Il 13 settembre di 26 anni fa si compiva, tra grandi fanfare mediatiche, la più grande truffa contro il Popolo di Palestina, la firma dei perniciosi, falsi, bugiardi "Accordi di Oslo".
A oltre un quarto di secolo da quella data, il nuovo Segretario Generale della Jihad Islamica Palestinese ha emanato un comunicato di memoria e di monito.
L'organizzazione di Ziad Nakhala, che mai si é piegata a nessun accordo con le "lingue biforcute" di Tel Aviv e Washington ha dichiarato che:
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martedì 17 settembre 2019
Segretario della Jihad Islamica Palestinese ammonisce nel ventiseiesimo anniversario della "Truffa di Oslo"
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giovedì 25 maggio 2017
Estratti dal discorso commemorativo di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, per la ricorrenza del 25 maggio!
Anche quest'anno la ricorrenza del 25 luglio, Giorno della Liberazione, (riconosciuta come festività nazionale da tutti i Libanesi) é stata solennizzata da un discorso di Sayyed Hassan Nasrallah, Segretario Generale e leader supremo del movimento Hezbollah.
Ecco alcuni passaggi della sua orazione:
Ecco alcuni passaggi della sua orazione:
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Diciassette anni fa l'eroica resistenza di Hezbollah liberava il Libano del Sud!
I popoli servi festeggiano le guerre perse.
I popoli liberi festeggiano quelle vinte.
In Libano festeggiano il 25 maggio, data in cui le truppe sioniste si sono ritirate dal Libano del Sud che occupavano fin dal 1982.
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sabato 12 settembre 2015
Muore a Parigi Antoine Lahad, traditore del Libano e dei Libanesi, servo e lacché dei sionisti!
Notizie che avevano iniziato a circolare fin da venerdì mattina hanno infine trovato conferma nella notte tra ieri e oggi: Antoine Lahad, comandante della milizia collaborazionista conosciuta come SLA (Esercito del Sud del Libano) é morto a Parigi all'età di 88 anni.
L'SLA venne formato da Saad Haddad nel corso del caos della Guerra Civile Libanese quando questo ufficiale dell'Esercito di Beirut si trasformò in 'signore della guerra' mettendosi al servizio degli invasori sionisti prima di morire di cancro.
Lahad ne prese il posto gestendo il carcere di Khiam dove agenti del Mossad incarceravano e torturavano gli uomini della Resistenza.
L'SLA venne formato da Saad Haddad nel corso del caos della Guerra Civile Libanese quando questo ufficiale dell'Esercito di Beirut si trasformò in 'signore della guerra' mettendosi al servizio degli invasori sionisti prima di morire di cancro.
Lahad ne prese il posto gestendo il carcere di Khiam dove agenti del Mossad incarceravano e torturavano gli uomini della Resistenza.
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martedì 10 marzo 2015
I collaborazionisti di Fatah arrestano 60 militanti di Hamas in Cisgiordania!
Pochi giorni dopo la ridicola 'notifica' del Consiglio Centrale di Ramallah con cui Mahmud Abbas annunciava l'interruzione della 'coordinazione di sicurezza' tra la sbirraglia coloniale dell'Anp e il regime ebraico di occupazione gli uomini dell 'sicurezza' di Ramallah si sono scatenati in un'orgia di raid, pestaggi, aggressioni e sequestri contro membri del Movimento musulmano di Resistenza Hamas in tutto il territorio della Cisgiordania.
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venerdì 6 marzo 2015
Dopo anni di abietto collaborazionismo Abbas decide di interrompere la 'coordinazione di sicurezza' col regime ebraico!
Per anni e anni Mahmud Abbas, indegno successore di Arafat (uomo che commise molti errori, ma che almeno mentre li commetteva era sempre spinto dal desiderio di fare il meglio per il suo Popolo e la sua Causa) ha costretto i larvali apparati militari e polizieschi dell'Autorità Palestinese a farsi ascari e gendarmi coloniali del 'Bwana' sionista, conducendo raid, arresti, pestaggi, torture e a volte anche omicidi contro i militanti di Hamas, della Jihad Islamica e di altre organizzazioni di Resistenza.
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martedì 26 novembre 2013
Khader dichiara: "Basta agli arresti dell'Anp verso i militanti di Hamas e della Jihad Islamica in West Bank!"
L'autorevole leader di Fatah, Hussam Khader ha condannato l'operato della cosiddetta 'Sicurezza Preventiva' dell'Anp, che ultimamente ha intensificato le proprie operazioni contro i militanti di Hamas e della Jihad Islamica in Cisgiordania, specialmente contro gli studenti unifersitari dell'Ateneo di Najah.
"Questi ragazzi che pericolo rappresentano per la Palestina?" ha chiesto, retoricamente, facendo implicitamente notare che col loro arresto la 'Sicurezza' dell'Anp in realtà si rende appaltatrice del lavoro sporco dell'entità occupante sionista.
"La Sicurezza Preventiva palestinese dovrebbe piuttosto occuparsi di contrastare le barbare pratiche dei coloni sionisti che distruggono, vandalizzano, rovinano, proprietà e strutture di legittimi cittadini cisgiordani". Per fare ciò Khader ha indicato la via del rinnovamento e del licenziamento di commissari e conestabili che hanno occupato le loro cariche da quasi vent'anni durante i quali hanno servito solo i propri interessi.
"Questi ragazzi che pericolo rappresentano per la Palestina?" ha chiesto, retoricamente, facendo implicitamente notare che col loro arresto la 'Sicurezza' dell'Anp in realtà si rende appaltatrice del lavoro sporco dell'entità occupante sionista.
"La Sicurezza Preventiva palestinese dovrebbe piuttosto occuparsi di contrastare le barbare pratiche dei coloni sionisti che distruggono, vandalizzano, rovinano, proprietà e strutture di legittimi cittadini cisgiordani". Per fare ciò Khader ha indicato la via del rinnovamento e del licenziamento di commissari e conestabili che hanno occupato le loro cariche da quasi vent'anni durante i quali hanno servito solo i propri interessi.
giovedì 10 gennaio 2013
Mentre Mishaal e Abbas sono ospiti di Mursi il regime ebraico continua a espandere gli insediamenti illegali in Cisgiordania!
Khaled Mishaal e Mahmud Abbas: il traditore della Resistenza e il gendarme di Israele, proprio una bella coppia di 'leader' che bene incarnano come il Popolo Palestinese, senza dedicarsi a tempo pieno alla Resistenza all'occupazione senza 'se' e senza 'ma' non riuscirà mai a conquistare e garantire i propri Diritti inalienabili.
Per tredici anni Khaled Mishaal si é rifugiato a Damasco, mangiando il pane del Presidente Assad e venendo protetto dagli assassini del Mossad dai servizi segreti siriani, ma l'anno scorso ha 'pensato bene' di abbandonare la Siria come se fosse un Hotel diventato scomodo e da allora si é trovato come un bravo cagnolino domestico uno spazietto ai piedi degli emiri wahabiti del petrolio, imparando ad abbaiare a comando contro chi lo ha aiutato e difeso disinteressatamente dal 1999 a ieri.
Abbas, lo abbiamo ben documentato finora, é diventato tanto connesso e corrotto con il sistema sionazista dell'occupazione da diventarne praticamente parte integrante, guadagnandosi l'eterno disprezzo dei suoi compatrioti che languono sotto il giogo sionista e temono la 'sicurezza preventiva' dell'Anp/Fatah quanto le soldataglie ebraiche.
Adesso questi due "inutiluomi" si stanno incontrando al Cairo in una operazione propagandistica orchestrata dallo staff di Mohamed Mursi che, dopo aver fatto sequestrare carichi di armi inviati tramite il Sinai alla Resistenza di Gaza, ha bisogno di una baracconata mediatica per far vedere che a lui "stanno a cuore i Palestinesi" (ma se gli stessero a cuore veramente avrebbe aperto da un pezzo il varco di confine di Rafah!).
Mentre tale teatrino é in corso (un teatrino vuoto e stupido quanto e forse più di quello andato in onda l'autunno scorso all'ONU, che non ha portato nessun progresso o miglioramento per la Causa palestinese) veniamo raggiunti dalla notizia che a Tel Aviv il Governo Netanyahu ha deciso di "riconoscere" (e perciò espandere, ingrandire e circondare di postazioni militari e ulteriori barriere) l'insediamento ebraico illegale di Nofei Nehemia, a Sud di Nablus, occupato da violenti estremisti giudei armati.
Gli estremisti hanno creato il loro insediamento dopo il marzo 2001 e, ai sensi degli accordi sottoscritti con Fatah, il Governo sionista si sarebbe dovuto fare carico di scioglierlo e rilocare i suoi occupanti altrove. Questo é il grado di affidabilità, efficacia e serietà degli attuali leader di Hamas e Fatah!
Per tredici anni Khaled Mishaal si é rifugiato a Damasco, mangiando il pane del Presidente Assad e venendo protetto dagli assassini del Mossad dai servizi segreti siriani, ma l'anno scorso ha 'pensato bene' di abbandonare la Siria come se fosse un Hotel diventato scomodo e da allora si é trovato come un bravo cagnolino domestico uno spazietto ai piedi degli emiri wahabiti del petrolio, imparando ad abbaiare a comando contro chi lo ha aiutato e difeso disinteressatamente dal 1999 a ieri.
Abbas, lo abbiamo ben documentato finora, é diventato tanto connesso e corrotto con il sistema sionazista dell'occupazione da diventarne praticamente parte integrante, guadagnandosi l'eterno disprezzo dei suoi compatrioti che languono sotto il giogo sionista e temono la 'sicurezza preventiva' dell'Anp/Fatah quanto le soldataglie ebraiche.
Adesso questi due "inutiluomi" si stanno incontrando al Cairo in una operazione propagandistica orchestrata dallo staff di Mohamed Mursi che, dopo aver fatto sequestrare carichi di armi inviati tramite il Sinai alla Resistenza di Gaza, ha bisogno di una baracconata mediatica per far vedere che a lui "stanno a cuore i Palestinesi" (ma se gli stessero a cuore veramente avrebbe aperto da un pezzo il varco di confine di Rafah!).
Mentre tale teatrino é in corso (un teatrino vuoto e stupido quanto e forse più di quello andato in onda l'autunno scorso all'ONU, che non ha portato nessun progresso o miglioramento per la Causa palestinese) veniamo raggiunti dalla notizia che a Tel Aviv il Governo Netanyahu ha deciso di "riconoscere" (e perciò espandere, ingrandire e circondare di postazioni militari e ulteriori barriere) l'insediamento ebraico illegale di Nofei Nehemia, a Sud di Nablus, occupato da violenti estremisti giudei armati.
Gli estremisti hanno creato il loro insediamento dopo il marzo 2001 e, ai sensi degli accordi sottoscritti con Fatah, il Governo sionista si sarebbe dovuto fare carico di scioglierlo e rilocare i suoi occupanti altrove. Questo é il grado di affidabilità, efficacia e serietà degli attuali leader di Hamas e Fatah!
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giovedì 3 gennaio 2013
"IL 2012 DELL'ASSE DELLA RESISTENZA" Commento e Prospettive Future secondo Ali Reza Jalali!
Ringraziamo ancora una volta l'ottimo Ali Reza Jalali di averci voluto mettere a parte delle sue profonde analisi e riflessioni sull'arena geopolitica mediorientale in questo 'fondo' che tira il bilancio del 2012 appena trascorso e fa il punto per i prossimi dodici mesi che ci aspettiamo irti di sfide ma anche forieri di grandi vittorie per la Resistenza Antisionista e Anti imperialista
Il 2012 si è caratterizzato come un anno pieno di conflitti e tensioni in Medio Oriente. Principalmente abbiamo potuto notare come l’Asse della Resistenza abbia dovuto difendersi da innumerevoli attacchi sui diversi fronti di questo agglomerato geopolitico che va dal Mar Mediterraneo orientale all’Oceano Indiano settentrionale. Questa “entità” politica, economica, culturale, militare e strategica, lega alcuni Stati, come l’Iran e la Siria, e alcuni movimenti politici e gruppi armati, come le fazioni resistenti palestinesi (Jihad islamica, Brigate Ezzeddin Qassam, FPLP), la resistenza libanese guidata da Hezbollah (che comprende anche Amal e i cristiani di M. Aoun, senza dimenticare il Partito Comunista libanese) e alcuni gruppi iracheni. Essendo questa alleanza la principale minaccia alla sicurezza del regime sionista e la principale preoccupazione per i piani di egemonia regionale occidentali, per non dire delle mire neo-ottomane e wahabite dell’asse del collaborazionismo (Turchia-Qatar-Arabia Saudita), ed essendo l’Asse della Resistenza un agglomerato geopolitico variegato e grande, le trame per indebolirla necessitano di un’azione coordinata su più fronti, come è effettivamente accaduto lungo tutto il 2012.
In tutto il 2012 il complotto imperialista per abbattere o quantomeno indebolire la Siria, perno dell’Asse della Resistenza, si è concentrato su due fronti: in primo luogo la guerra è stata condotta psicologicamente, nei media. A livello regionale, ma non solo, il Qatar e l’Arabia Saudita si sono occupati della propaganda mediatica contro il governo siriano. Sempre vedendo la guerra dell’imperialismo contro Damasco ad un livello prettamente mediatico, il governo siriano sarebbe ormai alla fine, anche se è più di un anno che i media arabi e occidentali parlano di una imminente caduta di Assad. Uno dei leader dell'opposizione siriana (Burhan Ghalioun) parlava l'estate scorsa (2011) della fine del governo a settembre, e oggi, a più di un anno di distanza, Assad è ancora al potere. Altri recentemente avevano previsto la caduta del governo legittimo della Repubblica Araba di Siria entro il Natale del 2012. Questa propaganda mediatica è talmente forte a livello globale, che l'opinione pubblica mondiale è stata influenzata in modo massiccio. La capacità di influenza mediatica occidentale ha raggiunto nella vicenda siriana delle cime che non aveva mai raggiunto nel recente passato; in ciò, il sostegno dei media arabi come Al Jazeera e Al Arabya non è da sottovalutare, visto che la maggioranza assoluta degli arabi, si informa grazie a questi canali. Possiamo dire apertamente che per ciò che concerne la guerra mediatica, la sfida è impari e il dominio occidentale è netto. Ma da un'altra visuale, la sfida si gioca principalmente sul terreno. Le varie battaglie del 2012 (Homs a febbraio-marzo, Damasco e Aleppo questa estate e altre battaglie minori), dimostrano fino ad ora il prevalere del governo siriano sull'opposizione armata, senza dimenticare le elezioni del parlamento, svoltesi in un clima di multipartitismo che hanno visto una buona partecipazione popolare e la vittoria dei gruppi vicini ad Assad. A livello mediatico gli occidentali sono in vantaggio, ma sul campo (ed è questo che conta concretamente) sta prevalendo Assad.
Per risolvere la crisi definitivamente c’è bisogno o della sconfitta totale del governo siriano, o della sua resa e quindi del suo totale allineamento ali interessi del sionismo e dell’imperialismo, oppure una definitiva resa dei ribelli. In ciò il ruolo della Turchia è importante. Finché ad Ankara non la smetteranno di aiutare i terroristi e le frontiere non saranno sigillate, l’attacco terroristico non si fermerà. Penso che la disfatta del governo di Assad sia impossibile, visto che egli gode della fiducia dell’esercito e di una parte consistente del popolo. D’altronde penso che purtroppo l’attacco terroristico continuerà, visto e considerato il bombardamento mediatico degli arabi e la cocciutaggine dell’attuale dirigenza turca, nel voler continuare questa guerra fratricida. Senza ombra di dubbio, sarà in ogni caso improbabile l’attuazione del “modello libico”, perché la Siria dimostra una forte tenuta sia come società, nonostante sia molto più multietnica della Libia, sia a livello di apparati di sicurezza. Vorrei ricordare che l’imperialismo in Libia riuscì a “comprare” quasi tutti i dirigenti del regime di Gheddafi, relegando il colonnello in un cantone. In Siria invece i vertici militari tengono duro, e non hanno intenzione di isolare Assad e i suoi stretti collaboratori. Senza dimenticare lo scacchiere regionale. La Siria confina con la Palestina occupata; se verrà attaccata, in poche ore Tel Aviv potrebbe essere rasa al suolo, come più volte ha minacciato lo stesso presidente Assad.
Un altro fronte caldo è stato quello concernente la Palestina; il conflitto che da decenni infiamma questo Paese è il principale problema della regione. Quest’anno abbiamo assistito da un clamoroso cambio di strategia nei vertici di Hamas. I due capi del movimento, ovvero Ismail Haniya e Khaled Mashal si sono resi protagonisti di dichiarazioni esplicitamente antisiriane, tradendo l’unico Paese arabo che era stato disposto a ospitare il movimento in anni in cui tutti gli attori del mondo arabo, dalla Giordania all’Egitto, li avevano cacciati e vilipesi. Questo tradimento è rimasto nella storia e nessuno potrà mai cancellarlo. D’altronde la resistenza palestinese non è Khaled Mashal, ma quei giovani eroi che durante l’aggressione sionista, mentre lui se ne stava beato in qualche villa ad Antalya o sulla costa del Golfo Persico ospite di qualche sceicco, o magari a Sharm al-Sheikh, si sono immolati per la Patria e per la salvaguardia di Gaza e di tutta la Palestina storica, dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano. In ogni caso l’attacco sionista contro Gaza nel novembre scorso, ha dimostrato l’incredibile vulnerabilità del regime sionista. Ormai questa esperienza sembra essere giunta agli sgoccioli. Anche un filosionista convinto come Kissinger si è messo l’anima in pace, affermando: “entro 10 anni, non esisterà più Israele”. Se lo dice lui.
Anche sul fronte libanese possiamo leggere il tentativo di aggressione contro l’Asse della Resistenza. Nasrallah disse: “l’Iran è la spalla, la Siria il braccio e Hezbollah il pugno”. L’obiettivo della destabilizzazione in Libano e distruggere il “pugno” della resistenza al sionismo. Ormai è chiaro, la situazione si è completamente ribaltata negli ultimi decenni. Un tempo i sionisti consideravano il confine libanese come quello più sicuro. Oggi invece esso è quello più pericoloso; il drone di Hezbollah ha dimostrato come in caso di guerra sionista al Libano, le milizie sciite sono capaci di colpire ogni luogo della Palestina occupata, Tel Aviv come Dimona, Eliat come Haifa. Bisogna inoltre considerare che in questo 2012 il governo di Miqati è stato messo a dura prova, con continui ribaltamenti di fronte da parte di alcuni esponenti politici libanesi. Un po’ della colpa però è dello stesso Miqati, che a mio modo di vedere si è auto-isolato, per via di alcune esternazioni poco felici. Egli nel commentare la vicenda del drone disse che ciò era in antitesi rispetto alle risoluzioni dell’ONU sul cessate il fuoco tra Hezbollah e i sionisti. Questa affermazione non deve essere stata presa benissimo da Seyyed Hasan Nasrallah. In ogni caso il Libano cerca una difficile stabilità, e l’asse Hezbollah-Aoun può aiutare a creare un Paese più stabile e meno coinvolto in conflitti settari.
Passando poi alla situazione irachena, dobbiamo dire che purtroppo l’Iraq sembra in preda ad una maledizione. Sono decenni che questo Paese vive nella guerra, e non si riesce a uscire da questa situazione. Il problema ora è la “libanizzazione” dell’Iraq. Il frutto più nefasto dell’occupazione americana dell’Iraq è stato il completo smantellamento dello Stato, che oggi vede un governo centrale guidato da Maliki, quasi impotente dinnanzi alle superficiali aspirazioni autonomistiche dei curdi. Questo progetto ha avuto la sua genesi nell’Iraq governato dal proconsole americano Bremer. L’obiettivo era quello di evitare in primo luogo la nascita di un Iraq forte, unito e filoiraniano, dopo la caduta di Saddam. Per fare ciò i terroristi di matrice wahabita finanziati dall’Arabia Saudita, con l’assenso degli americani, entrarono in massa in Iraq, cercando da un lato di fomentare l’odio confessionale, spesso ricorrendo a una sorta di “strategia della tensione”, colpendo indistintamente sia i sunniti iracheni che gli sciiti, per non dire dei cristiani, con l’evidente obiettivo di provocare rappresaglie e odio tra le varie confessioni religiose irachene, che fino a quel momento, avevano vissuto in modo relativamente tranquillo tra di loro. La strategia saudita e americana poi, si è concentrata per ciò che concerne l’Iraq, sul tentativo di “libanizzare” il Paese, formando soprattutto nel nord, a prevalenza curda, un governo autonomo “de facto”, capace di intrattenere relazioni internazionali anche senza il consenso del governo centrale con sede a Baghdad. Insomma, l’alleanza tra sauditi, americani e terroristi wahabiti ha destabilizzato fortemente l’Iraq, facendo cadere il Paese in una spirale di violenza che ancora oggi stenta a placarsi. Il governo iracheno non riesce ancora ad emergere chiaramente come attore influente nelle dinamiche regionali, avendo un governo che ha buone relazioni con l’Iran, ma una regione autonoma curda che ultimamente oscilla verso il nuovo asse Ankara-Riyadh. Anche la Turchia quindi ha deciso di giocare un ruolo di destabilizzazione nell’Iraq governato da Noori Maliki, sostenendo sia certi gruppi terroristici, come è emerso dalle indagini della magistratura irachena riguardo all’esule (guarda caso proprio in Turchia) Tariq Hashemi e le sue presunte malefatte contro la popolazione civile, sia i gruppi separatisti curdi. Ma quest’ultimo punto è un grande controsenso della politica estera “erdoganiana”. Non è raro infatti che l’aviazione turca entri nello spazio aereo iracheno, in modo del tutto abusivo, per bombardare le postazioni del PKK, ovvero i separatisti curdi antiturchi. Secondo me quest’alleanza non avrà una lunga vita, è tutta incentrata su dei vantaggi nel breve periodo, una volta conclusasi questa fase, cadrà a pezzi e si scioglierà come neve al sole.
La Repubblica islamica dell’Iran poi, sta attraversando, malgrado le pressioni dell’imperialismo e i conflitti che la vedono coinvolta direttamente o indirettamente, sia sul piano bellico, sia su quello mediatico, sia su quello economico, un momento molto importante e positivo della sua storia, almeno per ciò che concerne gli ultimi duecento anni. Il 2012 secondo me ha sancito definitivamente il ruolo fondamentale dell’Iran come attore importantissimo non solo a livello regionale, ma anche a livello internazionale. Il grande successo diplomatico ottenuto con l’organizzazione del meeting dei Paesi non allineati nel mese di agosto, ha dimostrato la forza dell’Iran. Ma se ci limitassimo a ciò non avremmo ben capito il peso di Tehran nelle relazioni internazionali. Che piaccia o no, l’Iran oggi è riuscito a tessere una fitta rete di alleanze, dall’America Latina alla Corea del Nord, passando per l’Asse della Resistenza in Medio Oriente, capace di mettere in serio pericolo l’egemonia imperialista. Inoltre, il 2012 è stato l’anno dell’avvicinamento senza precedenti dell’Iran a due Paesi fondamentali per gli equilibri mondiali, ovvero la Russia e la Cina. Se queste alleanze da tattiche divenissero strategiche, allora nascerebbe un nuovo equilibrio nel mondo, basato sulla giustizia e la solidarietà tra le nazioni oppresse, che scalzerebbe l’attuale mondo basato su guerre imperialiste e devastazioni. La capacità militare dell’Iran poi si è accresciuta moltissimo.
Solo in un anno due droni americani sono stati catturati dagli iraniani, per non dire della sempre più sofisticata capacità in ambito missilistico, vera spada di Damocle per il regime sionista e per le basi americane in Medio Oriente e in altre zone dell’Asia. La guerra economica poi è principalmente mediatica. Basterebbe far notare come la Borsa in Iran ha guadagnato in tre mesi (luglio-agosto-settembre) il 30%. Se poi si allarga il confronto a 5 anni si scopre che la Borsa di Tehran scoppia di salute: +210% contro il -5% di Wall Street e il pesantissimo -61% di Piazza Affari. Eppure, a giudicare dalle sanzioni dell'Occidente (prima Usa e Onu e dalla scorsa estate anche l'Ue, che ha poi rincarato la dose con nuove sanzioni approvate il 15 ottobre) l'Iran dovrebbe annaspare. La Borsa ci dice che non è così, che delle 339 quotate nel listino che vale oltre 100 miliardi di dollari ci sono alcune che stanno macinando terreno a dispetto dell'embargo sulle importazioni di petrolio iraniano posto dai Paesi occidentali. Insomma, c’è molta propaganda, come al solito. Il 2012 quindi si è chiuso con un Asse della Resistenza che non solo tiene dinnanzi alle pressioni dell’imperialismo, ma riesce anche a controbattere colpo su colpo e a entrare nel 2013 coi migliori propositi. Oggi, in ogni caso, il fronte principale rimane il conflitto siriano. La capacità della Siria di ristabilire l’ordine all’interno dei propri confini è fondamentale; una lunga guerra in Siria (perché oggi di questo si tratta) conviene solo agli USA, non alla Siria, ne tantomeno all’Asse della Resistenza.
Il 2012 si è caratterizzato come un anno pieno di conflitti e tensioni in Medio Oriente. Principalmente abbiamo potuto notare come l’Asse della Resistenza abbia dovuto difendersi da innumerevoli attacchi sui diversi fronti di questo agglomerato geopolitico che va dal Mar Mediterraneo orientale all’Oceano Indiano settentrionale. Questa “entità” politica, economica, culturale, militare e strategica, lega alcuni Stati, come l’Iran e la Siria, e alcuni movimenti politici e gruppi armati, come le fazioni resistenti palestinesi (Jihad islamica, Brigate Ezzeddin Qassam, FPLP), la resistenza libanese guidata da Hezbollah (che comprende anche Amal e i cristiani di M. Aoun, senza dimenticare il Partito Comunista libanese) e alcuni gruppi iracheni. Essendo questa alleanza la principale minaccia alla sicurezza del regime sionista e la principale preoccupazione per i piani di egemonia regionale occidentali, per non dire delle mire neo-ottomane e wahabite dell’asse del collaborazionismo (Turchia-Qatar-Arabia Saudita), ed essendo l’Asse della Resistenza un agglomerato geopolitico variegato e grande, le trame per indebolirla necessitano di un’azione coordinata su più fronti, come è effettivamente accaduto lungo tutto il 2012.
In tutto il 2012 il complotto imperialista per abbattere o quantomeno indebolire la Siria, perno dell’Asse della Resistenza, si è concentrato su due fronti: in primo luogo la guerra è stata condotta psicologicamente, nei media. A livello regionale, ma non solo, il Qatar e l’Arabia Saudita si sono occupati della propaganda mediatica contro il governo siriano. Sempre vedendo la guerra dell’imperialismo contro Damasco ad un livello prettamente mediatico, il governo siriano sarebbe ormai alla fine, anche se è più di un anno che i media arabi e occidentali parlano di una imminente caduta di Assad. Uno dei leader dell'opposizione siriana (Burhan Ghalioun) parlava l'estate scorsa (2011) della fine del governo a settembre, e oggi, a più di un anno di distanza, Assad è ancora al potere. Altri recentemente avevano previsto la caduta del governo legittimo della Repubblica Araba di Siria entro il Natale del 2012. Questa propaganda mediatica è talmente forte a livello globale, che l'opinione pubblica mondiale è stata influenzata in modo massiccio. La capacità di influenza mediatica occidentale ha raggiunto nella vicenda siriana delle cime che non aveva mai raggiunto nel recente passato; in ciò, il sostegno dei media arabi come Al Jazeera e Al Arabya non è da sottovalutare, visto che la maggioranza assoluta degli arabi, si informa grazie a questi canali. Possiamo dire apertamente che per ciò che concerne la guerra mediatica, la sfida è impari e il dominio occidentale è netto. Ma da un'altra visuale, la sfida si gioca principalmente sul terreno. Le varie battaglie del 2012 (Homs a febbraio-marzo, Damasco e Aleppo questa estate e altre battaglie minori), dimostrano fino ad ora il prevalere del governo siriano sull'opposizione armata, senza dimenticare le elezioni del parlamento, svoltesi in un clima di multipartitismo che hanno visto una buona partecipazione popolare e la vittoria dei gruppi vicini ad Assad. A livello mediatico gli occidentali sono in vantaggio, ma sul campo (ed è questo che conta concretamente) sta prevalendo Assad.
Per risolvere la crisi definitivamente c’è bisogno o della sconfitta totale del governo siriano, o della sua resa e quindi del suo totale allineamento ali interessi del sionismo e dell’imperialismo, oppure una definitiva resa dei ribelli. In ciò il ruolo della Turchia è importante. Finché ad Ankara non la smetteranno di aiutare i terroristi e le frontiere non saranno sigillate, l’attacco terroristico non si fermerà. Penso che la disfatta del governo di Assad sia impossibile, visto che egli gode della fiducia dell’esercito e di una parte consistente del popolo. D’altronde penso che purtroppo l’attacco terroristico continuerà, visto e considerato il bombardamento mediatico degli arabi e la cocciutaggine dell’attuale dirigenza turca, nel voler continuare questa guerra fratricida. Senza ombra di dubbio, sarà in ogni caso improbabile l’attuazione del “modello libico”, perché la Siria dimostra una forte tenuta sia come società, nonostante sia molto più multietnica della Libia, sia a livello di apparati di sicurezza. Vorrei ricordare che l’imperialismo in Libia riuscì a “comprare” quasi tutti i dirigenti del regime di Gheddafi, relegando il colonnello in un cantone. In Siria invece i vertici militari tengono duro, e non hanno intenzione di isolare Assad e i suoi stretti collaboratori. Senza dimenticare lo scacchiere regionale. La Siria confina con la Palestina occupata; se verrà attaccata, in poche ore Tel Aviv potrebbe essere rasa al suolo, come più volte ha minacciato lo stesso presidente Assad.
Un altro fronte caldo è stato quello concernente la Palestina; il conflitto che da decenni infiamma questo Paese è il principale problema della regione. Quest’anno abbiamo assistito da un clamoroso cambio di strategia nei vertici di Hamas. I due capi del movimento, ovvero Ismail Haniya e Khaled Mashal si sono resi protagonisti di dichiarazioni esplicitamente antisiriane, tradendo l’unico Paese arabo che era stato disposto a ospitare il movimento in anni in cui tutti gli attori del mondo arabo, dalla Giordania all’Egitto, li avevano cacciati e vilipesi. Questo tradimento è rimasto nella storia e nessuno potrà mai cancellarlo. D’altronde la resistenza palestinese non è Khaled Mashal, ma quei giovani eroi che durante l’aggressione sionista, mentre lui se ne stava beato in qualche villa ad Antalya o sulla costa del Golfo Persico ospite di qualche sceicco, o magari a Sharm al-Sheikh, si sono immolati per la Patria e per la salvaguardia di Gaza e di tutta la Palestina storica, dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano. In ogni caso l’attacco sionista contro Gaza nel novembre scorso, ha dimostrato l’incredibile vulnerabilità del regime sionista. Ormai questa esperienza sembra essere giunta agli sgoccioli. Anche un filosionista convinto come Kissinger si è messo l’anima in pace, affermando: “entro 10 anni, non esisterà più Israele”. Se lo dice lui.
Anche sul fronte libanese possiamo leggere il tentativo di aggressione contro l’Asse della Resistenza. Nasrallah disse: “l’Iran è la spalla, la Siria il braccio e Hezbollah il pugno”. L’obiettivo della destabilizzazione in Libano e distruggere il “pugno” della resistenza al sionismo. Ormai è chiaro, la situazione si è completamente ribaltata negli ultimi decenni. Un tempo i sionisti consideravano il confine libanese come quello più sicuro. Oggi invece esso è quello più pericoloso; il drone di Hezbollah ha dimostrato come in caso di guerra sionista al Libano, le milizie sciite sono capaci di colpire ogni luogo della Palestina occupata, Tel Aviv come Dimona, Eliat come Haifa. Bisogna inoltre considerare che in questo 2012 il governo di Miqati è stato messo a dura prova, con continui ribaltamenti di fronte da parte di alcuni esponenti politici libanesi. Un po’ della colpa però è dello stesso Miqati, che a mio modo di vedere si è auto-isolato, per via di alcune esternazioni poco felici. Egli nel commentare la vicenda del drone disse che ciò era in antitesi rispetto alle risoluzioni dell’ONU sul cessate il fuoco tra Hezbollah e i sionisti. Questa affermazione non deve essere stata presa benissimo da Seyyed Hasan Nasrallah. In ogni caso il Libano cerca una difficile stabilità, e l’asse Hezbollah-Aoun può aiutare a creare un Paese più stabile e meno coinvolto in conflitti settari.
Passando poi alla situazione irachena, dobbiamo dire che purtroppo l’Iraq sembra in preda ad una maledizione. Sono decenni che questo Paese vive nella guerra, e non si riesce a uscire da questa situazione. Il problema ora è la “libanizzazione” dell’Iraq. Il frutto più nefasto dell’occupazione americana dell’Iraq è stato il completo smantellamento dello Stato, che oggi vede un governo centrale guidato da Maliki, quasi impotente dinnanzi alle superficiali aspirazioni autonomistiche dei curdi. Questo progetto ha avuto la sua genesi nell’Iraq governato dal proconsole americano Bremer. L’obiettivo era quello di evitare in primo luogo la nascita di un Iraq forte, unito e filoiraniano, dopo la caduta di Saddam. Per fare ciò i terroristi di matrice wahabita finanziati dall’Arabia Saudita, con l’assenso degli americani, entrarono in massa in Iraq, cercando da un lato di fomentare l’odio confessionale, spesso ricorrendo a una sorta di “strategia della tensione”, colpendo indistintamente sia i sunniti iracheni che gli sciiti, per non dire dei cristiani, con l’evidente obiettivo di provocare rappresaglie e odio tra le varie confessioni religiose irachene, che fino a quel momento, avevano vissuto in modo relativamente tranquillo tra di loro. La strategia saudita e americana poi, si è concentrata per ciò che concerne l’Iraq, sul tentativo di “libanizzare” il Paese, formando soprattutto nel nord, a prevalenza curda, un governo autonomo “de facto”, capace di intrattenere relazioni internazionali anche senza il consenso del governo centrale con sede a Baghdad. Insomma, l’alleanza tra sauditi, americani e terroristi wahabiti ha destabilizzato fortemente l’Iraq, facendo cadere il Paese in una spirale di violenza che ancora oggi stenta a placarsi. Il governo iracheno non riesce ancora ad emergere chiaramente come attore influente nelle dinamiche regionali, avendo un governo che ha buone relazioni con l’Iran, ma una regione autonoma curda che ultimamente oscilla verso il nuovo asse Ankara-Riyadh. Anche la Turchia quindi ha deciso di giocare un ruolo di destabilizzazione nell’Iraq governato da Noori Maliki, sostenendo sia certi gruppi terroristici, come è emerso dalle indagini della magistratura irachena riguardo all’esule (guarda caso proprio in Turchia) Tariq Hashemi e le sue presunte malefatte contro la popolazione civile, sia i gruppi separatisti curdi. Ma quest’ultimo punto è un grande controsenso della politica estera “erdoganiana”. Non è raro infatti che l’aviazione turca entri nello spazio aereo iracheno, in modo del tutto abusivo, per bombardare le postazioni del PKK, ovvero i separatisti curdi antiturchi. Secondo me quest’alleanza non avrà una lunga vita, è tutta incentrata su dei vantaggi nel breve periodo, una volta conclusasi questa fase, cadrà a pezzi e si scioglierà come neve al sole.
La Repubblica islamica dell’Iran poi, sta attraversando, malgrado le pressioni dell’imperialismo e i conflitti che la vedono coinvolta direttamente o indirettamente, sia sul piano bellico, sia su quello mediatico, sia su quello economico, un momento molto importante e positivo della sua storia, almeno per ciò che concerne gli ultimi duecento anni. Il 2012 secondo me ha sancito definitivamente il ruolo fondamentale dell’Iran come attore importantissimo non solo a livello regionale, ma anche a livello internazionale. Il grande successo diplomatico ottenuto con l’organizzazione del meeting dei Paesi non allineati nel mese di agosto, ha dimostrato la forza dell’Iran. Ma se ci limitassimo a ciò non avremmo ben capito il peso di Tehran nelle relazioni internazionali. Che piaccia o no, l’Iran oggi è riuscito a tessere una fitta rete di alleanze, dall’America Latina alla Corea del Nord, passando per l’Asse della Resistenza in Medio Oriente, capace di mettere in serio pericolo l’egemonia imperialista. Inoltre, il 2012 è stato l’anno dell’avvicinamento senza precedenti dell’Iran a due Paesi fondamentali per gli equilibri mondiali, ovvero la Russia e la Cina. Se queste alleanze da tattiche divenissero strategiche, allora nascerebbe un nuovo equilibrio nel mondo, basato sulla giustizia e la solidarietà tra le nazioni oppresse, che scalzerebbe l’attuale mondo basato su guerre imperialiste e devastazioni. La capacità militare dell’Iran poi si è accresciuta moltissimo.
Solo in un anno due droni americani sono stati catturati dagli iraniani, per non dire della sempre più sofisticata capacità in ambito missilistico, vera spada di Damocle per il regime sionista e per le basi americane in Medio Oriente e in altre zone dell’Asia. La guerra economica poi è principalmente mediatica. Basterebbe far notare come la Borsa in Iran ha guadagnato in tre mesi (luglio-agosto-settembre) il 30%. Se poi si allarga il confronto a 5 anni si scopre che la Borsa di Tehran scoppia di salute: +210% contro il -5% di Wall Street e il pesantissimo -61% di Piazza Affari. Eppure, a giudicare dalle sanzioni dell'Occidente (prima Usa e Onu e dalla scorsa estate anche l'Ue, che ha poi rincarato la dose con nuove sanzioni approvate il 15 ottobre) l'Iran dovrebbe annaspare. La Borsa ci dice che non è così, che delle 339 quotate nel listino che vale oltre 100 miliardi di dollari ci sono alcune che stanno macinando terreno a dispetto dell'embargo sulle importazioni di petrolio iraniano posto dai Paesi occidentali. Insomma, c’è molta propaganda, come al solito. Il 2012 quindi si è chiuso con un Asse della Resistenza che non solo tiene dinnanzi alle pressioni dell’imperialismo, ma riesce anche a controbattere colpo su colpo e a entrare nel 2013 coi migliori propositi. Oggi, in ogni caso, il fronte principale rimane il conflitto siriano. La capacità della Siria di ristabilire l’ordine all’interno dei propri confini è fondamentale; una lunga guerra in Siria (perché oggi di questo si tratta) conviene solo agli USA, non alla Siria, ne tantomeno all’Asse della Resistenza.
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sabato 15 settembre 2012
Hamas: "Gli Accordi di Oslo, fallimento totale, devono venire annullati per il bene dei Palestinesi!"
Il Movimento musulmano di Resistenza Hamas ha dichiarato, nel 19esimo anniversario della loro siglia, che gli 'Accordi di Oslo' si sono rivelati un completo e totale fallimento e che la loro definitiva cancellazione rappresenta una "necessità nazionale" per la ripresa di un Progetto Nazionale per la Libertà e l'Indipendenza della Palestina, attraverso l'opzione della Resistenza e la difesa dei Diritti inalienabili del suo Popolo.
"E' necessario rimuovere i 'ceppi di Oslo' dai polsi e dalle caviglie dell'OLP e rinnovare i suoi obiettivi primari, la persecuzione delle costanti nazionali palestinesi che costituiscono la base sulla quale si é dato il via al processo di riconciliazione tra Hamas e Fatah, bisogna terminare quanto prima la collaborazione tra Fatah e l'Occupazione sionista e unire gli sforzi di Resistenza, la riconciliazione deve andare ben al di là della semplice preparazione di un processo elettorale che avrebbe ben poco significato in un'atmosfera di collaborazionismo e oppressione".
Il Movimento Hamas, ha inoltre salutato ed espresso la propria solidarietà a tutti i prigionieri politici e ai martiri della causa nazionale palestinese.
"E' necessario rimuovere i 'ceppi di Oslo' dai polsi e dalle caviglie dell'OLP e rinnovare i suoi obiettivi primari, la persecuzione delle costanti nazionali palestinesi che costituiscono la base sulla quale si é dato il via al processo di riconciliazione tra Hamas e Fatah, bisogna terminare quanto prima la collaborazione tra Fatah e l'Occupazione sionista e unire gli sforzi di Resistenza, la riconciliazione deve andare ben al di là della semplice preparazione di un processo elettorale che avrebbe ben poco significato in un'atmosfera di collaborazionismo e oppressione".
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martedì 17 luglio 2012
La figlia del disertore Saad Haddad indagata in Libano per spionaggio e collaborazionismo con Israele!
Il Commissario Governativo Libanese alla Corte Militare, Giudice Saqr Saqr ha sporto denuncia contro Arza Haddad, la figlia del noto traditore e collaborazionista Saad Haddad, accusandola di avere preso parte ad attività di spionaggio contro il suo paese natale a favore dell'entità sionista di occupazione della Palestina, contribuendo a indebolire la sicurezza nazionale di Beirut e mettendo in pericolo i suoi leali cittadini.
Nella sua più recente edizione il quotidiano libanese Al-Akhbar ha citato fonti giudiziarie seconde le quali il nome della figlia di Haddad sarebbe già stato iscritto nel registro degli indagati. Saad Haddad, Cristiano di rito greco-melkita, disertò dall'Esercito libanese il 18 aprile 1979, e, nonostante all'epoca non avesse che appena il grado di Maggiore, ribattezzò le truppe sotto il suo controllo (appena un battaglione) "Esercito del Libano Libero" e quindi "Esercito del Sud del Libano" (SLA), mettendole al servizio dei sionisti, controllando a loro nome una parte di territorio originariamente tra Marjayoun e Qlayaa.
Con l'invasione del 1982 l'SLA divenne il lacché preferito dei sionisti, che lo finanziarono e rifornirono nelle sue battaglie settarie contro le milizie palestinesi, le formazioni armate di Amal e i primi gruppi di ciò che veniva allora definito 'Amal Islamico' e che in seguito diventerà Hezbollah. Haddad, conosciuto per la sua vita intemperante e sregolata, morirà nel 1984 lasciando la sua milizia di traditori in mano ad Antoine Lahad, essa verrà poi distrutta da Hezbollah in occasione della liberazione totale del Sud del Libano nel 2000.
Arza Haddad, figlia di questo traditore, vive attualmente nella Palestina occupata dai sionisti, non essendoci posto per lei nel Libano liberato e difeso dalla Resistenza; qualora cadesse in mano delle competenti autorità militari, secondo gli articoli 278 e 285 del Codice Penale libanese, per lei si spalancherebbero le porte del carcere per un periodo non inferiore a 15 anni.
Nella sua più recente edizione il quotidiano libanese Al-Akhbar ha citato fonti giudiziarie seconde le quali il nome della figlia di Haddad sarebbe già stato iscritto nel registro degli indagati. Saad Haddad, Cristiano di rito greco-melkita, disertò dall'Esercito libanese il 18 aprile 1979, e, nonostante all'epoca non avesse che appena il grado di Maggiore, ribattezzò le truppe sotto il suo controllo (appena un battaglione) "Esercito del Libano Libero" e quindi "Esercito del Sud del Libano" (SLA), mettendole al servizio dei sionisti, controllando a loro nome una parte di territorio originariamente tra Marjayoun e Qlayaa.
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| Nella sua esistenza l'SLA di Haddad si rese tristemente celebre per la gestione dell'infame 'Lager' di Khiam, dove i suoi boia si esercitavano nelle tecniche di tortura apprese dai 'maestri' del Mossad... |
Arza Haddad, figlia di questo traditore, vive attualmente nella Palestina occupata dai sionisti, non essendoci posto per lei nel Libano liberato e difeso dalla Resistenza; qualora cadesse in mano delle competenti autorità militari, secondo gli articoli 278 e 285 del Codice Penale libanese, per lei si spalancherebbero le porte del carcere per un periodo non inferiore a 15 anni.
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martedì 25 ottobre 2011
"Abbas si incontrava di nascosto con Peres, all'insaputa di Arafat", dal passato spunta un nuovo "Fatahgate"?
Media sionisti hanno rivelato domenica scorsa l'esistenza di un 'documento segreto', costituito da varie minute di appunti apparentemente gettate durante una serie di incontri segreti avvenuti anni fa tra il criminale di guerra Shimon Peres (all'epoca Ministro degli Esteri del Governo Sharon) e Mahmoud Abbas, attualmente capo di Fatah, ma allora vice di Yasser Arafat e Primo Ministro dell'Anp.
Il tabloid della sera Yedioth Ahronot, pubblicandole, asserisce che, provando che l'attuale presidente de facto dell'Anp e capo di Fatah (per successione proprio dalla morte di Arafat) si incontrasse segeretamente con esponenti di spicco dell'esecutivo di Ariel Sharon, si evince che la svolta collaborazionista di Abbas era già in gestazione ben prima della scomparsa del leader storico dell'OLP.
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| Una delle minute "incriminate". |
Abbas avrebbe anche bussato a denari presso gli Usa, promettendo un trattamento di favore nei confronti di Israele, una volta che fosse succeduto ad Arafat.
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martedì 26 aprile 2011
Abbas, per difendere poltrona e conto in banca, disarma le sue milizie: "Non rispondete al fuoco di soldati israeliani e coloni ebrei, nemmeno per salvarvi la vita!"
Sconcertante la decisione assunta dalla Fazione Fatah, la piccola e corrotta cricca di burocrati che in seguito a un abortito Colpo di Stato ha assunto il controllo della Cisgiordania, su cui regna in virtù dell'ignavia dell'Occidente e della abietta sottomissione ai desideri dell'Occupante israeliano; in seguito alla sparatoria scatenata dal tentativo di un gruppo di ebrei ultrafondamentalisti, occupanti di insediamenti illegali, di forzare un posto di blocco della cosiddetta 'Autorità palestinese' Abbas e i suoi sicofanti hanno proibito alle loro milizie di rispondere al fuoco di soldati israeliani e coloni razzisti, anche a rischio della loro vita.
Questa ennesima autoumiliazione, che ha dell'indegno e dello schifoso, ben esemplifica agli occhi dell'ignaro e disinformato pubblico occidentale gli abissi di vergogna in cui Abu Mazen e soci non temono di immergersi e rotolarsi, come verri nel brago, pur di mantenere soddisfatto il loro 'Massah' sionista e far fluire il rivo incontrollato di denari occidentali che egli consente vengano periodicamente versati ai cacicchi collaborazionisti.
Il 'diktat' anti-legittima difesa specifica che 'gravi provvedimenti' verranno presi verso quei militi e poliziotti che verranno 'sorpresi' a rispondere al fuoco dell'esercito sionista di occupazione e delle milizie ebraiche di fanatici religiosi (che ricevono armi e addestramento paramilitare direttamente dall'IDF); ci si chiede se, nella fretta di mostrarsi obbedienti e fedeli di fronte al 'bwana' israeliano Abu mazen e compari abbiano per un attimo considerato il contraccolpo devastante che tale 'editto' avrà sulle loro forze di 'ascari' le cui fila, certamente, saranno falcidiate da assenze, diserzioni e congedi per malattia: che senso ha far parte di una forza armata di sicurezza se non si può nemmeno rispondere al fuoco quando qualcuno ti spara addosso?
Nel frattempo, mentre sempre ulteriori dettagli raggiungono gli esponenti della Resistenza in Cisgiordania e le loro reti clandestine (che nemmeno le retate e le torture di Fatah hanno saputo sradicare, sia pure a quattro anni dal tentato Golpe) risulta sempre più evidente come, ad aprire il fuoco con fucili d'assalto M-16 contro il posto di blocco, siano stati gli stessi coloni ebrei che poi hanno ricevuto, in risposta, le raffiche di Kalashnikov che hanno ucciso uno di loro e ferito gli altri tre.
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lunedì 25 aprile 2011
Dura condanna di Abdul-Sattar Qassem contro il servilismo di Fatah: "I suoi argomenti per lo Status Quo sono assurdi e antistorici!"
Il Professor Abdul-Sattar Qassem, ordinario di Scienze Politiche all'Università di An-Najah ha criticato in termini inequivoci l'annunciata istituzione di una "Commissione mista di inchiesta" tra Fatah e le autorità israeliane di occupazione, la quale, con la 'supervisione americana' (di bene in meglio!) dovrebbe 'accertare' la dinamica degli eventi che nella giornata di ieri avrebbero portato all'uccisione di un colono ebreo fondamentalista e al ferimento più o meno grave di altri tre quando i settler, a bordo di una colonna d'automobili, avrebbero cercato di forzare una delle vie d'accesso alla cittadina palestinese di Nablus.
"La cosiddetta 'autorità' di Fatah é legata mani e piedi alla volontà degli occupanti israeliani, non ha scelta, in un simile 'comitato' se non sottomettersi a qualunque conclusione venga scelta da parte sionista...altrimenti (e qui entra in gioco la 'supervisione' americana), non riceverà fondi, i suoi burocrati non potranno arricchirsi, non potrà mantenere in piedi l'apparato repressivo che la tiene in piedi nonostante la decisa ostilità della popolazione".
Bisogna ricordare che, sebbene sottoposti all'arbitrio dei collaborazionisti di Fatah in seguito al Colpo di Stato del 2007, la maggior parte degli abitanti della West Bank ha votato per Hamas alle libere elezioni del 2006, in quasi tutti i collegi cisgiordani, inoltre, da allora, scandali quali quello delle 'Palestine Papers' e il quotidiano spettacolo del servilismo e della sottomissione di Fatah ai diktat del 'Massah' sionista ne hanno ulteriormente eroso la base di supporto; prova ne é il fatto che, a quasi quattro anni di distanza dal 'golpe' le forze di repressione di Fatah siano ancora impegnate ad arrestare, incarcerare e torturare simpatizzanti e sostenitori di Hamas, senza che le continue retate riescano a indebolirne la rete clandestina.
"Il primo dovere di Fatah" reitera il Professor Qassem "sarebbe quello di contrastare l'occupazione israeliana, non di prostrarvisi innanzi, eventi come quello di ieri dimostrano tutta la vulnerabilità del sistema di colonizzazione sionista, che crollerebbe come un castello di carte se sottoposto a una decisa e coordinata pressione. Quello che Fatah contribuisce a mantenere in Cisgiordania non è uno stato di pace o di calma, ma soltanto sottomissione e umiliazione e gli argomenti accampati dai suoi esponenti per giustificare lo Status Quo sono disperatamente illogici e antistorici".
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domenica 3 aprile 2011
Sostenitore di Hamas in mano ad Abbas e soci digiuna da diciassette giorni!
Stamane sono esattamente diciassette giorni da quando Abdulhakeem Suleiman Hamdan, trentasettenne cittadino cisgiordano e sostenitore di Hamas, il Movimento musulmano di Resistenza, ha iniziato il suo sciopero della fame totale. A differenza di altri prigionieri della Resistenza palestinese Hamdan non é prigioniero di Israele, ma della sua fedele 'gendarmeria coloniale', gestita dalla fazione Fatah in cambio dell'autorità del guardiano di schiavi, disprezzato dal suo padrone, odiato dai suoi sottoposti.
Hamdan, arrestato a Tulkarem 87 giorni fa, non é nuovo alla prigionia, già nel 2009 le milizie di Fatah, che controllano la West Bank dal tempo del loro tentativo di Colpo di Stato contro il legittimo Governo palestinese, lo avevano imprigionato e torturato, causandogli gravi probelmi circolatori a causa delle manette e delle catene con cui venne tenuto immobilizzato.
La sua precedente carcerazione si protrasse oltre tre mesi, ora la sua detenzione attuale rischia di superarla; Hamdan é tenuto in 'carcere preventivo' senza che nessuna accusa sia stata formulata contro di lui; da qui la sua coraggiosa ed estrema decisione di privarsi del cibo per protesta. Solo nell'ultimo mese gli sgherri di Fatah hanno incarcerato 70 membri e sostenitori di Hamas. Che il Movimento di Resistenza musulmano abbia tanti seguaci anche 4 anni dopo il tentativo di Golpe contro il legittimo governo dovrebbe ancor di più far riflettere Fatah sulla popolarità delle sue scelte e sulla capacità di Hamas di esprimere nei fatti i sentimenti e le idee della popolazione palestinese.
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sabato 26 marzo 2011
Fatah, servile come sempre, perseguita i militanti della Resistenza in Cisgiordania, per conto del 'Bwana' israeliano!
Parallelamente agli attacchi di aeroplani e artiglierie sioniste sulla Striscia assediata di Gaza, anche la Cisgiordania ha visto numerose operazioni contro le organizzazioni di Resistenza che, coraggiosamente, cercano di unire e compattare l'aspirazione nazionale del popolo palestinese e di opporla con successo alle politiche aggressive e segregatorie del regime di occupazione; a differenza di quanto sta avvenendo nella Striscia, però, Tel Aviv non ha dovuto mobilitare le sue forze armate, grazie alla presenza, nella West Bank, di una numerosa e pasciuta 'gendarmeria coloniale', pronta, per un piatto di zuppa e una minore razione di calci da parte del 'bwana' israeliano, a rendersi entusiasticamente complice delle persecuzioni decise negli uffici dello Shin Bet.
Stiamo parlando, ovviamente, delle forze 'di sicurezza' della Fazione Fatah, askari sempre fedeli e sempre pronti all'azione, nel nome di Israele e delle sue dottrine razziste.
Le milizie di Abbas e complici, recentemente, si sono scatenate in una rinnovata campagna di arresti contro le organizzazioni della Resistenza (tra cui, in un'epoca lontana lontana, andava annoverata anche la stessa Fatah), rapendo in particolare diversi membri del Movimento per la Jihad islamica in Palestina, per cui si sono spalancati i portoni dei centri di detenzione e delle camere di tortura dei collaborazionisti di Israele.
Fra costoro si contano Husam Noori (un insegnante licenziato da Fatah per motivi ideologici dopo il golpe del 2007), Hazem Noori e Islamboli Bdeir, che erano già stati arrestati e torturati in precedenza; fato che é toccato anche a Yousef al-Wawdi, arrestato ad Al-Khalil, che era stato rilasciato dalle galere di Fatah, segnato nello spirito e nel corpo, soltanto una settimana addietro. Anche Muhammad Shehada era stato rilasciato da Fatah, dopo 50 giorni di prigionia, ma oggi, a un mese dalla sua scarcerazione, é stato di nuovo arrestato.
Sempre ad Al-Khalil sono caduti nelle mani degli 'askari' Ismael Al-Huroob, Abdullah Sayaera, Ahmad Al-Kassar, e Khalid Halahleh. Questi ultimi quattro militanti, invece, erano appena stati rilasciati dalle prigioni israeliane. Ormai tra Israele e i suoi servi di Fatah é in atto una vera e propria politica detentiva della "porta girevole", che consente loro di 'darsi il cambio' nella persecuzione e nella tortura dei militanti della Resistenza.
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mercoledì 16 marzo 2011
Reportage esclusivo!! Foto dalle marce per l'unità nazionale palestinese di Gaza e Cisgiordania!!
Come abbiamo già riportato in articoli precedenti, tanto la Striscia di Gaza quanto la Cisgiordania sono state teatro in questi giorni di imponenti manifestazioni per la ricomposizione dell'unità nazionale e la ripresa di un coerente programma di lotta contro l'occupazione.
La seconda proposizione discende direttamente dalla prima visto che, é ormai chiaro persino alle pietre della Moschea di Al-Aqsa, per sanare la frattura tra West Bank e Gaza seguita al fallito golpe del 2007 é necessario 'decapitare' l'attuale organigramma di Fatah, i cui leader sono stati totalmente cooptati nel sistema israeliano di occupazione e repressione e, totalmente isolati dalle istanze della popolazione palestinese, pensano solo a guadagnare 'brownie points' e 'stelline dorate' da Tel Aviv, trasformandosi in servi sciocchi della campagna di persecuzione, apartheid e pulizia etnica portata avanti dal regime ebraico.
L'ultimo, vomitevole esempio del caso lo abbiamo visto in queste ore, con coloni ebrei armati e soldati israeliani impegnati a incendiare, saccheggiare, brutalizzare, aggredire, vandalizzare interi villaggi palestinesi con la comoda scusa della 'morte dei coloni' (in realtà uccisi da un bracciante Thailandese da loro raggirato e picchiato), tutto ciò che la cosiddetta 'Autorità nazionale palestinese' é riuscita a fare, anziché schierare le sue forze a difesa del popolo aggredito, é stato invitare i "bwana" sionisti a 'controllare' i materiali educativi delle scuole cisgiordane controllate da Fatah per verificare come essi 'non incitino all'odio anti-israeliano' e 'quanto bene' Fatah perseguiti, incarceri e torturi i predicatori che in moschea pronunciano sermoni che chiamino i Palestinesi alla lotta e alla resistenza.
Abbas e i suoi complici di Fatah vorrebbero amministrare un bantustan di servi idioti che baciano la mano che li bastona, come essi stessi hanno imparato fin troppo bene a fare in cambio della casacca di kapò del campo di sterminio e dell'offa degli 'aiuti' dei 'paesi donatori' (che alimentano una scandalosa palude di corruttela e speculazioni); purtroppo per loro si trovano a sedere sulla polveriera costituita da milioni di individui di uno dei più tenaci, gloriosi, onorevoli popoli del medio oriente ed é probabile che la miccia che la farà saltare sia stata accesa proprio il 15 marzo, con la marcia che ha riempito le strade cisgiordane.
Sotto le immagini di leader ampiamente onorati e riconosciuti come esempi anche dai seguaci di formazioni differenti (come Arafat e lo Sceicco Yassin), all'ombra delle bandiere nazionali che erano unico vessillo ammesso dagli organizzatori dell'evento, i cittadini cisgiordani si sono visti, si sono contati e hanno capito di essere molti di più della sbirraglia coloniale di Fatah e di essere di più e più forti persino delle truppe antisommossa del regime ebraico.
Come diceva George Orwell "Fino a che non si renderanno conto del loro potere, non si ribelleranno"; ora, dopo le marce, il seme di tale epifania é stato gettato, non in una, non in dieci e non in cento coscienze ma in mille, diecimila, forse in un milione di coscienze.
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sabato 12 marzo 2011
Ousama Hamdan delinea la proposta di Hamas per la riconciliazione nazionale palestinese
Ousama Hamdan, capo del Dipartimento Relazioni esterne di Hamas, ha asserito nella giornata di ieri che l'iniziativa di riconciliazione nazionale attualmente in corso di definizione da parte del movimento é 'totalmente e completamente' basata sui cardini della Resistenza, della liberazione e del rifiuto dell'occupazione.
In una intervista rilasciata al settimanae giordano As-Sabeel, Hamdan ha dichiarato che la nuova iniziativa prenderà in considerazione gli sviluppi politici dell'arena palestinese e del Mondo Arabo, in special modo quelli scatenati dallo 'scoop' riguardante le cosiddette "Palestine Papers" che hanno svelato il livello di complicità e collaborazionismo dei cosiddetti 'negoziatori' di Fatah con i crimini e gli abusi degli occupanti sionisti.
"Dobbiamo imparare dagli errori commessi nei precedenti 'round' di incontri tra Hamas e Fatah, anche se, é meglio specificarlo fin da ora, quel che era sul tavolo fino all'ultimo meeting, é diventato ormai completamente inaccettabile, alla luce delle recenti rivelazioni".
Egli ha aggiunto che i progetti di conciliazione nazionale offerti da Hamas possono coinvolgere tutti i settori della società palestinese e tutte le fazioni intenzionate seriamente a dedicarsi al rifiuto e al contrasto dell'occupazione israeliana, anche in una prospettiva futura. "La riconciliazione nazionale non può essere costruita su posizioni condivise quando una delle due parti si é sottomessa ai desiderata israeliani così tanto da diventare praticamente parte integrante del regime di occupazione, ma la vera domanda é se questa parte sia abbastanza determinata da assumersi la responsabilità di recidere i suoi legami con l'occupante e tornare a servire gli interessi e le istanze del popolo di cui, una volta, era espressione".
| Membri di Hamas incarcerati da Fatah si raccolgono in preghiera |
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