Ihsanoglu ha dichiarato tale processo un vero e proprio "atto di guerra", un'annessione forzosa portata avanti per mezzo di milizie armate e fanatizzate che ha il solo scopo di intimidire, minacciare e sradicare la presenza palestinese da una città segnata da secoli di storia e cultura araba.
"Simili pratiche, che puntano alla creazione di un 'fatto compiuto' in barba a ogni concetto di Legge internazionale, Risoluzioni ONU e Convenzione di Ginevra, sono corredate da tutta una serie di espropri illegali, confische, assalti, demolizioni e trappole pseudolegali mirate contro gli inquilini, i proprietari e gli affittuari palestinesi di immobili abitativi o lavoratici".
Ihsanoglu ha richiamato l'attenzione del "quartetto internazionale" e dell'opinione pubblica mondiale perché venga imposta a Israele la cessazione di qualunque attività di colonizzazione e insediamento, dapprima a Gerusalemme Est e poi in tutti i territori palestinesi.
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In un Comunicato stampa rilasciato poche ore fa Azzam ha denunciato che la dichiarazione del "quartetto" è gravemente parziale a favore degli interessi sionisti, "dalla prima all'ultima sillaba" e pertanto non può suscitare alcun atteggiamento diverso da un suo netto e deciso rifiuto.
"Il richiamo ai Palestinesi affinché tornino al cosiddetto 'tavolo di trattativa' é vuoto e insignificante giacché nulla può essere oggetto di trattativa mentre le forze dell'occupazione israeliana continuano indisturbate a stringere l'assedio su Gaza, a demolire case e villaggi, a occupare e recintare terre che pure la trattativa assegnerebbe ai Palestinesi, a proseguire gli sforzi per giudaizzare Gerusalemme e il Negev".
"Lo stesso 'processo negoziale'", ha spiegato Azzam, "a questo punto é diventata un'impostura velenosa e immorale, che serve solo a legittimare le pratiche sioniste di persecuzione, pulizia etnica e genocidio".
Madama Clinton, novella bella addormentata, si é temporaneamente riscossa dal suo sopore ritrovandosi, per qualche misteriosa ragione, a Doha, in Qatar, nel bel mezzo di una conferenza stampa durante la quale la comunità dei media del Golfo Persico e del Medio Oriente in generale voleva avere qualche delucidazione sulle opzioni americane di dissuasione della politica israeliana di esproprio di terre palestinesi in Cisgiordania e di espulsione dei residenti arabi e conseguente giudaizzazione forzata di Gerusalemme Est.
Stropicciandosi gli occhioni sonnolenti la nostra bella addormentata ha fatto spallucce e, con agghiacciante e disarmante candore ha ammesso: "Israele prende le sue decisioni e non c'é nulla che possiamo fare per impedirlo. Mi piacerebbe che ci fosse una maniera per poter dire a tutte le nazioni che fanno cose con cui non siamo d'accordo di fare altrimenti, perché quel che fanno non é nell'interesse del loro popolo, dei loro vicini o del mondo".
Notare come Dama Clinton, "sentendo" nonostante il sonno che l'argomento era 'pericoloso', abbia iniziato a parlare di Israele, per poi svicolare immediatamente parlando di "tutte le nazioni"...il problema, la Dama Clinton dovrebbe ben saperlo, essendo, a quanto ci risulta, titolare del Dipartimento di Stato Usa, che gli Stati Uniti non regalano a 'tutte le nazioni' che fanno cose che non piacciono agli USA tre miliardi di dollari di aiuti ogni anno. Anzi, a ben vedere, gli Usa di solito impongono sanzioni a quelle nazioni che non si comportano secondo i loro diktat...chi lo sa, forse Dama Clinton potrebbe iniziare a fare qualcosa di simile anche con Israele...i risultati potrebbero essere sorprendenti!
Il vescovo palestinese William Shomali ha dichiarato all'Agenzia France Presse l'intenzione di coinvolgere la propria comunità nella costruzione di 72 unità abitative a Beit Safafa, come "argine" all'esodo di Arabi cristiani da Gerusalemme e zone limitrofe, causato dalle politiche di persecuzione dello Stato israeliano: "Vogliamo costruire 72 unità abitative, per otto delle quali abbiamo già i permessi edilizi e i lavori sono sul punto di cominciare; ogni casa costerà circa duecentomila Euro e alla fine il nostro progetto coprirà un'area di centodiecimila metri quadrati".
Ci sono circa diecimila cristiani nella zona di Gerusalemme, quasi tutti di etnia araba; negli ultimi anni essi, insieme coi loro compatrioti di fede musulmana, sono stati vittime della brutale politica di persecuzione dello Stato sionista, che mira a "giudaizzare" Gerusalemme in un goffo e violento tentativo di negarne la storia di cosmopolitismo e tolleranza che l'ha contraddistinta attraverso i secoli.
In seguito a tali politiche oltre ottomila cristiani hanno dovuto lasciare le loro case e le loro terre; "Se Israele riuscisse a eliminare del tutto la presenza arabo-cristiana dalla Palestina" dice il dottor Hana Issa, "Riuscirebbe a presentare all'opinione pubblica mondiale l'immagine della sua 'pulizia etnica' come una sorta di crociata anti-musulmana, che spera verrebbe facilmente tollerata dal pubblico occidentale".
Padre Firas Hijazeen, del Monastero Latino di Gerusalemme, é riuscito a far trasferire sessantotto famiglie cristiane in nuovi alloggi in Gerusalemme, evitando il pericolo che andassero a infoltire le file della diaspora. "L'Istituto francescano per la Protezione della Terra Santa lavora sotto gli auspici del Monastero Latino per sostenere la nuova comunità di Beit Fajil, che provvede case per neosposi, per famiglie disagiate e colpite da disabilità".
Hijazeen ha annunciato inoltre che esiste un progetto per recuperare e restaurare mille appartamenti gerosolimitani da assegnare a nuovi inquilini cristiani, un'ulteriore barriera contro l'esodo. Un cristiano che già ha beneficiato di una misura simile, Samir Houdali, é raggiante: "Prima pagavo quasi tremila shekel al mese (circa 600 Euro) per una casa che non mi piaceva, adesso, per soli 1300 shekel mensili (280 Euro), la mia famiglia ha un appartamento di 130 metri quadrati".
Il vescovo Shomali, concludendo, ammette che la sicurezza abitativa non é che metà dell'equazione: "Bisogna fare in modo che i cristiani abbiano lavori sicuri in grado di mantenerli e di far crescere le loro famiglie; da sole le istituzioni religiose non possono fare tutto, ma speriamo che cooperando con le Autorità palestinesi si riesca a risolvere anche questo problema, intanto, anche i soli lavori di costruzione e ristrutturazione edilizia stanno comunque creando un certo numero di posti di lavoro per la nostra comunità".
Mohamed Robin Alyyan, cittadino arabo di Gerusalemme, contempla disperato i mucchi di detriti, calcinacci e metallo ritorto che, fino a poche ore prima, erano l'officina di tipografia che aveva fondato insieme ai suoi due fratelli. Ci avevano impiegato dieci anni a realizzarlo, investendoci tutti i loro risparmi, aiutati da piccoli prestiti di parenti e amici, era stato un buon affare, ci lavoravano duramente ma dava loro modo di mantenere dignitosamente le loro famiglie e mettere da parte qualcosa.
La tipografia Alyyan, insieme ad altri edifici abitativi, tutti di Palestinesi, é stata investita dalla furia devastatrice delle ruspe militari israeliane, ufficialmente perché "non era in regola coi permessi edilizi". Questo episodio, insieme a moltissimi altri, é solo una tessera del mosaico di sfratti e distruzioni che vengono perpetrate quotidianamente dalle autorità israeliane per costringere i residenti arabi di Gerusalemme Est a lasciare l'abitato, in modo da portare avanti il progetto di "giudaizzazione forzata" della Città Santa.
"Abbiamo perso in un attimo quasi tre quarti di milione di Nuovi Shekel (circa 152mila Euro), mia moglie é incinta di sette mesi. Come farò a mantenere lei e mio figlio? Solo i Palestinesi assumono palestinesi, e tutte le imprese palestinesi della città sono sotto attacco! I miei due fratelli sono nella mia stessa situazione, solo che loro, fra tutti e due, hanno già sei figli". Alyyan ci racconta come, durante la demolizione, sia stato ammanettato, manganellato e sottoposto allo spray urticante diretto in piena faccia dalla polizia sionista.
Contemporaneamente alla demolizione ruppi di coloni ebrei, spalleggiati come sempre dalla polizia, si sono introdotti con la forza in una casa palestinese, cacciandone gli occupanti, che sono stati circondati e trasportati via dai poliziotti. In seguito una corte israeliana ha censurato l'azione degli agenti, ma solo perché un cavillo burocratico non aveva ancora reso esecutiva la notifica di evizione della famiglia (anche qui, per un preteso permesso edilizio irregolare).
L'abitazione é stata quindi rilevata dalla Lowell Investimenti, un'estensione del Gruppo Elad, società fondata da coloni ebrei ultraortodossi che ha fatto dell'acquisizione di proprietà rubate ai Palestinesi un lucrosissimo racket, totalmente legale e anzi incoraggiato dalle autorità. Il capo di questa vera e propria associazione a delinquere, David Be'eri, é tristemente noto alle cronache per aver recentemente travolto con la sua auto, con piena e deliberata intenzione, un ragazzo palestinese, senza ricevere nemmeno una contravvenzione dalla polizia dello Stato ebraico.
Sottoposti all'arbitrio degli israeliani a ogni pié sospinto gli abitanti di Gerusalemme Est e della Cisgiordania si sentono sempre meno rappresentati dagli uomini di Fatah, la fazione guidata da Mahmoud Abbas che sperava di realizzare uno Stato Palestinese sovrano attraverso le trattative e una stretta cooperazione con Israele e gli Stati Uniti. Vedendo come gli Usa non siano riusciti a ottenere da Netanyahu nemmeno un temporaneo "congelamento" degli espropri, delle demolizioni e della continua espansione delle colonie ebraiche, Abbas e i suoi uomini si sono decisi a percorrere la via di una dichiarazione unilaterale dello Stato palestinese, prendendo come base di esso i confini riconosciuti dall'ONU nel 1967 con la Risoluzione 242.