"I vicini e i conoscenti di chi vende o affitta appartamenti ai non-Ebrei (quindi ai Musulmani, Cristiani, Drusi e aderenti di altre sette religiose presenti in Palestina) devono avvertirlo del suo "fallo", tenersi a distanza da lui e non condurre nessuna relazione o affare con lui, fino a che persisterà nella sua condotta"; così recita l'Halach dei rabbini, che come vediamo stabilisce immediate "sanzioni" contro chi si 'macchi' della grave colpa.
"Chi vende o affitta agli Arabi, causa il deprezzamento degli immobili di tutta la comunità circostante...chi permette questo deprezzamento causa una grande perdita ai suoi vicini e il suo peccato é molto grave"; a questo punto siamo confusi, non sappiamo più se stiamo leggendo un comunicato religioso o il promemoria di un'agenzia immobiliare che sconsigli di accettare locatari 'indesiderabili'.
Veduta aerea dell'insediamento illegale di Beit El, costruito interamente su terra Palestinese rubata.
Eli Tzvieli, sopravvissuto alla Shoah di 89 anni, viene perseguitato dai vicini perché affitta una stanza a tre studenti palestinesi.
Questi fatti denotano il crescente trend verso il razzismo e la discriminazione nella società israeliana, un trend che sicuramente trae linfa vitale e forza dal diffuso clima di impunità e spalleggiamento delle autorità ufficiali per i più intollerabili episodi di segregazione e apartheid.
Immaginate lo stesso evento in Europa, se 68 preti cattolici o pastori protestanti firmassero appelli ai fedeli per scoraggiarli dall'accettare inquilini ebrei!!! La reazione delle varie lobby dell'informazione e della politica sarebbe immediata e devastante, i sacerdoti sarebbero denunciati, si terrebbero conferenze, marce, tavole rotonde e sit-in di protesta.
Invece, se la stessa cosa succede in Israele contro Arabi...niente.
Prendendo la parola nella giornata di martedì 7 dicembre presso il Centro Sayyed Shouhada di Beirut Sud, nel corso delle cerimonie per il secondo giorno dei dieci che compongono la decade dell'importante ricorrenza sciita dell'Ashoura lo Sceicco Nahim Qassem, vice segretario generale di Hezbollah, ha espresso il convincimento che "i nostri avversari politici del fronte filo-israeliano e filo-imperialista hanno ormai imparato che, qualunque accusa, sospetto o insinuazione potrà venire dal cosiddetto 'tribunale speciale' che é stato apparecchiato e preparato da loro e dai loro padroni per gettare fango sul nostro movimento sarà rigettata e invalidata, non solo da noi, il che sarebbe ovvio e banale, ma da tutti i cittadini libanesi che hanno a cuore l'indipendenza e la libertà della loro Patria"
Lo Sceicco Qassem, tuttavia, non ha chiuso la porta alla possibilità di un accordo e di una cooperazione con le opposte forze politiche, purché essa avvenga nella cornice della preservazione degli interessi libanesi: "Questa forte dedizione alla Resistenza, anima le nostre menti, i nostri cuori e il nostro sangue. Coloro che vogliono spegnerla, cercheranno di farlo sradicandola dalle menti e dai cuori dei credenti, e questo purtroppo per loro non é possibile, Dio non lo permetterà. La Giustizia dovrà trionfare e noi non cesseremo mai di operare e lavorare per servirLa, accada quel che deve accadere".
L'ex-generale Aoun (sinistra) il Primo Ministro Sa'ad Hariri (centro-sinistra), il leader maronita Suleiman Frangieh (centro-destra) e il Presidente del Parlamento Nabih Berri (destra) sono solo alcuni dei leader politici libanesi che ultimamente hanno preso le distanze dal Tribunale speciale.
Un pronunciamento del Tribunale speciale per il Libano, l'organismo ibrido (di nomina ONU ma operante all'interno della giurisprudenza libanese), partorito da un raffazzonato accordo fra i desiderata di coloro che volevano trovare un capro espiatorio per l'omicidio di Rafik Hariri e le regole e le consuetudini di una seria indagine internazionale, é atteso a giorni, anche se ormai é dubbio quanta efficacia (se alcuna) possa avere, con tanta parte dell'opinione pubblica e della scena politica interna schierata apertamente contro di esso.
"Quando ero uno studente, nel 1986, la mia scuola mi portò, con i miei compagni di classe, a visitare Berlino, e ricordo con vividezza l'impressione che mi lasciò la vista del Muro che divideva in due la metropoli: il Checkpoint Charlie, le guardie armate dell'Est e dell'Ovest, la terra di nessuno al di là del muro. Fui molto colpito da quanto mi apparveradicato e inamovibile quel grande meccanismo di divisione e oppressione, eppure, tre anni dopo, quel Muro crollò. Il Muro di Berlino mi insegnò ad 'aspettarmi l'inaspettato', quindi, a chi oggi mi dice che Israele, con la sua lobby, con le sue armi, con i suoi media asserviti, con i suoi muri e le sue barriere di separazione, é 'troppo forte' perché gli sforzi miei e degli altri attivisti per i diritti e la libertà della Palestina possano fare una differenza io dico: 'aspettatevi l'inaspettato!'".
Così Ali Abunimah, scrittore e giornalista Palestino-americano, ha iniziato il suo intervento a una conferenza tenutasi recentemente a Berlino, durante la quale si é discusso della situazione attuale dei palestinesi in Israele, nei Territori occupati della Cisgiordania, nel Ghetto di Gaza e nella Diaspora internazionale. All'evento era presente anche lo storico Ilan Pappe e un vasto pubblico che allineava nei suoi ranghi commentatori e analisti politici, giornalisti, attivisti pro-palestinesi e moltissima gente comune. Durante il suo intervento Abunimah ha esposto la sua disillusione verso ogni ipotesi di ventilata "Soluzione a Due Stati".
Gli sforzi per costruire due Stati sul territorio storico della Palestina, uno per gli Arabi e uno per gli Ebrei, non hanno finora portato a nessun risultato, e ciò é solamente logico perché tali sforzi, per quanto nobilmente ispirati, partono da un assunto che falsifica la realtà: essi pretendono infatti di costruire una fittizia "parità" fra Arabi ed Ebrei, una parità che non esiste perché una parte ha occupato le terre dell'altra, una parte ha aggredito ripetutamnte l'altra, una parte scatena contro l'altra tutta la propria influenza politica e mediatica che é soprattutto forte con le più forti nazioni del mondo: gli Stati Uniti d'America e l'Europa Occidentale, una parte possiede un esercito addestratissimo e superarmato che usa senza ritegno o scrupolo morale, e non permetterà mai, mai, che l'altra parte si avvicini anche solo lontanamente ad avere un'organizzazione statale con pari dignità e potere di difendere la propria popolazione dagli abusi, dalle aggressioni e dalle angherie che ha subito ininterrottamente da oltre sessant'anni.
Caustico come sempre Latuff in questo cartoon dice una grande verità. Anche se esistesse uno Stato Palestinese sarebbe sempre ostaggio della potenza militare israeliana, che lo terrebbe costantemente sotto scacco.
Non si può raccontare la storia dell'Olocausto pretendendo che le SS e le vittime di Auschwitz fossero "parti in conflitto", "ognuna con le proprie ragioni", possiamo forse farlo? Sarebbe un'insulto alla Storia, un insulto alle vittime e una ingiustificabile glorificazione e assoluzione dei carnefici, giusto? E gli Stati Uniti e l'Europa pretendono di spiegare la questione palestinese, una questione di aggressione, occupazione, colonialismo e oppressione come "Conflitto israelo-palestinese"? Perché questo doppio standard?
Anche questo muro sembra inamovibile ed eterno...oggi.
Ma possiamo trovare una via d'uscita da questa palude, da questo labirinto di bugie, se ci volgiamo attorno a guardare a come é stato risolto il "conflitto" fra africani neri e i loro oppressori afrikaans che avevano imposto la segregazione e il razzismo dell'Apartheid, esattamente come oggi Israele impone la segregazione dei muri e delle barriere e dei posti di blocco e delle colonie illegali. Con la creazione cioé di uno Stato unico, dal Giordano al Mare Mediterraneo, che protegga e difenda tutte le etnie, tutte le culture, tutte le religioni, tutte le coscienze e le posizioni politiche sotto la regola della legge e della democrazia rappresentativa.
Al di fuori di questa cornice, di questa prospettiva, non c'é speranza di pace, né di giustizia.
In Italia, dove personaggi come Alessandro Sallusti hanno la qualifica di giornalista, é difficile immaginare un panorama mediatico vivace e animato come quello mediorientale, dove il comune bacino linguistico arabo e i forti sentimenti di solidarietà e fratellanza che spesso travalicano frontiere e nazioni fanno sì che un fatto o una dichiarazione che siano avvenuti, mettiamo, in Egitto, hanno buona probabilità di essere commentati e analizzati tanto a Marrakech quanto a Bagdad, tanto a Beirut quanto a Dubai, attraverso dozzine di centinaia di chilometri e quasi altrettanti confini di stato.
E' quanto é successo, attraverso tutto il Nordafrica e il Vicino Oriente, con la recente dichiarazione dell'ex presidente dell'Anp (tuttora facente funzione) Mahmud Abbas, che aveva annunciato, qualora le "trattative di pace" con Israele non avessero fatto segnare progressi, la propria intenzione di sciogliere l'organo di autogoverno creato come "prodromo" alla dichiarazione del fantomatico "Stato palestinese".
In un suo articolo che abbiamo reperito sul sito Intifada Palestine lo storico e politologo siriano Sami Moubayed, autore fra gli altri suoi saggi della seminale biografia di Shukri al Quwatli e caporedattore della rivista "Forward" commenta la dichiarazione di Abbas liquidandola come una "boutade" e l'ennesimo bluff di un politico ormai in crisi di immagine e di idee.
"Ci sono molti fattori che spiegano le azioni e le dichiarazioni di Abbas. Uno é la permeante e profonda corruzione nei ranghi dell'Anp e della fazione Fatah che l'ha trasformata praticamente in una sua estensione; un altro é la montante crisi fra Abbas e Dahlan, punteggiata da segnali che quest'ultimo non ha intenzione di aspettare che la parabola politica di colui che si faceva chiamare Abu Mazen si esaurisca natauralmente per succedegli e sembra più che disposto a 'dare un mano' per estinguerla anzitempo; il terzo fattore, poi, é la mancata riconciliazione con Hamas, che indebolisce i Palestinesi e la loro Resistenza, ma rende anche estremamente impopolare Fatah e i suoi capi.
Abbas é perseguitato dall'inflessibilità israeliana sulla decisione di proseguire la costruzione e l'ampliamento degli insediamenti di Ebrei fondamentalisti sul territorio Cisgiordano, che scredita l'Anp e rende palese la sua sussidiarietà e la sua sottomissione a Netanyahu e alla sua cricca, ma bisogna sempre ricordare che l'Anp venne creata in base all'Accordo Gaza-Gerico (appendice degli Accordi di Oslo) come 'ponte' verso la dichiarazione di uno Stato palestinese, con un timeframe di cinque anni.
L'Anp, sopravvissuta oltre il triplo del tempo che le dava, in prospettiva, la cornice di accordo, in assenza di un clima costruttivo di dialogo con Israele, guidato oggi da una congrega di nazionalisti fascistoidi che ha in spregio l'idea stessa di un dialogo da pari a pari con qualunque rappresentante del popolo Palestinese, disposto tutt al più a lasciare a un ascaro del caso tipo Dahlan il compito di 'tenere in riga' gli arabi, sarebbe stata già sciolta, se alla sua testa vi fossero politici responsabili e degni del loro ruolo. Essendo stata letteralmente "dirottata" dalla dirigenza di Fatah in conseguenza del suo fallito tentativo di Colpo di Stato del 2007 essa continua formalmente a esistere, con un Presidente dal mandato scaduto da due anni (Abbas) che non ha nemmeno il coraggio di indire elezioni per rinnovare la propria carica; visto che é atterrito dall'idea di una bassissma affluenza alle urne nel caso che si presentasse come solo candidato o contro dei concorrenti-fantoccio e di venire sonorissimamente battuto se permettesse a degli indipendenti (magari legati a vario titolo ad Hamas) di schierarsi in lizza contro di lui.
Un Presidente che non riesce nemmeno a rinnovare la sua presidenza non avrà quindi il polso e la fermezza necessaria per distruggerla.
La Giornata internazionale del Disabile, celebrata il 3 dicembre, venne istituita dall'Assemblea generale dell'ONU a seguito della designazione (avvenuta cinque anni prima) dell'anno 1981 come "Anno internazionale delle Persone disabili". La giornata si prefigge lo scopo di promuovere una migliore comprensione della disabilità e delle sfide e difficoltà che essa comporta, con una particolare attenzione ai diritti dei disabili e ai vantaggi che possono derivare alla società dall'integrazione di questi ultimi in tutti gli aspetti della vita politica, sociale, culturale ed economica, relativamente alle loro capacità. L'anno successivo venne adottato dall'Assemblea ONU un Programma mondiale d'Azione concernente i disabili e le loro prospettive d'integrazione.
Palestinese in carrozzella in preghiera coi suoi compatrioti.
Questi impegni, datati ormai quasi di trent'anni, non hanno perso nulla della loro attualità e pognanza, soprattutto per un territorio e una popolazione come quella Palestinese, dove alto, molto più alto che altrove é il numero delle persone colpite da disabilità causate dalle aggressioni e dalle violenze israeliane, non solo quelle consumate durante i grandi e drammatici eventi come l'operazione "Piombo Fuso" del 2008-2009 o la distruzione del campo profughi di Jenin nel 2002, ma anche quelle piccole e quasi sconosciute, che costano una o due vittime alla settimana o al giorno, che magari vengono frettolosamente liquidate dalle agenzie come "feriti"; feriti che poi devono spendere il resto della loro vita su una sedia a rotelle, o attaccati a uma stampella, o senza una mano, o un occhio.
Tahrer Hisham Abu Al-Jidean é stata ridotta a un vegetale sei anni fa da un proiettile israeliano che l'ha colpita al cervello durante un attacco israeliano al campo profughi di Jaballa; non ha mai ripreso conoscenza e sopravvive all'ospedale di El-Wafa, nella città di Gaza.
Si consideri che, su meno di quattro milioni di Palestinesi, oltre 40,000 sono disabili; una percentuale paragonabile con quella di regioni martoriate per decenni da guerre e insurrezioni, quali l'Afghanistan, l'Angola o il Vietnam.
Alunni disabili studiano coi loro compagni di classe in una scuola di Rafah, nella Striscia di Gaza.
I Palestinesi dei territori occupati, tanto in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza, hanno celebrato la ventinovesima Giornata internazionale del Disabile con un ventaglio di manifestazioni e incontri, che hanno incluso, fra gli eventi più importanti, quello organizzato in cooperazione con l'agenzia UNRWA, centrato attorno a un progetto di inserimento lavorativo. Negli ultimi anni ONG internazionali e locali, hanno moltiplicato i loro sforzi per migliorare le strutture e i servizi per le persone affette da disabilità. A Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, la Mezzaluna Rossa continua a fornire l'assistenza necessaria: un'intera sezione dell'ospedale locale é stata trasformata all'uopo, con possibilità di praticare fisioterapia, di fornire sostegno psicologico, assistenza medica e possibilità educative e di apprendimento professionale, nel pieno mandato della Convenzione ONU.
Rasha Zaqot, 24 anni, é cieca; ma questo non le ha impedito di diventare una delle annunciatrici più popolari della stazione radio "Voce di Al-Eradah", che ha i suoi studi a Deir el-Balah, nella Striscia di Gaza.
L'efficacia di tali servizi, seppur limitati é riconosciuta e applaudita dai Palestinesi, tanto dai rappresentanti del Governo di Ismail Hanyieh quanto dalla gente comune, che non é lasciata sola a dover provvedere alle esigenze di un figlio o un parente disabile.
La disabilità fisica non impedisce a questo padre palestinese di giocare coi suoi bambini.
Loro, per Ministro degli Esteri, hanno scelto un rantolante e bilioso individuo a nome Avigdor Lieberman, ultranazionalista di origine russa di quelli che le operazioni "Piombo Fuso" le scatenerebbe un giorno sì e l'altro anche mentre gli assalti alle flottiglie umanitarie li considererebbe tutt'al più come "pause defatiganti" nella continua ricerca di nuovi modi per perseguitare, tiranneggiare, evacuare, espellere e finalmente sterminare quanti più Palestinesi possibile, ancor meglio se tutti, ché le cose fatte a metà non gli vanno giù nemmeno un poco.
Intanto, per occupare il tempo in attesa della "Soluzione Finale" del problema dei Palestinesi, Avi Lieberman ha pensato bene di invitare un amico a visitare Israele, per mostrargli le bellezze del luogo e fargli conoscere una folla di estremisti razzisti e sionisti fondamentalisti con cui non poteva che trovarsi d'accordo.
La persona in questione è Geert Wilders, agitatore razzista e islamofobo che solo la fortuna di esser nato in una società notoriamente liberale e tollerante come quella olandese permette di poter dare libero sfogo ai suoi "venti", aromatizzati dai peggiori miasmi di bigottismo e xenofobia, che nel Paese dei Tulipani non si sentivano da parecchio tempo (mai abbastanza), forse dai tempi dell'occupazione nazista del 1940-45.
Wilders é stato ovviamente contentissimo di accettare l'invito dell'amico Avi: tutto giuggioloso e gongolante si é fatto scarrozzare su e giù per la Palestina occupata, ha indossato la kippah d'ordinanza, è stato invitato a cena e coccolato e, ovviamente, ha parlato male dei musulmani, degli Arabi in generale e dei Palestinesi in particolare.
Ha invitato Israele ad "annettere" senza mezze misure la Cisgiordania; un po' più ambiguo é stato nell'omettere che cosa Israele dovrebbe fare dei tre milioni e mezzo di Palestinesi che ci vivono, ma non dubitiamo che sotto lo zuccotto paglierino un embrionale pensierino per risolvere anche quel problema il buon Geert lo abbia avuto.
Infine, ha letteralmente deliziato il suo pubblico sostenendo uno dei cavalli di battaglia della propaganda razzista israeliana, quello secondo cui: "La vera Palestina é la Giordania" e quindi tutti i Palestinesi dovrebbero andare lì.
La "scampagnata" israeliana del razzista Wilders é stata quindi un successone: se Avigdor Lieberman meditasse di organizzare una nuova 'ospitata' di qualche mestatore xenofobo europeo noi di Palaestina Felix abbiamo un suggerimento per lui: Mario Borghezio! Successo assicurato, ve lo immaginate il verdevestito ex-picchiatore fascista in visita a Israele? Forse potrebbe inizialmente preoccupare l'uditorio sionista inneggiando alla "lotta dei popoli", ma poi rimedierà inneggiando agli "islamici di merda" (cit. 3:02).
Il Sottosegretario turco del Ministero degli Esteri Feredin Sinirlioglu si sarebbe incontrato a Ginevra, Svizzera, col diplomatico sionista Josef Ciechanover per tentare di stilare un accordo tra Ankara e Tel Aviv dopo che, spinto dal pronto e decisivo aiuto fornito dai turchi per affrontare i devastanti roghi del Monte Carmelo, il Primo Ministro Benyamin Netanyahu aveva telefonato al suo pari grado Tayyip Recep Erdogan.
"Erdogan! Rompi le relazioni con Israele, ORA!". Cartoon di Carlos Latuff realizzato all'indomani della strage sulla Mavi Marmara.
Netanyahu, fotografato coi piloti antincendio turchi intervenuti per combattere il fuoco attorno ad Haifa.
Molta dell'ostilità fra i due Stati, comunque, resta, lo staff di Erdogan ha prontamente rilasciato un comunicato in cui si articola che l'aiuto anti-incendio é stato motivato da considerazioni puramente umanitarie (le stesse che avevano spinto il Governo Erdogan a sostenere sia pure non ufficialmente la spedizione verso Gaza), e che Ankara attende ancora una formale espressione di rimorso da parte di Israele. Puntualmente il ministro ultranazionalista Lieberman, insignito da Netanyahu del Ministero degli Esteri (per ricoprire il quale si preferiscono solitamente personalità più pacate e riflessive) ha prontamente ribadito che Israele non chiederà mai scusa per i suoi atti né verserà mai alcun risarcimento per le vittime causate con l'arrembaggio della Freedom Flotilla.
Lieberman dichiara: "Non ci scuseremo mai, né pagheremo alcun danno".
La strada per giungere a una ricomposizione delle relazioni israelo-turche (che ai tempi della giunta dei generali erano saldissime, di certo le migliori fra lo Stato ebraico e un paese musulmano) si presenta dunque non solo molto lunga, ma anche accidentata e in salita, visto che il Governo Erdogan é adamantino su entrambe le condizioni: scuse ufficiali per onorare il sacrificio dei caduti e riparazioni economiche per le famiglie (che hanno preventivamente dichiarato che devolveranno a favore del popolo di Gaza ogni somma ricevuta in tal senso).
Sinirlioglu (a destra).
Ciechanover.
Anche questo spiega come mai l'incontro ginevrino si sia tenuto fra due figure, se non di secondo piano, comunque ben distanti dallo spotlight dei media internazionali: il bizantino lavorio della diplomazia internazionale deve sempre tenere presente la possibilità di un fallimento; se questa si verificasse e non vi fossero più spazi di manovra per far proseguire una trattativa, la questione potrebbe essere lasciata a spegnersi in silenzio, non avendo coinvolto personaggi e reputazioni di prima grandezza.
E' di questi giorni la notizia che, proprio agli sgoccioli del suo mandato, Ignacio Lula Da Silva, presidente ex-sindacalista in attesa di venire rilevato dal proprio successore eletto (la già eletta Dilma Rousseff), ha imposto forse per l'ultima volta la propria impronta alla politica estera del grande paese lusofono riconoscendo ufficialmente la Palestina come uno Stato sovrano e indipendente entro i confini internazionalmente stabiliti prima dell'aggressione sionista del 1967.
Come già il Sudafrica dell'Apartheid anche la dittatura militare argentina manteneva "in forma" la sua flotta di caccia Mirage grazie ai ricambi, ai missili e alla tecnologia israeliana.
Il Presidente Lula, in risposta alle critiche e agli attacchi provenienti da Tel Aviv e da Washington (dove la potente lobby ebraica ha subito scatenato i suoi "mastini" nel Dipartimento di Stato per condannare i riconoscimenti) ha replicato che: "La richiesta di un riconoscimento ufficiale é consistente con i principi sostenuto dallo Stato brasiliano che appoggia e avvalla le aspirazioni palestinesi a uno Stato unito, democratico e sicuro sia dal punto di vista economico che militare". La Kirchner, dal canto suo, ha fatto notare come, più che un semplice 'fait accompli' politico-diplomatico il riconoscimento della Casa Rosada indichi anche una "Presa di posizione morale" dell'Argentina nei confronti della Palestina e dei suoi legittimi abitanti.
L'Uruguay, stato della "pampa" incuneato fra Argentina e Brasile, aveva già riconosciuto la Palestina come Stato indipendente alcune settimane prima dei suoi vicini.