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sabato 5 maggio 2012

Tarek Mehanna: vittima della nuova 'caccia alle streghe' Made in Usa

In nome d'Iddio, compassionevole e misericordioso.

Quattro anni fa esatti, proprio in aprile, avevo finito il mio turno di lavoro all'ospedale. Stavo andando a piedi a riprendere la macchina quando mi vennero vicino due agenti federali. Mi dissero che potevo scegliere tra due cose: potevo prendere la strada più facile, o potevo prendere quella più difficile. Quella facile, come mi spiegarono, significava diventare un informatore per il governo. Se avessi accettato non avrei mai visto come sono fatti un tribunale o una cella. Quella difficile, beh, è quella che mi ha condotto qui. Sono qui dopo aver passato la gran parte degli ultimi quattro anni in una cella singola grande quanto un ripostiglio ed in cui trascorro chiuso a chiave ventitré ore al giorno. L'FBI e gli inquirenti hanno lavorato molto duramente -e il governo ha speso milioni di dollari di tasse- per chiudermi in quella cella, farmici restare, portarmi in tribunale e alla fine avermi qui in piedi davanti a voi perché oggi fossi condanato a trascorrervi ancora più tempo. Nelle settimane che hanno preceduto questo momento molte persone mi hanno dato dei suggerimenti su quello che avrei dovuto dirvi. Alcuni hanno detto che avrei dovuto pietire misericordia sperando in una sentenza leggera, altri invece mi hanno detto che in un modo o nell'altro non me la sarei comunque cavata con poco.
Non fate vedere 'Batman' ai bambini...diventeranno "terroristi"!
 Quello che voglio fare io è soltanto parlare di me per pochi minuti. Quando mi sono rifiutato di diventare un informatore, quelli del governo hanno reagito accusandomi del "crimine" di aver sostenuto i mujaheddin -o, come li chiamano loro, i "terroristi"- che combattono contro l'occupazione dei paesi musulmani in tutto il mondo. Io non sono nato in un paese musulmano, sono nato e cresciuto qui in America e questa cosa irrita molta gente: com'è possibile che io, americano, creda nelle cose in cui credo e prenda le posizioni che prendo? Tutto quello cui un uomo è esposto nell'ambiente in cui vive ha un qualche effetto su di lui, ed io non faccio eccezione. Così, per più versi, io sono come sono proprio perché sono americano. A sei anni cominciai a raccogliere una grande collezione di fumetti. E' stato Batman a ficcarmi in testa un certo concetto, a presentarmi una certa visione paradigmatica di come funziona il mondo: da una parte ci sono gli oppressori, dall'altra ci sono gli oppressi, e poi ci sono quelli che si alzano a difendere gli oppressi. La cosa mi ha colpito a tal punto che per tutto il resto dell'infanzia sono stato attratto da qualunque libro riflettesse questa visione: La capanna dello Zio Tom, l'autobiografia di Malcolm X... riuscii a trovare una dimensione etica anche nel Giovane Holden.

Quando andai alle superiori e cominciai a seguire delle vere lezioni di storia, imparai come il mondo funzioni davvero in quel modo. Seppi dei Nativi Americani e di quello che li aveva fatti cadere nelle mani dei colonizzatori europei, ed imparai poi di come i discendenti di quei colonizzatori vennero a loro volta oppressi dalla tirannia di re Giorgio III. Lessi la storia di Paul Revere, di Tom Paine, e di come gli americani insorsero armati contro le forze militari britanniche: un'insurrezione che adesso ricordiamo riverenti come guerra rivoluzionaria americana. Da bambino ho anche partecipato a varie gite scolastiche la cui meta era a pochi isolati di distanza da dove ci troviamo adesso. Imparai chi fossero Harriet Tubman, Nat Turner, John Brown e la lotta contro la schiavitù in questo paese. Imparai la storia di Emma Goldman, di Eugene Debs, e la storia delle lotte sindacali, della classe operaia, dei poveri. Studiai di Anna Frank e dei nazisti, e di come perseguitavano le minoranze e imprigionavano i dissidenti. Studiai la storia di Rosa Parks, di Malcolm X, di Martin Luther King e delle lotte per i diritti civili. Studiai la storia di Ho Chi Minh e di come i vietnamiti abbiano combattuto per decenni per liberarsi da un invasore dopo l'altro. Lessi di Nelson Mandela e della lotta contro l'apartheid in Sud Africa. Tutto quello che ho imparato in quegli anni non ha fatto che confermare le prime cose che avevo appreso a sei anni: nella storia c'è sempre stata una lotta incessante tra oppressi ed oppressori.

E in ogni lotta che mi capitava di studiare stavo sempre con gli oppressi e provavo sempre ammirazione per coloro che si levavano a difenderli, non importa di quale nazionalità o di quale religione fossero. E non ho mai buttato via gli appunti che prendevo a scuola: sono tutti in ordine, impilati nell'armadio di camera a casa mia, anche mentre sto qui in piedi a parlare davanti a voi. Di tutti i personaggi storici di cui mi sono interessato, uno spicca su tutti gli altri. Rimasi impressionato per più versi da Malcolm X, ma la cosa di lui che più mi ha colpito è stata la sua trasformazione, il suo percorso di trasformazione personale. Non so se avete visto il film X di Spike Lee; è un film che dura più di tre ore e mezza, ed il Malcolm che si vede all'inizio è diverso dal Malcolm che si vede alla fine. All'inizio è un delinquente analfabeta, poi arriva ad essere un marito, un padre, una guida protettiva e faconda per il suo popolo, un bravo musulmano che compie lo Hajj alla Mecca e, alla fine, un martire. La vita di Malcolm mi ha insegnato che l'Islam non è qualcosa di innato, non è una cultura e non è una questione di appartenenza etnica. L'Islam è un modo di vivere, una condizione mentale che tutti possono scegliere, non inporta da dove vengono o come sono cresciuti.

Questo mi ha spinto ad approfondire l'Islam, e l'Islam mi ha conquistato. Ero solo un adolescente, ma l'Islam si è mostrato in grado di dare una risposta ad un interrogativo davanti al quale le più grandi menti scientifiche si sono dimostrate impotenti, la questione capace di spingere alla depressione e al suicidio anche l'individuo più ricco e famoso che non sia in grado di dare ad essa una risposta: qual è il significato della vita? Perché esistiamo? L'Islam inoltre risponde anche all'interrogativo del come dovremmo regolare le nostre esistenze. E dal momento che non schiera alcuna gerarchia e alcun ordine sacerdotale, io stesso ho potuto direttamente e senza indugio iniziare ad approfondire i testi del Corano e gli insegnamenti del Profeta Muhammad ed intraprendere il cammino verso la comprensione di cosa tutto questo significasse, delle implicazioni che l'Islam ha per me in quanto essere umano, per me come individuo, per la gente che mi circonda e per il mondo intero; e più studiavo, più consideravo l'Islam prezioso come l'oro. La pensavo in questo modo quand'ero adolescente ma anche adesso, nonostante tutto quello che ho sofferto negli ultimi anni, io sono qui in piedi davanti a voi e davanti a chiunque altro in quest'aula di tribunale nelle vesti di uno che è orgoglioso di essere musulmano.

Man mano che studiavo cominciai ad interessarmi a quello che stava succedendo ai musulmani in varie parti del mondo. Ovunque guardassi vedevo all'opera grandi potenze intente a cercare di distruggere quello che io invece amavo. Lessi di cosa avevano fatto i sovietici ai musulmani dell'Afghanistan e i serbi ai musulmani di Bosnia; lessi di quello che i russi stavano facendo ai musulmani in Cecenia. Lessi di quello che lo stato sionista aveva fatto in Libano, e di quello che sta continuando a fare il Palestina con il pieno sostegno degli Stati Uniti. E infine scoprii quello che la stessa America stava facendo ai musulmani. Lessi della guerra nel Golfo e delle bombe ad uranio impoverito che hanno ucciso migliaia di persone e fatto salire alle stelle il numero dei casi di cancro in tutto l'Iraq. Ho letto delle sanzioni volute dall'America, sanzioni che hanno vietato di importare in Iraq cibo, farmaci ed equipaggiamenti medici, e di come -secondo le Nazioni Unite- più di mezzo milione di bambini sia morto a causa di tutto questo. Ricordo una sequenza tratta da un'intervista a Madeline Albright trasmessa da 60 minutes, in cui la Albright diceva che secondo lei era "valsa la pena" che tutti quei bambini morissero.

L'ho visto l'undici settembre, quando un gruppo di persone si è spinto a dirottare degli aerei e a farli schiantare contro dei palazzi tanta era l'indignazione per la morte di quei bambini. L'ho visto poi, quando l'America ha attaccato ed invaso direttamente l'Iraq. Ho visto gli effetti dello "Shock and Awe" il giorno in cui è iniziata l'invasione, i bambini nelle corsie degli ospedali con le schegge dei missili americani che gli uscivano dalla fronte (no, nulla di tutto questo è andato in onda sulla CNN). Ho saputo cos'è successo nella città di Haditha dove ventiquattro musulmani, tra i quali c'erano donne, bambini e addirittura un settantaseienne ridotto in sedia a rotelle, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco e di bombe mentre ancora stavano dormendo nei loro letti da fucilieri di marina degli Stati Uniti. Ho saputo di Abeer al Janabi, una ragazzina irachena di quattordici anni che cinque soldati americani hanno violentato in gruppo, prima di sparare in testa a lei e a tutta la sua famiglia e di dare alla fine i loro corpi alle fiamme. Vi voglio ricordare che, come potete facilmente constatare di persona, le donne musulmane non lasciano intravedere neppure i loro capelli ad un uomo a loro estraneo. Cercate dunque di immaginare questa ragazzina, che viene da un villaggio conservatore, cui vengono strappati i vestiti e che viene violentata non da uno, non da due, non da tre, non da quattro, ma da cinque soldati.

Anche oggi seduto nella mia cella posso leggere degli attacchi con i droni che continuano ad uccidere ogni giorno dei musulmani in paesi come il Pakistan, la Somalia e lo Yemen. Un mese fa abbiamo tutti sentito la notizia dei diciassette musulmani afghani, per lo più mamme con i loro bambini, cui un militare americano ha sparato, dando anche in questo caso fuoco ai loro corpi. Tutte storie che finiscono nei titoli di testa, ma una delle prime cose che ho imparato è che l'Islam è essenzialmente una questione di lealtà e di fratellanza: ogni donna musulmana è mia sorella, ogni uomo mio fratello, e tutti insieme siamo un tutt'uno i cui appartenenti hanno il dovere di proteggersi reciprocamente. In altre parole io non posso accettare che cose simili vengano fatte a miei fratelli e a mie sorelle -qui in America o altrove- e rimanere indifferente. Ho continuato a solidarizzare con gli oppressi, ma adesso la questione diventava più personale, così come diventava più personale la mia ammirazione per coloro che li difendevano. Prima ho citato Paul Revere; quando iniziò la sua cavalcata nella notte, lo fece per avvertire che gli inglesi stavano dirigendosi verso Lexington per arrestare Sam Adams e John Hancock, e verso Concord per sequestrare le armi che i Minuteman vi avevano accumulato. Appena gli inglesi giunsero a Concord trovarono i Minuteman ad attenderli armi alla mano. I Minuteman aprirono il fuoco contro gli inglesi, li costrinsero a combattere e li batterono. La Rivoluzione Americana è nata con quello scontro armato. C'è una parola, in arabo, per descrivere quello che quei Minuteman fecero quel giorno. Questa parola è jihad.

Ecco per che cosa mi si processa. Tutti questi video e tutte queste traduzioni e tutte questi litigi bambineschi a base di "Ehi, ha tradotto questo paragrafo" e "Oh, ha riportato questa frase" e tutto il resto del baraccone ruotano attorno ad una questione sola: quella dei musulmani che si sono difesi contro i soldati americani, che stavano facendo loro esattamente quello che i britannici fecero a suo tempo all'America. Nel corso del processo è venuto fuori chiaro e limpido che non ho mai, mai progettato di "uccidere americani" nei grandi magazzini o chissà dove altro. Gli stessi testimoni di parte del governo hanno negato la cosa, e mettiamoci pure tutta la fila di periti che si è avvicendata a quel banco, passando ore a vivisezionare ogni singola parola che ho scritto per spiegare come la pensavo. Inoltre, all'epoca in cui ero ancora libero, quelli del governo hanno mandato un agente sotto copertura per cercare di tirarmi dentro ad uno dei loro "complotti del terrore"; io mi sono rifiutato di partecipare. Stranamente la giuria non ha mai sentito parlare di tutto questo. Questo processo, quindi, non riguarda quello che penso dei musulmani che uccidono dei civili americani. Riguarda quello che penso degli americani che uccidono dei civili musulmani, e su questo argomento io penso che i musulmani devono difendere le loro terre dagli stranieri invasori, sovietici, americani o marziani che siano.

Ecco quello che penso. E' quello che ho sempre pensato e quello che continuerò a pensare. Non si tratta né di terrorismo né di estremismo. E' semplicemente tutto quello che simboleggiano le frecce che compaiono sul sigillo che sta sopra le vostre teste: la difesa della patria. Io non sono d'accordo con i miei avvocati quando affermano che non dovete condividere ciò che penso. No, chiunque abbia un po' di senso comune e un po' di umanità non può che essere d'accordo con me. Se qualcuno fa irruzione in casa tua per rapinarti e fare del male alla tua famiglia, è la pura e semplice logica ad imporre che tu faccia tutto quanto serve per cacciare da casa gli invasori. Quando la casa è un paese musulmano, e quando l'invasore è l'esercito degli Stati Uniti, chissà perché i parametri di giudizio cambiano all'istante. Il buon senso viene ribattezzato "terrorismo" e la gente che si difende da qualcuno che dall'altra parte dell'oceano piomba lì per ammazzarla diventa i "terroristi" che "uccidono gli americani". Considerare l'America brutalizzata dai britannici che andavano per le sue strade due secoli e mezzo fa, significa considerare brutalizzati anche i musulmani; oggi sono loro che hanno i soldati americani per le strade. E' la mentalità del colonialismo.

Quando il sergente Bales il mese scorso ha sparato a tutti quegli afghani i mass media non hanno parlato altro che di lui: della sua vita, di quanto era stressato, del suo disturbo post traumatico da stress, del mutuo che doveva pagare per la casa: come se la vittima fosse stata lui. Alla gente che aveva ucciso sul serio non è stato riservato alcun coinvolgimento, come se non fossero stati individui reali, come se non fossero stati degli esseri umani. Purtroppo questo modo di pensare ha finito per contagiare tutti i membri della nostra società, che se ne siano o meno resi conto. Ci ho messo due anni, a furia di discussioni, spiegazioni e chiarimenti, per convincere i miei avvocati a togliersi il paraocchi e a dare per lo meno segno di accettare che c'era una logica in quello che sostenevo. Due anni! Persone tanto intelligenti hanno impiegato un tempo così lungo, e si trattava di persone tenute per mestiere a difendermi, per rivedere i propri assunti; quanto ci vorrebbe per mettermi sul serio davanti ad una giuria composta da individui scelti a sorte ma rispettosi della condizione di essere dei miei "pari imparziali"? Siamo seri. Io non sono stato chiamato in giudizio davanti ad una giuria di miei pari, perché con la mentalità che sta stringendo l'America di oggi non è possibile che ci siano dei mei pari.

E facendo affidamento proprio su questo quelli del governo mi hanno processato; non perché ne avevano la necessità, ma semplicemente perché avevano il potere di farlo. Studiando la storia ho imparato anche un'altra cosa. L'America, nel corso della storia, ha sostenuto i governi che più degli altri si sono macchiati di ingiustizie nei confronti delle minoranze - un modo di fare politica che godeva anche dell'avallo della legge - solo per poi guardarsi indietro e dire tra sé "Ma cosa avevamo per la testa?" La schiavitù, Jim Crow, l'internamento dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale furono tutte cose ampiamente accettate dalla società americana; ciascuna di queste iniziative è stata difesa dalla Corte Suprema. Ma col passare del tempo e man mano che l'America cambiava, sia la gente comune che i tribunali hanno preso a guardare al passato e a chiedersi "Ma cosa avevamo per la testa?" Nelson Mandela veniva considerato un terrorista dal governo sudafricano e venne condannato all'ergastolo. Il tempo è passato, il mondo è cambiato, i sudafricani hanno capito quanto oppressive fossero state le linee politiche seguite fino ad allora e che non era lui ad essere un terrorista, e l'hanno liberato. E' persino diventato presidente. Così, tutto è soggettivo: peersino tutto quest'affare del "terrorismo" e di chi è un "terrorista".

Tutto dipende dal tempo e dal luogo e da qual è la superpotenza in quel momento. Per voi io sono un terrorista; per voi non c'è nulla di strano nel fatto che io sia qui in piedi vestito con una tuta arancione. Ma un giorno l'America cambierà e la gente riconoscerà quello che sta succedendo qui ed oggi per quello che è realmente. Si ricorderanno di come centinaia di migliaia di musulmani sono stati uccisi e mutilati dai soldati statunitensi in altri paesi, anche se oggi sono io quello che va in prigione per aver "cospirato per uccidere o ferire" in quegli stessi paesi perché sostengo i mujaheddin che difendono quelle persone. Si ricorderanno di come il governo ha speso milioni di dollari per incarcerarmi come "terrorista": se riuscissimo in qualche modo a riportare in vita Abeer al Janabi proprio nel momento in cui veniva violentata da un gruppo di vostri soldati, a metterla sul banco dei testimoni e a chiederle chi sono i "terroristi", sicuramente ella non indicherebbe me. Quelli del governo dicono che sono ossessionato dalla violenza, ossessionato dall'"uccidere americani". Io, come musulmano che vive in tempi come questi, non potrei pensare ad una bugia più ironica.

Tarek Mehanna
(Condannato da una Corte fascista americana a 17 anni di carcere senza avere commesso alcun reato). 
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domenica 20 febbraio 2011

I massacri in Bahrein ordinati direttamente da Washington e Londra per difendere le basi aeronavali Usa nell'isola!



Mentre i mistificatori dell'informazione venduta agli interessi imperialisti e sionisti, i famigerati chef delle 'polpette avvelenate' cercavano disperatamente di 'inventarsi' un'altra improbabile "rivoluzione verde" in Iran a partire dalla gazzarra di poche dozzine di persone e la patetica, ridicola foto di un cassonetto bruciato, l'ondata di Rivolta anti-colonialista e anti-imperialista si estendeva a scuotere un altro pilastro del dominio angloamericano in Medio Oriente, l'isola di Bahrein.

Una volta rinomata solo per la pesca delle perle (ne parlò persino Marco Polo nelle sue memorie) è oggi un bastione strategico della ragnatela a stelle e strisce che avviluppa il Medio Oriente per tenerlo soggiogato e per succhiare le sue risorse naturali a esclusivo vantaggio dei vampiri di Wall Street e altri consimili parassiti, e, grazie al Quartier Generale della Quinta Flotta Usa, é una base d'appoggio indispensabile per qualunque iniziativa militare contro la Repubblica Iraniana.

Seguendo alla lettera il manuale per il controllo neocoloniale del Terzo Mondo gli Stati Uniti hanno individuato il gruppo etnico/sociale/religioso minoritario dell'isola e lo hanno messo a capo di una popolazione che ne é separata da notevoli differenze (il 30 per cento degli abitanti é musulmano sunnita contro il 70 per cento di sciiti), in modo che la minoranza al potere, per rimanervi e per resistere alle richieste della maggioranza, si leghi sempre più disperatamente ai suoi padroni imperialisti yankee.

Visto che la politica di reazioni graduali di Ben Ali e di Mubarak ha portato a risultati disastrosi questa volta gli imperialisti, nello specifico grazie all'ex-agente britannico Ian Henderson, "consigliori" di Sicurezza di sua maestà Hamad al-Khalifa e per i trent'anni precedenti Capo dei Servizi locali, hanno suggerito una terapia "shock and awe" che si é tradotta subito in un bagno di sangue con raffiche di mitragliatrice partite dai carri armati americani M60A3 e dai blindati M113 e indirizzate ad altezza d'uomo, senza colpi d'avvertimento, senza inviti a disperdersi od arretrare, contro la folla di dimostranti che avanzava verso piazza delle Perle, per occuparla come piazza Tahrir era stata occupata dai manifestanti del Cairo.



Con la situazione tuttora fluida e in costante evoluzione é chiaro che un blog come PALAESTINA FELIX non possa coprire le notizie che arrivano dal Golfo Persico a ciclo continuo, riservandosi perciò il compito di fare "il punto" della situazione man mano che svolte decisive modifichino sensibilmente l'equilibrio delle forze in campo, esattamente come abbiamo fatto nel caso dei movimenti tunisino ed egiziano; vogliamo che fin dall'inizio però i nostri vecchi e speriamo anche nuovi lettori abbiano ben chiaro in mente che gli attuali movimenti di protesta per la Democrazia non siano "venuti su come funghi" dall'oggi al domani sulla scorta unicamente dell'esempio delle manifestazioni nordafricane, come dice il dirigente del fronte bahreini per la democrazia in esilio a Londra, Saeed al-Shahabi, la cui voce si può sentire nel primo video: "Abbiamo richiesto un dialogo per le Riforme almeno da dieci anni, senza risultato, e ora, dopo aver sparato sulla nostra gente, all'undicesima ora, il Re e i suoi parenti vorrebbero 'dare il via a un dialogo nazionale' per evitare le peggiori conseguenze dei loro atti criminali".

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giovedì 3 febbraio 2011

Fidel Castro: "Gli Usa non cesseranno di cospirare contro Egitto e Mondo arabo, finché resteranno una potenza imperialista"


Il fato di Mubarak é segnato, nemmeno con il diretto intervento militare di Israele e Stati Uniti sarebbe possibile salvare il traballante trono del 'faraone' filo-imperialista, perché una violazione così aperta e sfacciata dei più basilari principi di legalità internazionale farebbe sorgere gli ottanta milioni di Egiziani come un sol uomo contro la minaccia straniera e, come insegna la Storia, contro i popoli che uniti vogliono, sentono e lottano, nemmeno i più muniti arsenali del capitalismo e del neo-colonialismo possono alcunché.

Gli Egiziani, un popolo che più di quattromila anni fa aveva già impresso il suo marchio indelebile su questo pianeta, hanno tollerato fin troppo le angherie e le imposizioni occidentali e hanno l'intenzione e le capacità (oltre che il pieno diritto) di tornare protagonisti del loro tempo e della loro storia, senza dover rispondere a nessun altro.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che vide brevemente l'Egitto come sfondo di alcune campagne militari, l'audace e generoso impulso incarnato da Gamal Abdel Nasser diede al paese e ai suoi abitanti un assaggio, niente più che un assaggio, di libertà e autonomia: insieme all'indiano Nehru, agli africani Kwame Nkrumah e Ahmed Touré e all'indonesiano Sukarno Nasser fu tra i fondatori del Movimento dei Non-allineati, che aiutò e sostenne le lotte dei popoli di Asia e Africa contro i cascami del dominio coloniale europeo e l'incalzante morsa del neocolonialismo a stelle e strisce.

Cuba, la nazione che ebbi l'onore di contribuire a liberare e poi guidare per lungo tempo, fu onorata, letteralmente onorata di poter sedere in un simile consesso, di cui sono stato Segretario generale per sei anni anni dal 1979 all'83 e dal 2006 al 2008.

Nel 1956 i colonialisti di un tempo, Francia e Inghilterra, cercarono con un'avventura militare pretenziosa e insostenibile di piegare nuovamente l'Egitto ai loro voleri e, nel progettare l'aggressione contro Nasser e il suo popolo, trovarono la complicità della cricca al potere a Tel Aviv, che aveva snaturato il legittimo desiderio ebraico di una patria nazionale per trasformare Israele nella portaerei dell'imperialismo in Medio Oriente.

Fu solo grazie all'ammonimento sovietico che simili aggressioni erano totalmente inaccettabili nel mondo moderno, rinforzato con la prospettiva di un intervento strategico dell'URSS in soccorso all'Egitto, che la cosiddetta "aggressione tripartita" venne fermata.

La morte di Gamal Nasser, il 28 settembre del 1970, fu una vera e propria tragedia per l'Egitto. Il suo vice e successore, Anwar Sadat, si mostrò di pasta molto diversa e, dopo una breve fiammata d'orgoglio coincidente con la Guerra del 1973, con la quale si ottenne il ritiro delle truppe sioniste dal Sinai (occupato con l'attacco a tradimento del 1967), egli preferì lasciarsi irretire e sedurre dalle sirene americane e occidentali, trasformandosi da legittimo rappresentante della volontà nazionale in un governatore locale asservito alla volontà di Washington, della Nato, di Israele.
Un paese di arroganti sbruffoni che si autonominano: "poliziotto del mondo" e credono che la diplomazia si faccia col manganello, quale migliore descrizione degli Usa? Dai tempi di Teddy Roosevelt a Obama nulla é cambiato...
Gli Stati Uniti, fino a che non saranno costretti dal tracollo inevitabile del loro ingiusto sistema politico ed economico, non cesseranno mai di tramare ai danni dell'Egitto, del Mondo arabo e del Medio Oriente, perché solo attraverso la rapina e il saccheggio delle risorse del Sud del Mondo essi possono sperare di dare in qualche modo ossigeno al boccheggiante costrutto del capitalismo neoliberista, che rende i lavoratori sempre più poveri e gli sfruttatori e i parassiti sempre più ricchi ed avidi, come la crisi finanziaria che attanaglia il mondo ormai quasi da tre anni dimostra con fin troppa evidenza.

domenica 2 gennaio 2011

Gli USA si preparano a smembrare il Sudan. Israele, ovviamente, é coinvolto

Questo articolo é stato scritto dalla redazione di Palaestina Felix per gli amici del sito Saigon2K, sul quale é stato originariamente pubblicato a questo indirizzo.

Il continente africano ha ereditato dalla dominazione coloniale europea confini assurdi e irrazionali, tracciati originariamente per dirimere sfere di influenza conflittuali, o per separare tra stati diversi etnie troppo indipendenti o bellicose.

Il mosaico delle concessioni petrolifere sudanesi. (cliccare il link per ingrandire) Si nota l'assenza pressoché totale di compagnie americane.
Mai, in oltre cinquant’anni di decolonizzazione, si é mai permesso ai popoli ex-colonizzati di modificare i vecchi confini coloniali, a prezzo di lasciare intere regioni preda di instabilità e guerre civili.

Adesso, gli Stati Uniti, ridotti alla canna del gas dalle sconfitte e dalle spese Irakene ed afghane, ma sempre avidi di petrolio e ansiosi di “cambi di regime”, stanno architettando per il Sudan ciò che é stato “tabù” per tutti i decenni precedenti: un referendum che dovrebbe sancire la secessione del Sud del paese, separandone la porzione animista e cristiana dal Nord musulmano.
Charles Gordon, conquistatore del Sudan in nome di Sua maestà britannica.
Il Sudan, uno stato “ponte” fra il Nordafrica arabo e l’Africa nera, venne creato dai britannici per salvaguardare il Nilo e il Canale di Suez. Conquistato con le campagne di Gordon Pasha e poi ripreso dopo la rivolta derviscia del Mahdi, esso contiene oltre 600 etnie diverse che parlano 400 lingue e dialetti variamente imparentati e praticano religioni molto differenti: fra gli abitanti del Sudan si contavano i Nubiani musulmani, i feroci Beja delle coste del Mar Rosso, che gli Inglesi soprannominarono Fuzzy-Wuzzies per le capigliature voluminose e ispide, i nomadi Bagarra del Darfur e le tribù dell’Alto Nilo, che vivevano quasi all’Età della pietra.

Il Sudan si é mostrato estremamente stabile e longevo per uno stato africano, nonostante una instabilità delle province meridionali, che, amplificata ed esagerata ad arte dai media statunitensi, ha fornito la scusa per l’ennesima intrusione in Africa della Casa Bianca. I movimenti secessionisti del Sud Sudan, guidati e finanziati da missionari cristiani politicamente motivati, hanno ricevuto negli ultimi vent’anni un vero e proprio diluvio di fondi e armamenti, finanziati principalmente da estremisti cristiani islamofobi con legami col partito repubblicano.

A questo scenario di contrasto Nord-Sud si sovrappone il mosaico di conflitti tribali fra i Dinka, gli Shilluk e i Nuer, gruppi di pastori nomadi nilotici che tradizionalmente si contendono donne e armenti con raid armati.

In più, nelle regioni occidentali del Darfur e del Kordofan, esistono tensioni fra popolazioni pastorali e semi-nomadi e altre agricole e stanziali, come nel Montana dei tempi del West. Ovviamente l’apparato mediatico americano e occidentale non aveva alcun interesse a dirimere e distinguere le varie questioni, che ha prontamente mescolato le une alle altre per offrire al pubblico rimbecillito della CNN e di SKY news un “fumettone” di ‘poveri cristiani perseguitati dai feroci islamici’, indicando nel generale di Khartoum Omar el-Bashir il “big bad” della situazione.

Piegando ai propri interessi la Corte criminale internazionale dell’Aia, gli Usa (proprio loro che rifiutano ostinatamente di lasciar giudicare i loro militari e cittadini per qualunque crimine commesso all’estero) sono riusciti a lanciare pretestuose accuse contro Bashir e a far passare sanzioni contro il Sudan quando questo si é rifiutato di consegnare il generale al tribunale straniero.

Mancando però i quattrini per una invasione in grande stile, sembra che Washington abbia deciso di usare l’arma referendaria per squartare il paese in due e imporre i propri fantocci sulla parte meridionale, ricca di petrolio e confinante con Somalia, Ciad, Congo ed Etiopia.

Agendo come proxy della politica coloniale degli Usa, Israele é stato attivissimo nell’armare ed addestrare i guerriglieri cristiani dell’SPLA e, come accadeva ai tempi di Hailé Selassié e Amin Dada, é già pronto a riprendere le trame dei suoi intrighi nel Corno d’Africa, che si interruppero bruscamente quando i due dittatori locali fedeli all’Occidente vennerò l’uno spodestato e ucciso (Selassié) e l’altro (Idi Amin) si convertì all’Islam e al panafricanismo “verde” che guardava a Tripoli e a Gheddafi.

Lo scopo della manovra israelo-americana é quello di tagliare l’erba sotto i piedi ai cinesi, che hanno allacciato ottimi rapporti con Khartoum e con Bashir, diventando i principali compratori del greggio sudanese e riempiendo i forzieri del generale di denaro che é stato oculatamente speso in progetti di sviluppo del paese, contrattati a prezzi di favore da imprese ovviamente cinesi.

Non é ancora chiaro come Pechino abbia intenzione di reagire alla programmata disintegrazione del Sudan ma é chiaro che il paese del dragone non ha certo intenzione di subire passivamente le azzardate mosse di politica estera a stelle e strisce, soprattutto in un momento in cui é più che ovvio che la Casa Bianca non ha i fondi o il personale per impelagarsi in un teatro di operazioni africano, con due crisi ancora accese in Medio Oriente e Asia centrale.