Dopo vent'anni di stasi gli stati litoranei del Mar Caspio: Russia, Iran, Kazakhstan, Turkmenistan e Azerbaigian hanno finalmente siglato un accordo per la determinazione dei rispettivi confini marittimi, per lo sfruttamento delle risorse del Mare e per la proibizione di qualunque schieramento di forze militari che non appartengano ai paesi in questione.
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lunedì 13 agosto 2018
Accordo tra Russia, Iran, Azerbaigian, Kazakhstan e Turkmenistan per lo status del Mar Caspio!
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martedì 30 settembre 2014
L'Asse russo-iraniano prevale al meeting di Astrakhan sullo status del Mar Caspio!
Il vertice di Astrakhan tra i paesi che si affacciano sul Mar Caspio ha segnato una importante affermazione delle posizioni portate avanti congiuntamente da Repubblica Islamica Iraniana e Federazione Russa. La più importante questione da dirimere sullo status del grade bacino salato é quella se esso debba venire giuridicamente considerato un mare interno o un lago. "Che cosa cambia a seconda di ciò?" potrebbero domandarsi i nostri lettori: ebbene, se il Caspio fosse considerato un 'Mare', le grandi risorse che esso cela sarebbero sfruttabili dai rispettivi paesi littoranei in proporzione all'estensione delle loro coste.
Appassionato (per evidenti motivi d'interesse) "sostenitore" di questa linea é il Kazakhstan, che si ritrova con l'estensione costiera massima e vorrebbe quindi avere diritto al massimo di sfruttamento dei bacini energetici presenti sotto le verdi acque del Caspio. D'altra parte, se invece esso venisse definito 'Lago' secondo le norme internazionali lo sfruttamento dovrebbe essere attribuito a quote paritarie tra tutti gli Stati littoranei, quindi, essendo questi cinque, il 20 per cento di petrolio e gas a ciascuno.
Questo causa anche 'alleanze' strane come quella tra Iran e Azerbaijan; pur essendo quest'ultimo un paese schierato con Usa e Israele (vedi la recente querelle del drone lanciato sull'Iran da una base aerea azera), Baku avrebbe tutto l'interesse a poter sfruttare un quinto del bacino del Caspio, pur avendo una piccolissima costa che le garantisce l'accesso alle sue acque.
Per la Russia, invece, la preoccupazione principale non é tanto lo sfruttamento delle pur importanti risorse naturali, quanto la sicurezza che dal bacino del Caspio non possano arrivare minacce militari ai suoi confini: se il Caspio fosse un 'Mare', sulla sua superficie varrebbe il diritto di navigazione e agli Usa basterebbe corrompere qualche politico azero (o magari fare entrare l'Azerbaijan nella NATO) per avere una comoda base navale puntata al cuore asiatico della Russia, all'Heartland geostrategico.
Per questo motivo Vladimir Putin é più che felice di rinunciare a qualche milione di barili di greggio e qualche miliardo di metri cubi di gas naturale per sostenere con Teheran la linea "Mar Caspio uguale Lago", linea che sembra avviata ad affermarsi e potrebbe venire ratificata ufficialmente già dal prossimo meeting che si terrà in Kazakhstan; starà alle diplomazie russa e iraniana di lenire la delusione di Astana promettendo ai Kazaki investimenti e sviluppo dei rapporti economici nell'ambito dell'SCO o dell'Unione Eurasiatica.
Appassionato (per evidenti motivi d'interesse) "sostenitore" di questa linea é il Kazakhstan, che si ritrova con l'estensione costiera massima e vorrebbe quindi avere diritto al massimo di sfruttamento dei bacini energetici presenti sotto le verdi acque del Caspio. D'altra parte, se invece esso venisse definito 'Lago' secondo le norme internazionali lo sfruttamento dovrebbe essere attribuito a quote paritarie tra tutti gli Stati littoranei, quindi, essendo questi cinque, il 20 per cento di petrolio e gas a ciascuno.
Questo causa anche 'alleanze' strane come quella tra Iran e Azerbaijan; pur essendo quest'ultimo un paese schierato con Usa e Israele (vedi la recente querelle del drone lanciato sull'Iran da una base aerea azera), Baku avrebbe tutto l'interesse a poter sfruttare un quinto del bacino del Caspio, pur avendo una piccolissima costa che le garantisce l'accesso alle sue acque.
Per la Russia, invece, la preoccupazione principale non é tanto lo sfruttamento delle pur importanti risorse naturali, quanto la sicurezza che dal bacino del Caspio non possano arrivare minacce militari ai suoi confini: se il Caspio fosse un 'Mare', sulla sua superficie varrebbe il diritto di navigazione e agli Usa basterebbe corrompere qualche politico azero (o magari fare entrare l'Azerbaijan nella NATO) per avere una comoda base navale puntata al cuore asiatico della Russia, all'Heartland geostrategico.
Per questo motivo Vladimir Putin é più che felice di rinunciare a qualche milione di barili di greggio e qualche miliardo di metri cubi di gas naturale per sostenere con Teheran la linea "Mar Caspio uguale Lago", linea che sembra avviata ad affermarsi e potrebbe venire ratificata ufficialmente già dal prossimo meeting che si terrà in Kazakhstan; starà alle diplomazie russa e iraniana di lenire la delusione di Astana promettendo ai Kazaki investimenti e sviluppo dei rapporti economici nell'ambito dell'SCO o dell'Unione Eurasiatica.
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lunedì 22 ottobre 2012
Precipita un altro drone sionista, stavolta vicino al confine con il Libano! Imbarazzo sempre più grande per gli UAV di Tel Aviv!
Dopo la debacle del drone di Hezbollah che ha violato tranquillamente lo spazio aereo della Palestina occupata fino al Negev e dopo lo schianto di un UAV sionista nella Cisgiordania vicino a Nablus un altro velivolo senza pilota é precipitato in un lago vicino al confine libanese.
Questo nuovo incidente dimostra come la vantata 'superiorità' israeliana nello schieramento e nell'utilizzo dei droni pilotati a distanza non fosse altro che l'ennesima fanfaronata 'a sei punte'. Negli scorsi mesi un altro UAV di Tel Aviv si era schiantato a terra vicino a Gedera.
Ogni drone perso da Israele vale all'incirca cinque milioni di dollari, denari scuciti al contribuente americano grazie all'AIPAC (gli Usa versano a Israele tre miliardi di dollari all'anno come "aiuti al terzo mondo") o grassati ai cittadini tedeschi come "riparazioni per l'olocau$to".
Questo nuovo incidente dimostra come la vantata 'superiorità' israeliana nello schieramento e nell'utilizzo dei droni pilotati a distanza non fosse altro che l'ennesima fanfaronata 'a sei punte'. Negli scorsi mesi un altro UAV di Tel Aviv si era schiantato a terra vicino a Gedera.
Ogni drone perso da Israele vale all'incirca cinque milioni di dollari, denari scuciti al contribuente americano grazie all'AIPAC (gli Usa versano a Israele tre miliardi di dollari all'anno come "aiuti al terzo mondo") o grassati ai cittadini tedeschi come "riparazioni per l'olocau$to".
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