali quote produttive (circa 30 milioni di barili al giorno).
Questo vuol dire che l'offensiva dei prezzi petroliferi scatenata per ordine del nero della Casa Bianca, mirata a tentare di danneggiare le economie di Russia e Iran, é almeno per ora destinata a continuare.
Come abbiamo spiegato nel nostro articolo in merito, tale 'offensiva' ha un costo altissimo per Obama, visto che mette totalmente fuori mercato l'impuro e inquinantissimo Shale Oil estratto negli Usa al costo di distruggere l'ambiente.
Invece, grazie alla enorme 'fame' di greggio a buon mercato della Cina (che deve costituire una riserva strategica in grado di farla sopravvivere per due-tre anni, in caso di guerra mondiale che interrompa o riduca grandemente i commerci) Iran e Russia stanno sopportando l'urto dei bassi prezzi vendendo quantità più alte del solito di greggio a Beijing.
Inoltre, il precipitare del prezzo del petrolio fa deprezzare anche i beni-rifugio, in primis l'oro, e questo permette a Mosca di aumentare considerevolmente la propria riserva aurea in prospettiva di una 'guerra economica' di lunga durata.
Questo vuol dire che l'offensiva dei prezzi petroliferi scatenata per ordine del nero della Casa Bianca, mirata a tentare di danneggiare le economie di Russia e Iran, é almeno per ora destinata a continuare.
Come abbiamo spiegato nel nostro articolo in merito, tale 'offensiva' ha un costo altissimo per Obama, visto che mette totalmente fuori mercato l'impuro e inquinantissimo Shale Oil estratto negli Usa al costo di distruggere l'ambiente.
Invece, grazie alla enorme 'fame' di greggio a buon mercato della Cina (che deve costituire una riserva strategica in grado di farla sopravvivere per due-tre anni, in caso di guerra mondiale che interrompa o riduca grandemente i commerci) Iran e Russia stanno sopportando l'urto dei bassi prezzi vendendo quantità più alte del solito di greggio a Beijing.
Inoltre, il precipitare del prezzo del petrolio fa deprezzare anche i beni-rifugio, in primis l'oro, e questo permette a Mosca di aumentare considerevolmente la propria riserva aurea in prospettiva di una 'guerra economica' di lunga durata.
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venerdì 14 novembre 2014
Putin si attrezza per la 'guerra economica' contro Obama e i suoi schiavi: acquisto record di 55 tonnellate d'oro per Mosca!!
Abbiamo notato un vivissimo interesse di voi lettori nel recente articolo sull'attacco vibrato da Obama contro le esportazioni russe di idrocarburi, che é diventato il più cliccato dell'intera settimana (nonostante sia stato pubblicato solamente ieri), quindi torniamo sull'argomento sperando di offrirvi ulteriori insight sulla questione.
Il primo effetto negativo dell'attacco alla Russia sta già colpendo il mercato dello sporchissimo, pessimo, inquinantissimo Shale Oil a stelle e strisce, che dà segni precoci di senescenza, se persino testate notoriamente filoamericane come Fatto Quotidiano e Sole 24 Ore ne danno notizia vuol dire che l'uovo é talmente marcio che tentare di coprirne il fetore é ormai fatica sprecata.
Inoltre, mentre la Cina continua i suoi mega-acquisti di greggio scontatissimo (comprandone moltissimo proprio da Putin, quindi direttamente aiutandolo a 'passare la nuttata' in attesa di un rialzo dei prezzi), il Cremlino non sta affatto con le mani in mano e approfitta del congiunturale ribasso dell'oro (con le commodities a prezzi di saldo anche i beni-rifugio si svalutano) per farne incetta e portare le proprie riserve auree oltre le 1150 tonnellate.
Solo nell'ultimo trimestre Mosca ha comprato più oro di tutto il resto dei più forti acquirenti mondiali messi insieme. Tra l'altro come mostra il grafico si vede benissimo che gli altri forti acquisti non li hanno piazzati i paesi occidentali, ma altre economie dell'orbita eurasiatica, come ad esempio: Khazakhstan, Azerbaijan, Tajikistan...
Ogni lingotto incamerato dalla Banca Centrale russa é un "proiettile" per una lunga guerra economica che Mosca ha tutta l'intenzione di vincere, col peso 'tellurico' delle sue materie prime, della sua riserva di metallo nobile e del Lavoro dei suoi cittadini, messo contro la moneta di carta e la finanza speculativa dell'anglo-sion-america, potenza talassocratica piratesca e predatrice.
Il primo effetto negativo dell'attacco alla Russia sta già colpendo il mercato dello sporchissimo, pessimo, inquinantissimo Shale Oil a stelle e strisce, che dà segni precoci di senescenza, se persino testate notoriamente filoamericane come Fatto Quotidiano e Sole 24 Ore ne danno notizia vuol dire che l'uovo é talmente marcio che tentare di coprirne il fetore é ormai fatica sprecata.
Inoltre, mentre la Cina continua i suoi mega-acquisti di greggio scontatissimo (comprandone moltissimo proprio da Putin, quindi direttamente aiutandolo a 'passare la nuttata' in attesa di un rialzo dei prezzi), il Cremlino non sta affatto con le mani in mano e approfitta del congiunturale ribasso dell'oro (con le commodities a prezzi di saldo anche i beni-rifugio si svalutano) per farne incetta e portare le proprie riserve auree oltre le 1150 tonnellate.
Solo nell'ultimo trimestre Mosca ha comprato più oro di tutto il resto dei più forti acquirenti mondiali messi insieme. Tra l'altro come mostra il grafico si vede benissimo che gli altri forti acquisti non li hanno piazzati i paesi occidentali, ma altre economie dell'orbita eurasiatica, come ad esempio: Khazakhstan, Azerbaijan, Tajikistan...
Ogni lingotto incamerato dalla Banca Centrale russa é un "proiettile" per una lunga guerra economica che Mosca ha tutta l'intenzione di vincere, col peso 'tellurico' delle sue materie prime, della sua riserva di metallo nobile e del Lavoro dei suoi cittadini, messo contro la moneta di carta e la finanza speculativa dell'anglo-sion-america, potenza talassocratica piratesca e predatrice.
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giovedì 13 novembre 2014
Obama attacca Putin "di sponda" col prezzo del greggio ma così spinge Mosca a lasciare la 'Fase Africana' della sua economia!!
Basta dare uno sguardo ai soli titoli di testate e siti-web di economia internazionale, nelle sezioni dedicate alle commodities, per rendersi conto che il prezzo del barile di petrolio che alcuni anni fa veleggiava su livelli record dando argomenti a profeti catastrofisti e complottardi del 'Peak Oil' (che vengono fuori come le termiti dalle travi a intervalli regolari, salvo ritornarvi quando la realtà dei fatti non si degna di venire incontro ai loro 'Al Lupo, Al Lupo!') abbia preso una tendenza al ribasso rispetto ai costi già molto diminuiti dall'inizio della Crisi con la conseguente recessione di molte economie occidentali.
Il barile di greggio a Novembre 2014 costa qualche spicciolo meno di 79 dollari Usa, contro i 105 $ di giugno scorso, i 111 di febbraio 2012 e i 116 di aprile 2011 (ed era al record storico di 145 dollari a febbraio 2008); un crollo di oltre 25 dollari nel giro di quattro mesi é ragguardevole, certo, non sono i sedici dollari (16 USD per barile) toccati nel Natale 1998, ma é sicuramente una diminuzione degna di nota.
Ma cosa l'ha causata? Diminuita domanda internazionale? Scoperta di nuovi enormi giacimenti? La 'bolla' dello Shale Oil? Tutte queste cause hanno contribuito, ma il motivo principale é molto più semplice e molto legato alla geopolitica dei recenti avvenimenti internazionali: Arabia Saudita e regni ed emirati assortiti della parte sunnita del Golfo Persico, tutti regimi conservatori più o meno fortemente legati agli Usa e ai loro interessi strategici, hanno cominciato a 'lanciare' sul mercato enormi quantità di petrolio, facendone precipitare (come é ovvio) il prezzo medio.
Lo scopo é uno solo: compiacere Washington (al costo di un sensibile decremento delle proprie entrate in valuta pregiata, solo parzialmente compensato dagli aumenti delle quantità estratte e vendute) e vibrare un colpo che Obama spera mortale alle economie dell'Iran, avversario geopolitico di scala regionale nei teatri mediorientale e centrasiatico, e soprattutto della Russia di Putin, che sempre di più negli ultimi quattro anni ha assunto posizioni nette contro i 'pivot' obamiani e le sue 'manovre di contenimento' ai confini stessi della Federazione di Mosca, come dimostrano le agende dell'espansione della NATO, degli 'scudi antimissile' in Europa Orientale e da ultimo il sostegno al nazi-golpe banderista di Kiev.
Questa strategia é efficace? Di primo acchito sembrerebbe di sì, e in effetti anche il calo di valore del rublo rispetto all'Euro e al biglietto verde parrebbe confermarlo, ma sotto la superficie appare chiaro che tale 'attacco' al portafoglio di Putin porta con sé costi profondi e conseguenze di lungo periodo che con ogni probabilità Washington non sarà in grado di tollerare molto a lungo.
In primo luogo questa 'invasione' di greggio arabo a buon mercato trancia l'erba sotto i piedi alla tossicchiante, claudicante e già traballante industria americana dello 'Shale Oil' sui motivi della cui instabilità e inevtabile scomparsa nel breve-medio termine esistono già molti ottimi articoli e analisi; inoltre un regime di idrocarburi a ottimo mercato nutre e rafforza oltremisura la locomotiva economica cinese e che Beijing abbia intenzione di sfruttare le 'vacche grasse' fino in fondo si vede dall'enorme numero di ordini piazzati da broker cinesi per quantità colossali di greggio (segno che si vogliono aumentare, e non di poco, le riserve strategiche), inoltre, in uno scenario economico mondiale in cui la Cina rimane una delle economie in maggiore crescita prezzi bassi del petrolio non fanno che rafforzare i suoi punti di forza e permetterle di guardare con ottimismo al futuro, qualcosa che Obama non può e non deve (dal suo punto di vista) lasciare accadere, non per troppo a lungo.
In seconda istanza colpire Mosca rafforzando Beijing sarebbe una mossa furba, o quantomeno sostenibile un po' più a lungo, se la situazione tra le due grandi capitali eurasiatiche fosse quella in vigore dai tardi anni '60 fino a tutti gli anni '80, cioé di ostilità sottotraccia pronta ad esplodere in conflitti più o meno indiretti (Cambogia/Guerra Sino-Vietnamita) o persino diretti (Crisi dell'Ussuri), ma, (aggiungo io dal mio punto di vista 'Per fortuna!') le cose non stanno affatto così, anzi, l'Orso e il Dragone non sono mai stati in rapporti migliori di quelli attuali e l'enorme numero di accordi bilaterali siglati recentemente e l'accoglienza da Ospite d'Onore tributata a Vladimir Putin al recente vertice APEC ne sono testimonianze eloquenti.
In terzo luogo, e qui arriviamo a quello che personalmente ritengo essere il punto centrale della questione: questo attacco episodico ed estemporaneo agli interessi economici russi nel breve termine potrebbe portare (e per quanto mi riguarda sono praticamente certo che lo farà) la Russia a decidere di mettere la parola 'fine' una volta per tutte a quella che io chiamo la 'Fase Africana' della sua storia economica, fase che iniziò negli anni '90 all'indomani del 'Crollo del Muro' e della disgregazione dell'URSS e dell'inizio della caotica, vergognosa parabola della cleptocrazia turboliberista di Boris Eltsin.
Nei piani delle multinazionali anglo-sion-americane lo spazio strategico una volta occupato dall'Unione Sovietica doveva diventare una specie di Jugoslavia Eurasiatica: un polverio di repubblichette e staterelli, meglio se dilaniati da conflitti interetnici (vedi Armenia-Azerbaijan col Nagorno-Karabakh) ove i trader occidentali potessero andare a fare 'shopping' di gas, petrolio, minerali pregiati a colpi di mazzette con cui ungere i corrottissimi dirigenti politici locali. L'ascesa al potere di Vladimir Putin pose un freno e uno stop a questo processo degenerativo che rischiava letteralmente di distruggere secoli di sviluppo della Civiltà e della Cultura russa come protagonista di primo piano delle vicende mondiali, ma ridare uno status globale al paese richiedeva grandi quantità di denaro liquido e Putin se lo procurò trasformando il proprio paese in un fornitore globale di petrolio e gas naturale.
Ma come ci insegna la storia le economie che si basano sull'esportazione massiccia di un paniere numericamente limitato di risorse naturali sono costituzionalmente vulnerabili alle manipolazioni dei mercati e agli attacchi "di sponda" proprio come quello tentato verso Mosca da Obama per tramite dei suoi lacché arabi sunniti; per ammortizzare e ridurre (e sperabilmente eliminare) questa intrinseca debolezza la Russia deve investire pesantemente nella diversificazione della propria economia.
Certo non sarà un percorso costellato di rose e fiori, ma i vantaggi economici e politici, pur se costosi e raggiungibili solo nel medio-lungo periodo sono così allettanti da non potere e non dovere essere sacrificati per nessuna ragione al mondo. La stessa Repubblica Islamica iraniana, Stato che partiva da una situazione estremamente peggiore di quella russa (si pensi all'Iran dell'immediato periodo post-rivoluzionario, assediato da un mondo ostile e direttamente attaccato da tutti i suoi vicini sunniti tramite il proxy di Saddam Hussein), dimostra che gli sforzi in questo senso pagano e mettono a vento da future minacce.
La Russia ha già diversi settori in cui l'eredità sovietica non é stata completamente distrutta e dissipata: la tecnologia nucleare civile (vedansi ad esempio i rapporti intessuti proprio con l'Iran, con la centrale di Bushehr e la prossima costruzione di altri due e più in là di altri sei reattori civili) e poi il settore delle armi (un 'articolo' sempre più ricercato in questi tempi turbolenti di multipolarizzazione vedi le trattative con Irak, Egitto, e le forniture potenzialmente molto promettenti a diversi stati della Latinoamerica, dell'Africa...), da qui si deve ricominciare e far tornare Mosca e la Federazione Russa una potenza economica tecnologica e manifatturiera, contro gli schemi e i piani che la vorrebbero, oggi come vent'anni fa, ridotta a una specie di Congo o di Brasile del secolo scorso senza altra strada per la sopravvivenza che non la svendita delle sue ricchissime risorse naturali.
In questo caso, potrà veramente dirsi che l'improvviso, irriflessivo, istintivo 'colpo di testa' di Obama (Presidente che come tutti gli Americani vive soggiogato dalla 'Tirannia del Presente') lungi dal ferire profondamente Putin e la Russia, avrà al contrario svolto il ruolo storico del 'pungolo' che spinge e indirizza nella direzione giusta, quella dello sviluppo tramite gli investimenti sul Lavoro e sulla re-industrializzazione.
Il barile di greggio a Novembre 2014 costa qualche spicciolo meno di 79 dollari Usa, contro i 105 $ di giugno scorso, i 111 di febbraio 2012 e i 116 di aprile 2011 (ed era al record storico di 145 dollari a febbraio 2008); un crollo di oltre 25 dollari nel giro di quattro mesi é ragguardevole, certo, non sono i sedici dollari (16 USD per barile) toccati nel Natale 1998, ma é sicuramente una diminuzione degna di nota.
Ma cosa l'ha causata? Diminuita domanda internazionale? Scoperta di nuovi enormi giacimenti? La 'bolla' dello Shale Oil? Tutte queste cause hanno contribuito, ma il motivo principale é molto più semplice e molto legato alla geopolitica dei recenti avvenimenti internazionali: Arabia Saudita e regni ed emirati assortiti della parte sunnita del Golfo Persico, tutti regimi conservatori più o meno fortemente legati agli Usa e ai loro interessi strategici, hanno cominciato a 'lanciare' sul mercato enormi quantità di petrolio, facendone precipitare (come é ovvio) il prezzo medio.
Lo scopo é uno solo: compiacere Washington (al costo di un sensibile decremento delle proprie entrate in valuta pregiata, solo parzialmente compensato dagli aumenti delle quantità estratte e vendute) e vibrare un colpo che Obama spera mortale alle economie dell'Iran, avversario geopolitico di scala regionale nei teatri mediorientale e centrasiatico, e soprattutto della Russia di Putin, che sempre di più negli ultimi quattro anni ha assunto posizioni nette contro i 'pivot' obamiani e le sue 'manovre di contenimento' ai confini stessi della Federazione di Mosca, come dimostrano le agende dell'espansione della NATO, degli 'scudi antimissile' in Europa Orientale e da ultimo il sostegno al nazi-golpe banderista di Kiev.
Questa strategia é efficace? Di primo acchito sembrerebbe di sì, e in effetti anche il calo di valore del rublo rispetto all'Euro e al biglietto verde parrebbe confermarlo, ma sotto la superficie appare chiaro che tale 'attacco' al portafoglio di Putin porta con sé costi profondi e conseguenze di lungo periodo che con ogni probabilità Washington non sarà in grado di tollerare molto a lungo.
In primo luogo questa 'invasione' di greggio arabo a buon mercato trancia l'erba sotto i piedi alla tossicchiante, claudicante e già traballante industria americana dello 'Shale Oil' sui motivi della cui instabilità e inevtabile scomparsa nel breve-medio termine esistono già molti ottimi articoli e analisi; inoltre un regime di idrocarburi a ottimo mercato nutre e rafforza oltremisura la locomotiva economica cinese e che Beijing abbia intenzione di sfruttare le 'vacche grasse' fino in fondo si vede dall'enorme numero di ordini piazzati da broker cinesi per quantità colossali di greggio (segno che si vogliono aumentare, e non di poco, le riserve strategiche), inoltre, in uno scenario economico mondiale in cui la Cina rimane una delle economie in maggiore crescita prezzi bassi del petrolio non fanno che rafforzare i suoi punti di forza e permetterle di guardare con ottimismo al futuro, qualcosa che Obama non può e non deve (dal suo punto di vista) lasciare accadere, non per troppo a lungo.
In seconda istanza colpire Mosca rafforzando Beijing sarebbe una mossa furba, o quantomeno sostenibile un po' più a lungo, se la situazione tra le due grandi capitali eurasiatiche fosse quella in vigore dai tardi anni '60 fino a tutti gli anni '80, cioé di ostilità sottotraccia pronta ad esplodere in conflitti più o meno indiretti (Cambogia/Guerra Sino-Vietnamita) o persino diretti (Crisi dell'Ussuri), ma, (aggiungo io dal mio punto di vista 'Per fortuna!') le cose non stanno affatto così, anzi, l'Orso e il Dragone non sono mai stati in rapporti migliori di quelli attuali e l'enorme numero di accordi bilaterali siglati recentemente e l'accoglienza da Ospite d'Onore tributata a Vladimir Putin al recente vertice APEC ne sono testimonianze eloquenti.
In terzo luogo, e qui arriviamo a quello che personalmente ritengo essere il punto centrale della questione: questo attacco episodico ed estemporaneo agli interessi economici russi nel breve termine potrebbe portare (e per quanto mi riguarda sono praticamente certo che lo farà) la Russia a decidere di mettere la parola 'fine' una volta per tutte a quella che io chiamo la 'Fase Africana' della sua storia economica, fase che iniziò negli anni '90 all'indomani del 'Crollo del Muro' e della disgregazione dell'URSS e dell'inizio della caotica, vergognosa parabola della cleptocrazia turboliberista di Boris Eltsin.
Nei piani delle multinazionali anglo-sion-americane lo spazio strategico una volta occupato dall'Unione Sovietica doveva diventare una specie di Jugoslavia Eurasiatica: un polverio di repubblichette e staterelli, meglio se dilaniati da conflitti interetnici (vedi Armenia-Azerbaijan col Nagorno-Karabakh) ove i trader occidentali potessero andare a fare 'shopping' di gas, petrolio, minerali pregiati a colpi di mazzette con cui ungere i corrottissimi dirigenti politici locali. L'ascesa al potere di Vladimir Putin pose un freno e uno stop a questo processo degenerativo che rischiava letteralmente di distruggere secoli di sviluppo della Civiltà e della Cultura russa come protagonista di primo piano delle vicende mondiali, ma ridare uno status globale al paese richiedeva grandi quantità di denaro liquido e Putin se lo procurò trasformando il proprio paese in un fornitore globale di petrolio e gas naturale.
Ma come ci insegna la storia le economie che si basano sull'esportazione massiccia di un paniere numericamente limitato di risorse naturali sono costituzionalmente vulnerabili alle manipolazioni dei mercati e agli attacchi "di sponda" proprio come quello tentato verso Mosca da Obama per tramite dei suoi lacché arabi sunniti; per ammortizzare e ridurre (e sperabilmente eliminare) questa intrinseca debolezza la Russia deve investire pesantemente nella diversificazione della propria economia.
Certo non sarà un percorso costellato di rose e fiori, ma i vantaggi economici e politici, pur se costosi e raggiungibili solo nel medio-lungo periodo sono così allettanti da non potere e non dovere essere sacrificati per nessuna ragione al mondo. La stessa Repubblica Islamica iraniana, Stato che partiva da una situazione estremamente peggiore di quella russa (si pensi all'Iran dell'immediato periodo post-rivoluzionario, assediato da un mondo ostile e direttamente attaccato da tutti i suoi vicini sunniti tramite il proxy di Saddam Hussein), dimostra che gli sforzi in questo senso pagano e mettono a vento da future minacce.
La Russia ha già diversi settori in cui l'eredità sovietica non é stata completamente distrutta e dissipata: la tecnologia nucleare civile (vedansi ad esempio i rapporti intessuti proprio con l'Iran, con la centrale di Bushehr e la prossima costruzione di altri due e più in là di altri sei reattori civili) e poi il settore delle armi (un 'articolo' sempre più ricercato in questi tempi turbolenti di multipolarizzazione vedi le trattative con Irak, Egitto, e le forniture potenzialmente molto promettenti a diversi stati della Latinoamerica, dell'Africa...), da qui si deve ricominciare e far tornare Mosca e la Federazione Russa una potenza economica tecnologica e manifatturiera, contro gli schemi e i piani che la vorrebbero, oggi come vent'anni fa, ridotta a una specie di Congo o di Brasile del secolo scorso senza altra strada per la sopravvivenza che non la svendita delle sue ricchissime risorse naturali.
In questo caso, potrà veramente dirsi che l'improvviso, irriflessivo, istintivo 'colpo di testa' di Obama (Presidente che come tutti gli Americani vive soggiogato dalla 'Tirannia del Presente') lungi dal ferire profondamente Putin e la Russia, avrà al contrario svolto il ruolo storico del 'pungolo' che spinge e indirizza nella direzione giusta, quella dello sviluppo tramite gli investimenti sul Lavoro e sulla re-industrializzazione.
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