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domenica 5 giugno 2011

Rabbino ultraortodosso cerca di far lapidare cane: "E' la reincarnazione di un avvocato miscredente!"


Chi si rechi in questi giorni in una libreria fornita e voglia spendere 38 Euro a beneficio dei tipi di Bollati Boringhieri potrà, portandosi a casa il volume "Posseduti ed Esorcisti nel Mondo Ebraico", scritto da J.H. Chajes, scoprire come, per la tradizione ebraica, l'anima umana non sia omogenea e permanentemente legata al corpo, ma bensì 'frazionata' (in nefesh, ruah, neshama, ibbur e gilgul) e alquanto mobile tanto che, nelle preghiere di ringraziamento che l'uomo ebreo rivolge a Dio appena alzato (ringraziandolo rispettivamente di non essere nato servo, donna o 'goyim') vi é più di una traccia di antichi 'esorcisimi rituali' che si effettuavano proprio per scongiurare la possibilità che, nottetempo, in quell'intervallo di morte temporanea che é il sonno, l'anima (o meglio, una sua parte, più precisamente l'Ibbur) di un servo, di una donna o di un non-ebreo, avesse cercato asilo nel corpo del fedele.

Questa profonda convinzione nella 'mobilità' dell'anima umana e delle sue parti costitutive é probabilmente alla base del tumulto che si é scatenato recentemente nientemeno che nella Corte rabbinica per gli Affari finanziari di Gerusalemme, che secondo il rabbino fondamentalista Abraham Dov Levin é stata "invasa" da un cane 'reincarnazione' di un celebre avvocato (israeliano) irreligioso e bestemmiatore. Quando lo scorso mercoledì il cane (un randagio color sabbia che vediamo nella foto) si é infilato nella sala del tribunale religioso-finanziario (luogo quanto mai pio!) le scomposte reazioni dei presenti (ricordiamo che per i giudei osservanti il cane é animale 'impuro', forse perché non ricordano chi gli guardava le greggi quando erano popolo di pastori!) lo spinsero a fermarsi al centro della stanza, e a ringhiare nei confronti di quanti si avvicinavano per scacciarlo.

Tanto é bastato al 'rabbi' Dov Levin per "dedurre" che l'animale altri non era che la reincarnazione di un avvocato che, ferocemente anti-religioso e in rotta col tribunale per questioni di lavoro verso la fine degli anni '70 aveva improvvisato un 'sit-in' nella stessa sala, rifiutandosi di abbandonarla per diversi giorni. La dotta opinione del rabbi ha naturalmente convinto gli altri religiosi che, prontamente, hanno emesso una sentenza halakhica contro "l'immonda bestia", condannandola alla lapidazione. A quel punto bisognava trovare qualcuno disposto ad ammazzare il cane a sassate, prontamente trovato nei ragazzini ultraortodossi che normalmente vengono mandati a rompere a pietrate i vetri di case e serre palestinesi e, se capita, anche i parabrezza e i lunotti delle auto di quei 'senza dio' che si permettono di guidare di Shabbat (ovviamente mentre costoro sono alla guida).

Il cruento proposito é stato però reso vano dall'animale, che, forse consigliato dall'anima dell'avvocato che lo impregnava, sarebbe a quel punto riuscito a dileguarsi; nel frattempo, da quando il quotidano Yedioth Aronoth e il sito web ultra-religioso Hadrei Haredim hanno dato copertura e diffusione alla notizia, sono state le piccate e vibrate reazioni dei gruppi animalisti israeliani a far passare al rabbi Levin e ai suoi sodali dei brutti quarti d'ora, immaginiamo, con molta soddisfazione dell'avvocato miscredente e 'mangiapreti' e della sua reincarnazione canina.
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mercoledì 16 febbraio 2011

Denunciare il capitalismo liberista e cercare una via d'uscita, l'unico modo per non sprecare le grandi vittorie in Tunisia e in Egitto


Come ricordato già in precedenza qui e qui il grandioso movimento di massa che ha portato alla caduta di Mubarak é iniziato con lo sciopero dei lavoratori dell'industria tessile di Mahalla el-Kobra e ha aggregato via via studenti, infermieri, avvocati, insegnanti e lavoratori dell'intelletto. Le 'doleances' dei dimostranti riguardavano lo sfruttamento, la corruzione e la brutalità della polizia, la quale, pur sempre presente, venne alla ribalta una volta di più nel giugno scorso, quando ufficiali della polizia segreta hanno massacrato in pieno giorno e davanti a testimoni il ventottenne Khaled Said, imprenditore alessandrino che manteneva un blog contro Mubarak e il suo Governo.

All'inizio del 2010 un grande sit-in attorno alla sede del Parlamento cairota durò diverse settimane; inizialmente la "Vacca che ride" usò tale occasione per vantare "la grande libertà di espressione" che si godeva sotto il suo regime, ma, quando il gioco lo stufò, inviò senza troppi rimorsi i suoi sbirri a disperdere gli assembramenti, passando subito dopo una misura (grazie al più che trentennale 'stato di emergenza') che proibisse qualunque futuro evento del genere.

Anche se non consciamente articolate a partire da questi precedenti, le recenti dimostrazioni egiziane sono state soprattutto una reazione contro il cleptocapitalismo liberista che vigeva sotto il regime di Mubarak, il quale si reggeva in base a quanti buoni affari riusciva a far fare alle elite capitalistiche straniere, possibili solo a costo di un iper-super sfruttamento delle classi lavoratrici locali; le proteste che hanno abbattuto Mubarak, anche quando i loro protagonisti non se ne siano resi conto, sono state soprattutto una denuncia del capitalismo liberista e della brutalità poliziesca necessaria
a favorirlo.

Mentre il Supremo Consiglio militare cerca di re-imporre la 'stabilità', baloccandosi per esempio con l'idea di proibire per decreto gli scioperi, gli Egiziani devono tenere ben tese le orecchie e stare pronti a tornare immediatamente in piazza se ciò si rivelasse necessario; certo, i militari hanno giocato bene le loro carte, capitalizzando sulla popolarità e il prestigio che hanno sempre goduto presso la società civile (retaggio dei tempi di Nasser) e aumentandoli ulteriormente rifiutandosi di intervenire con la forza contro le manifestazioni -anche ritirandosi 'in tempo' per fare affluire i mazzieri del regime il giorno tel fallito assalto a piazza Tahrir- ma chiaramente non saranno disponibili a 'lasciar fare' se il movimento popolare dopo avere abbattuto il tiranno decidesse di intraprendere uno sganciamento dagli Usa (che versano un miliardo e trecento milioni di aiuti alla casta militare ogni anni) e dal sistema economico-produttivo di cui essi sono paladini.

Se non vogliono avere un amarissimo risveglio dopo la 'sbronza' di gioia vittoriosa per la caduta del Faraone gli Egiziani devono impegnarsi da subito per imboccare risolutamente la strada di superamento del capitalismo; non é necessario trasformarsi dall'oggi al domani nell'Unione sovietica o nella Cina maoista, un sistema 'misto' con ampie garanzie e reti di protezione sociali implementate tramite la democrazia diretta (come nel Venezuela bolivariano) può essere un ottimo inizio, ma bisogna iniziare subito, altrimenti, come nella favola di Orwell, il popolo di piazza Tahrir scoprirà ben presto di essersi fatto scippare la Rivoluzione.