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lunedì 9 aprile 2012

Il Contrammiraglio Sayyari "star" del terzo Simposio Internazionale sull'Oceano Indiano!


Arrivato a Johannesburg nella giornata di ieri il Comandante in Capo dell'IRIN, Contrammiraglio Habibollah Sayyari la ha lasciata stamane per raggiungere Città del Capo, dove dalla giornata di domani entrerà in corso di svolgimento il Terzo Simposio Internazionale sull'Oceano Indiano, quest'anno dedicato a "Iniziative di Sicurezza Marittima Regionale Mirate a Ridurre le Moderne Minacce alla Navigazione". Tutti i 33 paesi littoranei del terzo bacino oceanico mondiale sono presenti con delegazioni delle loro Marine militari.

Nella quattro giorni di relazioni, conferenze e tavole rotonde gli ospiti si confronteranno riguardo all'evoluzione delle minacce al transito commerciale sulle rotte che dall'Estremo Oriente portano verso le coste africane e il Mar Rosso, "strozzature" strategiche specialmente per il transito di materie prime essenziali all'industria manifatturiera cinese e asiatica (e per la diffusione dei suoi prodotti finiti) e del petrolio fondamentale per i voraci appetiti energetici occidentali.

Molta attenzione é riservata a Sayyari, capo di una marina "giovane" ma già rispettata per il suo ruolo sempre più attivo nel pattugliamento delle rotte del Golfo Persico, del Golfo di Oman e quello di Aden. Dopo trenta anni dalla Rivoluzione Islamica negli ultimi due anni Teheran ha mandato due missioni militari nel Mediterraneo, dove si sta cementando anche in campo navale l'intesa tra Iran e Siria. Con il varo della Jamaran e la costruzione della Velayat e l'annuncio della messa in cantiere di altre unità della stessa classe l'Iran ha dimostrato di non avere ormai nulla più da invidiare alle industrie cantieristiche militari occidentali tanto che, se ne sentisse il bisogno, potrebbe dotarsi anche di una portaerei.
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martedì 7 giugno 2011

Sommergibili iraniani in missione per la prima volta nel Mar Rosso!


Un numero non confermato di sommergibili dell'IRIN, la Marina da Guerra della Repubblica islamica ha raggiunto in questi giorni le acque internazionali del Golfo di Aden e del Mar Rosso, spingendosi per la prima volta in missione operativa oltre il Bab el Mandeb, entrando in un nuovo teatro operativo per la flotta sottomarina di Teheran. La mossa, oltre a essere resa necessaria dai recenti impegni anti-pirateria della Marina di Teheran (i sommergibili agiscono infatti di concerto con le unità della Quattordicesima Flottiglia, ancora pochi giorni fa impegnate nel salvataggio di una portacontainer da incursori somali armati) dimostra anche la crescente confidenza degli ufficiali iraniani con il teatro dell'Oceano Indiano occidentale, ricco di snodi critici per i commerci marittimi internazionali.

Attualmente l'Iran ha operativi tre sommergibili classe 'Kilo' (con altri tre in fase di arrivo) e due diverse classi di 'sottomarini tascabili': i 'Ghadir' (da 120 tonnellate e 18 uomini di equipaggio) di cui sono operativi 11 esemplari, e il 'Nahang', da quattrocento tonnellate ottimizzato per la posa di mine; inoltre tecnici e ingegneri iraniani stanno lavorando febbrilmente al progetto del 'Qaeem', un sommergibile medio da 1000 tonnellate. Come detto in apertura non é noto quante o quali siano le unità uscite nel Golfo di Aden, ma é probabile che la flottiglia comprenda almeno un Kilo e alcuni Ghadir (il Nahang viste le sue caratteristiche é meno adatto al mare aperto).

Il potenziamento delle unità sottomarine dell'IRIN é reso necessario dalla minaccia nucleare israeliana: lo stato-canaglia di Tel Aviv infatti dispone (grazie ai tre miliardi di dollari che riceve annualmente da Washington come 'aiuto al Terzo Mondo') di tre sottomarini in grado di lanciare armi nucleari, che detiene illegalmente in barba a qualunque trattato di Non-proliferazione o controllo della comunità internazionale.
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giovedì 7 aprile 2011

La Turchia gioca le sue carte in Libia e si allena col "soft power" in attesa di inaugurare il suo 'Secolo asiatico'


L'iniziativa diplomatica turca per addivenire a un accordo tra lealisti gheddafiani e insorti cirenaici ci dice molto di molte cose: dell'aria che spira tra Ankara e Istanbul e di come il Primo Ministro Recep Erdogan e, forse ancora di più il suo Mazzarino con delega agli Esteri, Ahmet Davutoglu, intendono proiettare il morbido potere accumulato dalla repubblica turca in questi anni.

Innanzi tutto: "Come mai proprio un'iniziativa turca?" risposta semplicistica, perché Ankara ha centinaia di milioni di euro investiti in Libia, forse altrettanti che l'Italia, oltre ventimila turchi vivevano e lavoravano in Libia solo che, al confronto di quanto accaduto ai nostri connazionali, costoro sono stati rapidamente evacuati in tutta sicurezza appena le proteste anti-Gheddafi hanno iniziato a farsi violente -mentre il bel gagà della Farnesina annaspava alla disperata ricerca di un'idea su che cosa dire o che cosa fare-; risposta complicata, per quanto fastidioso per gli interessi commerciali e gli investimenti turchi l'impasse libico costituisce, d'altro canto una importante occasione di mettere alla prova il prestigio e il 'clout' internazionale accumulato dal duo Erdogan-Davetoglu, perdipiù in un'arena (l'ex possedimento ottomano) non immediatamente adiacente all'Anatolia, da cui quindi é lecito non aspettarsi eccessivi contraccolpi se qualcosa andasse veramente male.
Ieri gli italiani si vantavano di spaventare i beduini con gli aeroplani nella loro guerra per conquistare la Libia agli Ottomani, oggi non é detto che siano proprio i Turchi a sostituire l'Italia come partner privilegiato della nuova Libia post-Gheddafi.
Attualmente la Turchia condanna i raid Nato e l'avventurismo francese, cerca di mediare tra insorti e lealisti, trasporta container su container di aiuti umanitari, che non comprendono bandierine e striscioni come quelli di Sarkozy, ma la cui provenienza é nota a tutti e molto apprezzata, con ogni carico la consapevolezza del coinvolgimento turco nella crisi aumenta anche a livello popolare e la gratitudine cresce. Gli occhi (e le aspirazioni) del leader dell'AKP e del suo Ministro degli Esteri (già ordinario di Relazioni Internazionali all'Ateneo di Marmara, mica un maestro di sci!) tuttavia, sono già sollevati e fissati su un orizzonte più distante, un traguardo chiamato BRICZaT.

BRICZaT? Già, tra le potenze emergenti del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) qualche osservatore e commentatore di Geopolitica comincia a inserire anche il Sudafrica (Zuidafrika, in afrikaans) e, a questa estensione, Erdogan e soprattutto Davetoglu vogliono appiccicare un'appendice tronca con la 'T' di Turchia. Ma la Repubblica già di Kemal e dei generali nazionalisti e filo-occidentali, ora portata allo splendore dalla 'democrazia musulmana' dell'AKP, ha veramente le carte in regola per fare tale 'salto di qualità', per proporsi come potenza 'tout court' sull'agone mondiale?

In mancanza di sfere di cristallo funzionanti (rubiamo questa metafora a Miguel Martinez, certi che non se la prenderà troppo...) consideriamo qualche dato...in tre decadi la Turchia avrà probabilmente la quarta o terza economia d'Europa, ben differenziata e forte nel settore manufatturiero, un solido know-how tecnico scentifico, garantito dal crescente livello delle sue università e del suo settore della ricerca, con in più una popolazione superiore a quella tedesca e un esercito forte e moderno, giusto perché non si sa mai. I presupposti, dunque, parrebbero esserci.

Per indovinare, o forse meglio intuire le vie che Ankara potrebbe percorrere nel tentativo di raggiungere quel Radioso sol dell'Avvenir, potrebbe essere utile sfogliare le pagine di un libro di dieci anni fa, pubblicato a Istanbul e intitolato "Stratejik Derinlik: Turkiye'nin Uluslararasi Konumu". L'autore, guardacaso, é proprio Ahmet Davetoglu e traducendo l'intestazione del volume si ha "La Profondità Strategica e la Posizione internazionale della Turchia". Profondità strategica! Ecco un bel concetto foriero di parecchie illuminanti rivelazioni se correttamente interpretato e analizzato.

Nel volume l'autore colloca la Turchia al centro di tre aree sistemate concentricamente: la prima, immediata, comprendente Balcani, Bacino del Mar Nero e Caucaso, la mediana, Mediorientale e Mediterranea di Levante e la terza, più remota, Centrasiatica, Caspica, del Mar Rosso e del Golfo Persico. Nel mondo bipolare della Guerra Fredda la Turchia era monca e muta, non poteva fare altro che montar la guardia al Caucaso armi in mano, temendo il momento i cui i sovietici avessero tentato di forzarsi la via verso Tabriz o verso il Bosforo, ma, in un mondo multipolare a decisa preminenza asiatica la Turchia diventa una valvola vitale nelle relazioni Est-Ovest.

Il Centro di Guerra navale di Annapolis negli Usa sa benissimo che ben sette punti nodali del traffico marittimo passano per paesi musulmani (Dardanelli, Bosforo, Suez, Bab el-Mandeb, Hormuz, Malacca, Sonda e Lombok), di questi ben due sono in mano ad Ankara e, con il crescente prestigio che l'AKP sta acquisendo negli ambienti dell'Islam politico internazionale (essendo il primo e finora unico partito politico musulmano arrivato al potere senza violenza ed essendoci rimasto per oltre un decennio) e il rafforzarsi dei legami tra Turchia e Iran non é detto che almeno due (Suez e Hormuz) e forse altri di questi 'chokepoint' non debbano presto rientrare nella sfera d'influenza turca.

La liason strategica tra Ankara e Teheran potrebbe diventare, all'inizio del XXI Secolo quello che l'Intesa Franco-Tedesca rappresentò nell'ultima parte del Ventesimo, una partnership tra stati-nazione duramente e ferocemente contrastanti per la maggior parte della loro storia (esattamente come francesi e tedeschi), ma capaci, insieme, di dare l'abbrivo a un fantastico processo di stabilizzazione e crescita che si spera abbia maggiore respiro ambizione e solidità dell'illusione unitaria di Bruxelles, naufragata fra egoismi paralizzanti, imbarazzante servilismo verso Israele e Usa, ossessioni liberiste e bancarie che prendono il posto dell'attenzione al Sociale e al Lavoro.

Ovviamente le potenze che vogliono opporsi al decollo economico e politico della Turchia, cioé Washington e Tel Aviv, cercheranno di ostacolare in tutti i modi questa intesa e di frustrare tutti gli sforzi diplomatici e di immagine di Erdogan e Davetoglu, sarà proprio nel rapporto tra le opportunità che si aprono e le minacce legate alle pedine israelo-americane nella regione (l'Arabia Saudita, i curdi del Nord dell'Irak e così via...) che dovrà navigare la leadership di Ankara; a ogni 'colpo di timone' si potrà giudicare quanto la distanza tra il traguardo agognato e la realtà vada aumentando o, di converso, rimpicciolendosi fino eventualmente a sparire.

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