Nelle commedie italiane degli anni '50 gli impiegati pubblici venivano "minacciati" di essere mandati in Sardegna, a Lampedusa o a Filicudi; se volessimo girare un testo brillante ambientato nei ranghi e negli uffici del servizio diplomatico sionista la 'dannata assegnazione' sarebbe certamente quella egiziana visto che, da quando é stato cacciato il dittatori Mubarak, numerosi moti popolari si sono scatenati attorno all'ambasciata del regime dell'Apartheid, risultando perfino nell'invasione dei suoi piani inferiori e nell'evacuazione via helipad del personale diplomatico, come a Saigon nel 1975.
Adesso, dopo la precipitosa fuga seguita all'abbattimento della barriera in cemento fatta installare da Tantawi e soci l'ambasciatore di Israele torna al Cairo, ma non é più il 'povero' Levanon che evidentemente ha fatto abbastanza 'purgatorio' fungendo da bersaglio per la rabbia e l'indignazione dei cairoti; in sua vece arriva (non sappiamo se 'punito' o al contrario ritenuto di 'spalle larghe' a sufficienza da poter reggere il difficile incarico) Yaakov Amitai, che così chiude a novanta giorni l'assenza di un rappresentante ufficiale di Tel Aviv nella capitale egiziana, da quando vennero firmati gli Accordi di Camp David.
Quanto durerà la sua permanenza?
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