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lunedì 9 giugno 2014

"L’eterno valzer mediorientale: un nuovo sistema di alleanze post-primavera araba", di Ali Reza Jalali!

Ancora una volta ospitiamo sulle nostre pagine le profonde e ponderate riflessioni di Ali Reza Jalali, giovane ma valido giurista, esperto di Medio Oriente, Iran e varie problematiche riconducibili alla cultura islamica in Europa e nei paesi musulmani, i cui scritti abbiamo sovente pubblicato e segnalato nel passato più o meno recente.
La sempre mutevole situazione delle alleanze mediorientali ci pone nuovamente dinnanzi a un cambiamento, forse fino a qualche mese fa non proprio atteso. Avevamo notato come la primavera araba avesse modificato gli equilibri regionali: ad esempio era saltato completamente il progetto più volte caldeggiato dagli iraniani e dai siriani di un blocco vicinorientale tra Iran, Iraq, Siria e Turchia. Soprattutto la guerra siriana, che insanguina il paese governato da Assad, scatenata nel 2011 aveva portato a delineare due blocchi solidi, almeno apparentemente. Da un lato un asse turco-saudita-qatariota, a sostegno della galassia islamista sunnita, dai Fratelli Musulmani alle fazioni salafite più estremiste, fino ai palestinesi di Hamas, in antitesi all’asse siro-iraniano, coadiuvato dai libanesi di Hezbollah e dal governo sciita iracheno.

Un nuovo spartiacque mediorientale però, è stato rappresentato dal golpe che ha estromesso dal governo egiziano i Fratelli Musulmani, colpo di stato questo guidato dal generale El-Sisi, ai danni di Mohamed Morsi. Da qui nasce una spaccatura forte all’interno del fronte turco-saudita-qatariota, in quanto fin da subito si capisce che El-Sisi ha l’appoggio esplicito delle monarchie del Golfo Persico, tranne del Qatar, fedele finanziatore e alleato dei Fratelli Musulmani. Insomma, soprattutto oggi che El-Sisi è diventato presidente dell’Egitto attraverso delle elezioni presidenziali, caratterizzate da una bassa affluenza alle urne, ma che comunque è in linea con la storia recente egiziana – tutto sommato non è che Morsi fosse stato eletto con una percentuale di votanti memorabile – l’Egitto conferma la sua alleanza coi sauditi e con gli emiri del Golfo Persico, gli unici presenti durante la cerimonia di insediamento di El-Sisi, tra i capi di stato e di governo più importanti della regione.

Proprio dalla cerimonia di insediamento di El-Sisi si comprendono i nuovi equilibri regionali: il generale non ha invitato, come era prevedibile, i turchi e i qatarioti, ma a sorpresa ha invitato il presidente iraniano Rohani, che non aveva mai speso parole di elogio per i militari egiziani. Un’altra sorpresa – probabilmente ciò deriva dal fatto di non voler mettere in imbarazzo i sovrani del Golfo Persico, da tre anni impegnati in una pesante campagna anti-Assad – è stata l’esclusione dagli invitati del presidente siriano, col quale sembrava essersi istaurato un feeling, in funzione anti-Fratellanza Musulmana.

Da ciò emerge quanto segue: la regione si è nuovamente polarizzata su due assi, al momento antitetici tra loro, ovvero quello turco-qatariota (che continuano a essere i principali sponsor dei Fratelli Musulmani e delle varie succursali di questa formazione), con quest’ultimo attore regionale molto ridimensionato, e quello egiziano-saudita. Un terzo polo al momento, forse mediano tra i due estremi, ed è questo il fattore principale di continuità con l’ordine mediorientale post-primavera araba, rimane quello basato sull’asse Damasco-Tehran-Hezbollah.

Interessante notare il ruolo iraniano in tutto ciò; all’indomani dell’invito di El-Sisi, confermato anche dalle fonti di Tehran, il presidente iraniano rivela la sua intenzione di fare un viaggio in Turchia, proprio pochi giorni dopo l’arrivo nella capitale iraniana dell’emiro del Kuwait, uno degli sponsor di El-Sisi. Tehran sembra al momento preferire una tattica attendista, mediana rispetto alla nuova polarizzazione regionale.

In tutto ciò la tattica di Tehran è simile a quella di Tel Aviv. Il governo israeliano, nonostante il sostegno mediatico al golpe di El-Sisi, non è stato invitato da quest’ultimo alla cerimonia di insediamento. Anche gli israeliani stanno a guardare senza eccessive prese di posizione, se non per le solite esternazioni dell’esecutivo di Tel Aviv di condanna dell’Iran, della Siria, di Hezbollah e della riconciliazione palestinese.