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giovedì 5 febbraio 2015

Le truppe corazzate di Assad si stringono attorno a Raqqa da Nord e da Sud...l'ISIS in Siria ha i giorni contati!!

L'Esercito Arabo Siriano ha iniziato vaste operazioni nella Provincia di Raqqa che dovranno portare alla liberazione dell'area e del suo capoluogo; ultima zona del paese dove gli sgozzatori dell'ISIS (che hanno recentemente dimostrato di avere anche un penchant per i 'barbecue umani') hanno ancora il controllo di una vasta zona di territorio.

venerdì 30 gennaio 2015

L'ISIS a Raqqa ammazza oltre sessanta combattenti sauditi che volevano scappare!!

Cittadini siriani di Raqqa, fedeli al Governo di Bashar Assad ma costretti dalle circostanze a rimanere sotto il giogo bigotto dei terroristi dell'ISIS riportano che una nuova esecuzione di massa di oltre sessanta combattenti sauditi e degli Emirati Arabi che hanno cercato di disertare le fila del 'Califfato' sia avvenuta pochi giorni orsono.

domenica 21 dicembre 2014

Clamoroso! L'ISIS in Siria ammazza cento "dei suoi" che si erano stufati della 'jihad' e volevano tornare a casa!

A Raqqa, ultimo centro abitato maggiore della Siria ancora sotto il controllo dell'ISIS dopo che Deir Ezzour é stata per oltre metà liberata dalle truppe di Assad, il 'califfato' ha molti problemi a mantenere la disciplina, visto che negli ultimi giorni é stato costretto a giustiziare oltre cento militanti riottosi.

Gli uccisi, per la maggior parte provenienti dall'Europa, erano stati reclutati nelle moschee e nelle sale di preghiera sorte nella Banlieu parigina, a Londra, a Birmingham, a Milano, come frutto avvelenato dell'immigrazionismo buonista più miope e sregolato ma, una volta arrivati in Siria avevano visto che la realtà della 'jihad' era affatto come gliel'avevano figurata i mullah pagati da Riyadh e da Doha e volevano tornare a casa.

Il fenomeno é talmente vasto che l'ISIS ha dovuto creare una "forza speciale" per inseguire e catturare i disertori. Le esecuzioni sono state pubbliche, per dare un esempio e scoraggiare altri possibili scontenti.

Speriamo che simili episodi si ripetano e che il flusso di cretini aspiranti miliziani dall'Europa, se non si prosciughi, quantomeno si restringa fortemente,

lunedì 28 luglio 2014

L'ITALIA MIGLIORE a Piazza San Babila per la Giornata Internazionale di Al-Quds!!

Anche quest'anno il movimento "Stato e Potenza" si é mobilitato per celebrare la Giornata Internazionale di Al-Quds e, visto il momento particolarmente tragico e critico vissuto dalla Palestina, più che un dotto simposio come quello organizzato l'anno scorso a Lonate del Garda é stata ritenuta più adatta una mobilitazione massiccia nella principale metropoli del Nord Italia.
Piazza San Babila a Milano si é quindi animata di bandiere palestinesi, siriane, iraniane, dell'SSNP e di Hezbollah portate dagli esponenti di quell' ITALIA MIGLIORE che sa andare oltre la cortina di menzogne dei media asserviti, che SA che il futuro dela Palestina sta con l'Asse della Resistenza, con la Siria, con l'Iran e con gli uomini di Nasrallah, che schifano i variopinti "stracci della pace" che non portano a niente se non al ribiascicare bavoso di slogan superati e inefficaci.

Chi scrive, per impegni precedenti, non ha potuto prendere parte a questa bellissima giornata di impegno e di solidarietà e se ne duole, ma ha piacere di ripubblicare le foto dell'evento riconoscendo in diverse l'amico Ali Reza Jalali (più volte gradito ospite su queste pagine) e Stefano Bonilauri che tante volte ci ha invitato a belle e fruttuose iniziative.
Grazie a tutti i presenti per aver dato una testimonianza così splendida!

sabato 3 agosto 2013

Immagini esclusive dall'evento di Lonate del Garda per la Giornata Internazionale di Gerusalemme!

Queste tre immagini arrivano direttamente dagli amici di "Stato & Potenza" che nella serata di ieri si sono riuniti vicino a Lonate sul Garda per celebrare insieme ad alcuni importanti sostenitori italiani e non dell'Idea Euroasiatica e del Fronte Anti-Imperialista italiano la Giornata Internazionale di Al-Quds.
Riunire diverse dozzine di persone in Italia in pieno Agosto per discutere di argomenti di politica internazionale che vanno direttamente "contro" la vulgata imperiale filosionista e filoamericana che viene propalata ogni giorni dai massmedia venduti al regime é un risultato tutt'altro che da disprezzare, auguriamo a tutti i convenuti di ieri un buon proseguimento all'insegna dell'impegno e della lotta, con risultati futuri ancora più lusinghieri!

venerdì 2 agosto 2013

Grande manifestazione in corso di svolgimento a Londra per la Giornata Internazionale di Gerusalemme!!

Si é tenuta questo pomeriggio a Londra un'importantissima manifestazione nel quadro degli eventi per la Giornata Internazionale di Gerusalemme che ha visto l'intervento di rilevanti personalità palestinesi come Khader Adnan, sopravvissuto l'anno scorso a un lunghissimo sciopero della fame e l'ex-calciatore e attivista Mahmoud Sarsak.

Il rally, tenutosi in Portland Place proprio dietro gli edifici della BBC, che ogni giorno emana dai suoi studi svergognata propaganda filosionista, ha radunato migliaia di persone e ha mostrato come gli ideali che 34 anni fa ispirarono l'Ayatollah Khomeini a dedicare l'ultimo venerdì di Ramadan  alla Causa della Palestina offesa e occupata sono ben vivi e popolari in Europa, nonostante le Lobby a Sei Punte che cercano di comprare politici imbelli e senza onore.

Dopo avere marciato compatti fino all'ambasciata statunitense, i partecipanti alla grande manifestazione si disperderanno circa un'ora dopo la pubblicazione di questa notizia, certi di avere dato un segnale chiaro e forte di fratellanza e solidarietà col Popolo di Palestina.

Celebriamo tutti insieme la Giornata Internazionale di Gerusalemme così come la volle l'Ayatollah Khomeini!

Oggi ricorre come ogni anno la Giornata Internazionale di Gerusalemme (Al-Quds), ricorrenza voluta dall'Ayatollah Khomeini per sensibilizzare gli spiriti liberi e gli amici della Causa Palestinese al problema dell'occupazione da parte del regime illegale ebraico di una delle città più importanti per la Storia e la Cultura umana, la cui identità araba (cristiana e musulmana) sta rischiando di venire cancellata sotto la coltre asfissiante di una fittizia e fasulla 'ebraicità' che non é mai esistita nel senso omologante e distruttivo con cui la intendono i sionazisti, che vorrebbero trasformare Al-Quds in un rozzo luna-park per turisti americani sionisti.

Nel nostro paese eventi per la Giornata Internazionale saranno organizzati dall'Associazione Islam Shia Italia a cui da subito lanciamo il nostro saluto e la nostra riconoscenza per portare anche in questo paese assediato dalla pestifera lobby sionista, il refolo di libertà e di consapevolezza partito trentaquattro anni fa dalla Teheran rivoluzionaria.

Un altro importante simposio si terrà nei dintorni di Lonato del Garda questa sera e vedrà l'intervento tra gli altri del Segretario di Stato & Potenza Stefano Bonilauri dell'ottimo Ali Reza Jalali (nostro 'ospite' fisso e commentatore sempre graditissimo) e di Claudio Mutti della rivista 'Eurasia'


sabato 20 aprile 2013

Il Mufti di Tunisia si pronuncia contro gli estremisti che reclutano mercenari: "Contro Assad nessuna 'Jihad'!"

Il Mufti di Tunisi Othman Battik, massima autorità religiosa per i Musulmani sunniti del paese nordafricano ha usato il pulpito della scorsa preghiera del venerdì per lanciare il suo "altolà" ai predicatori estremisti che negli ultimi tempi hanno fatto opera di proselitismo se non di vero e proprio reclutamento al fine di inviare giovani fanatizzati a rimpinguare le fila dei mercenari qaedisti wahabiti pagati dagli Emiri sauditi e qatarioti e sostenuti da Usa, NATO e Israele contro il Governo del Presidente Assad e il popolo siriano, specialmente le minoranze cristiane, druse, sciite e alawite.

"Andare in un paese musulmano per uccidere altri musulmani e altri aderenti alle Religioni del Libro, nel tentativo di rovesciare un Governo eletto e sostenuto dal popolo di quel paese, non può, sotto alcun aspetto o sotto alcuna giustificazione, venire considerato come un atto di Jihad", ha dichiarato il Mufti sottolineando inoltre come le voci riguardo ai 'permessi' di violentare o comunque forzare a rapporti sessuali donne siriane rilasciati da certi 'imam' wahabiti "Dimostrano tutta la corruzione e l'abiezione morale di questi individui".

Pur apprezzando moltissimo ogni presa di posizione da parte di autorità politiche o spirituali contro il wahabismo e contro il complotto imperialista antisiriano ci domandiamo come mai il venerabile Othman Battik abbia aspettato tanto a lungo a lanciare il suo interdetto religioso, visto che la Siria é sotto l'attacco delle bande estremiste ormai da due anni.

Vista la recente stringa di importanti vittorie conseguite dalle forze regolari fedeli al Governo e al Presidente Assad pensiamo (male, ma 'andreottianamente' convinti di 'azzeccarci') che come molti papi, vescovi, bonzi, rabbini e altri personaggi spirituali anche al Mufti di Tunisia piaccia puntare sui cavalli sicuri.

sabato 5 maggio 2012

Tarek Mehanna: vittima della nuova 'caccia alle streghe' Made in Usa

In nome d'Iddio, compassionevole e misericordioso.

Quattro anni fa esatti, proprio in aprile, avevo finito il mio turno di lavoro all'ospedale. Stavo andando a piedi a riprendere la macchina quando mi vennero vicino due agenti federali. Mi dissero che potevo scegliere tra due cose: potevo prendere la strada più facile, o potevo prendere quella più difficile. Quella facile, come mi spiegarono, significava diventare un informatore per il governo. Se avessi accettato non avrei mai visto come sono fatti un tribunale o una cella. Quella difficile, beh, è quella che mi ha condotto qui. Sono qui dopo aver passato la gran parte degli ultimi quattro anni in una cella singola grande quanto un ripostiglio ed in cui trascorro chiuso a chiave ventitré ore al giorno. L'FBI e gli inquirenti hanno lavorato molto duramente -e il governo ha speso milioni di dollari di tasse- per chiudermi in quella cella, farmici restare, portarmi in tribunale e alla fine avermi qui in piedi davanti a voi perché oggi fossi condanato a trascorrervi ancora più tempo. Nelle settimane che hanno preceduto questo momento molte persone mi hanno dato dei suggerimenti su quello che avrei dovuto dirvi. Alcuni hanno detto che avrei dovuto pietire misericordia sperando in una sentenza leggera, altri invece mi hanno detto che in un modo o nell'altro non me la sarei comunque cavata con poco.
Non fate vedere 'Batman' ai bambini...diventeranno "terroristi"!
 Quello che voglio fare io è soltanto parlare di me per pochi minuti. Quando mi sono rifiutato di diventare un informatore, quelli del governo hanno reagito accusandomi del "crimine" di aver sostenuto i mujaheddin -o, come li chiamano loro, i "terroristi"- che combattono contro l'occupazione dei paesi musulmani in tutto il mondo. Io non sono nato in un paese musulmano, sono nato e cresciuto qui in America e questa cosa irrita molta gente: com'è possibile che io, americano, creda nelle cose in cui credo e prenda le posizioni che prendo? Tutto quello cui un uomo è esposto nell'ambiente in cui vive ha un qualche effetto su di lui, ed io non faccio eccezione. Così, per più versi, io sono come sono proprio perché sono americano. A sei anni cominciai a raccogliere una grande collezione di fumetti. E' stato Batman a ficcarmi in testa un certo concetto, a presentarmi una certa visione paradigmatica di come funziona il mondo: da una parte ci sono gli oppressori, dall'altra ci sono gli oppressi, e poi ci sono quelli che si alzano a difendere gli oppressi. La cosa mi ha colpito a tal punto che per tutto il resto dell'infanzia sono stato attratto da qualunque libro riflettesse questa visione: La capanna dello Zio Tom, l'autobiografia di Malcolm X... riuscii a trovare una dimensione etica anche nel Giovane Holden.

Quando andai alle superiori e cominciai a seguire delle vere lezioni di storia, imparai come il mondo funzioni davvero in quel modo. Seppi dei Nativi Americani e di quello che li aveva fatti cadere nelle mani dei colonizzatori europei, ed imparai poi di come i discendenti di quei colonizzatori vennero a loro volta oppressi dalla tirannia di re Giorgio III. Lessi la storia di Paul Revere, di Tom Paine, e di come gli americani insorsero armati contro le forze militari britanniche: un'insurrezione che adesso ricordiamo riverenti come guerra rivoluzionaria americana. Da bambino ho anche partecipato a varie gite scolastiche la cui meta era a pochi isolati di distanza da dove ci troviamo adesso. Imparai chi fossero Harriet Tubman, Nat Turner, John Brown e la lotta contro la schiavitù in questo paese. Imparai la storia di Emma Goldman, di Eugene Debs, e la storia delle lotte sindacali, della classe operaia, dei poveri. Studiai di Anna Frank e dei nazisti, e di come perseguitavano le minoranze e imprigionavano i dissidenti. Studiai la storia di Rosa Parks, di Malcolm X, di Martin Luther King e delle lotte per i diritti civili. Studiai la storia di Ho Chi Minh e di come i vietnamiti abbiano combattuto per decenni per liberarsi da un invasore dopo l'altro. Lessi di Nelson Mandela e della lotta contro l'apartheid in Sud Africa. Tutto quello che ho imparato in quegli anni non ha fatto che confermare le prime cose che avevo appreso a sei anni: nella storia c'è sempre stata una lotta incessante tra oppressi ed oppressori.

E in ogni lotta che mi capitava di studiare stavo sempre con gli oppressi e provavo sempre ammirazione per coloro che si levavano a difenderli, non importa di quale nazionalità o di quale religione fossero. E non ho mai buttato via gli appunti che prendevo a scuola: sono tutti in ordine, impilati nell'armadio di camera a casa mia, anche mentre sto qui in piedi a parlare davanti a voi. Di tutti i personaggi storici di cui mi sono interessato, uno spicca su tutti gli altri. Rimasi impressionato per più versi da Malcolm X, ma la cosa di lui che più mi ha colpito è stata la sua trasformazione, il suo percorso di trasformazione personale. Non so se avete visto il film X di Spike Lee; è un film che dura più di tre ore e mezza, ed il Malcolm che si vede all'inizio è diverso dal Malcolm che si vede alla fine. All'inizio è un delinquente analfabeta, poi arriva ad essere un marito, un padre, una guida protettiva e faconda per il suo popolo, un bravo musulmano che compie lo Hajj alla Mecca e, alla fine, un martire. La vita di Malcolm mi ha insegnato che l'Islam non è qualcosa di innato, non è una cultura e non è una questione di appartenenza etnica. L'Islam è un modo di vivere, una condizione mentale che tutti possono scegliere, non inporta da dove vengono o come sono cresciuti.

Questo mi ha spinto ad approfondire l'Islam, e l'Islam mi ha conquistato. Ero solo un adolescente, ma l'Islam si è mostrato in grado di dare una risposta ad un interrogativo davanti al quale le più grandi menti scientifiche si sono dimostrate impotenti, la questione capace di spingere alla depressione e al suicidio anche l'individuo più ricco e famoso che non sia in grado di dare ad essa una risposta: qual è il significato della vita? Perché esistiamo? L'Islam inoltre risponde anche all'interrogativo del come dovremmo regolare le nostre esistenze. E dal momento che non schiera alcuna gerarchia e alcun ordine sacerdotale, io stesso ho potuto direttamente e senza indugio iniziare ad approfondire i testi del Corano e gli insegnamenti del Profeta Muhammad ed intraprendere il cammino verso la comprensione di cosa tutto questo significasse, delle implicazioni che l'Islam ha per me in quanto essere umano, per me come individuo, per la gente che mi circonda e per il mondo intero; e più studiavo, più consideravo l'Islam prezioso come l'oro. La pensavo in questo modo quand'ero adolescente ma anche adesso, nonostante tutto quello che ho sofferto negli ultimi anni, io sono qui in piedi davanti a voi e davanti a chiunque altro in quest'aula di tribunale nelle vesti di uno che è orgoglioso di essere musulmano.

Man mano che studiavo cominciai ad interessarmi a quello che stava succedendo ai musulmani in varie parti del mondo. Ovunque guardassi vedevo all'opera grandi potenze intente a cercare di distruggere quello che io invece amavo. Lessi di cosa avevano fatto i sovietici ai musulmani dell'Afghanistan e i serbi ai musulmani di Bosnia; lessi di quello che i russi stavano facendo ai musulmani in Cecenia. Lessi di quello che lo stato sionista aveva fatto in Libano, e di quello che sta continuando a fare il Palestina con il pieno sostegno degli Stati Uniti. E infine scoprii quello che la stessa America stava facendo ai musulmani. Lessi della guerra nel Golfo e delle bombe ad uranio impoverito che hanno ucciso migliaia di persone e fatto salire alle stelle il numero dei casi di cancro in tutto l'Iraq. Ho letto delle sanzioni volute dall'America, sanzioni che hanno vietato di importare in Iraq cibo, farmaci ed equipaggiamenti medici, e di come -secondo le Nazioni Unite- più di mezzo milione di bambini sia morto a causa di tutto questo. Ricordo una sequenza tratta da un'intervista a Madeline Albright trasmessa da 60 minutes, in cui la Albright diceva che secondo lei era "valsa la pena" che tutti quei bambini morissero.

L'ho visto l'undici settembre, quando un gruppo di persone si è spinto a dirottare degli aerei e a farli schiantare contro dei palazzi tanta era l'indignazione per la morte di quei bambini. L'ho visto poi, quando l'America ha attaccato ed invaso direttamente l'Iraq. Ho visto gli effetti dello "Shock and Awe" il giorno in cui è iniziata l'invasione, i bambini nelle corsie degli ospedali con le schegge dei missili americani che gli uscivano dalla fronte (no, nulla di tutto questo è andato in onda sulla CNN). Ho saputo cos'è successo nella città di Haditha dove ventiquattro musulmani, tra i quali c'erano donne, bambini e addirittura un settantaseienne ridotto in sedia a rotelle, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco e di bombe mentre ancora stavano dormendo nei loro letti da fucilieri di marina degli Stati Uniti. Ho saputo di Abeer al Janabi, una ragazzina irachena di quattordici anni che cinque soldati americani hanno violentato in gruppo, prima di sparare in testa a lei e a tutta la sua famiglia e di dare alla fine i loro corpi alle fiamme. Vi voglio ricordare che, come potete facilmente constatare di persona, le donne musulmane non lasciano intravedere neppure i loro capelli ad un uomo a loro estraneo. Cercate dunque di immaginare questa ragazzina, che viene da un villaggio conservatore, cui vengono strappati i vestiti e che viene violentata non da uno, non da due, non da tre, non da quattro, ma da cinque soldati.

Anche oggi seduto nella mia cella posso leggere degli attacchi con i droni che continuano ad uccidere ogni giorno dei musulmani in paesi come il Pakistan, la Somalia e lo Yemen. Un mese fa abbiamo tutti sentito la notizia dei diciassette musulmani afghani, per lo più mamme con i loro bambini, cui un militare americano ha sparato, dando anche in questo caso fuoco ai loro corpi. Tutte storie che finiscono nei titoli di testa, ma una delle prime cose che ho imparato è che l'Islam è essenzialmente una questione di lealtà e di fratellanza: ogni donna musulmana è mia sorella, ogni uomo mio fratello, e tutti insieme siamo un tutt'uno i cui appartenenti hanno il dovere di proteggersi reciprocamente. In altre parole io non posso accettare che cose simili vengano fatte a miei fratelli e a mie sorelle -qui in America o altrove- e rimanere indifferente. Ho continuato a solidarizzare con gli oppressi, ma adesso la questione diventava più personale, così come diventava più personale la mia ammirazione per coloro che li difendevano. Prima ho citato Paul Revere; quando iniziò la sua cavalcata nella notte, lo fece per avvertire che gli inglesi stavano dirigendosi verso Lexington per arrestare Sam Adams e John Hancock, e verso Concord per sequestrare le armi che i Minuteman vi avevano accumulato. Appena gli inglesi giunsero a Concord trovarono i Minuteman ad attenderli armi alla mano. I Minuteman aprirono il fuoco contro gli inglesi, li costrinsero a combattere e li batterono. La Rivoluzione Americana è nata con quello scontro armato. C'è una parola, in arabo, per descrivere quello che quei Minuteman fecero quel giorno. Questa parola è jihad.

Ecco per che cosa mi si processa. Tutti questi video e tutte queste traduzioni e tutte questi litigi bambineschi a base di "Ehi, ha tradotto questo paragrafo" e "Oh, ha riportato questa frase" e tutto il resto del baraccone ruotano attorno ad una questione sola: quella dei musulmani che si sono difesi contro i soldati americani, che stavano facendo loro esattamente quello che i britannici fecero a suo tempo all'America. Nel corso del processo è venuto fuori chiaro e limpido che non ho mai, mai progettato di "uccidere americani" nei grandi magazzini o chissà dove altro. Gli stessi testimoni di parte del governo hanno negato la cosa, e mettiamoci pure tutta la fila di periti che si è avvicendata a quel banco, passando ore a vivisezionare ogni singola parola che ho scritto per spiegare come la pensavo. Inoltre, all'epoca in cui ero ancora libero, quelli del governo hanno mandato un agente sotto copertura per cercare di tirarmi dentro ad uno dei loro "complotti del terrore"; io mi sono rifiutato di partecipare. Stranamente la giuria non ha mai sentito parlare di tutto questo. Questo processo, quindi, non riguarda quello che penso dei musulmani che uccidono dei civili americani. Riguarda quello che penso degli americani che uccidono dei civili musulmani, e su questo argomento io penso che i musulmani devono difendere le loro terre dagli stranieri invasori, sovietici, americani o marziani che siano.

Ecco quello che penso. E' quello che ho sempre pensato e quello che continuerò a pensare. Non si tratta né di terrorismo né di estremismo. E' semplicemente tutto quello che simboleggiano le frecce che compaiono sul sigillo che sta sopra le vostre teste: la difesa della patria. Io non sono d'accordo con i miei avvocati quando affermano che non dovete condividere ciò che penso. No, chiunque abbia un po' di senso comune e un po' di umanità non può che essere d'accordo con me. Se qualcuno fa irruzione in casa tua per rapinarti e fare del male alla tua famiglia, è la pura e semplice logica ad imporre che tu faccia tutto quanto serve per cacciare da casa gli invasori. Quando la casa è un paese musulmano, e quando l'invasore è l'esercito degli Stati Uniti, chissà perché i parametri di giudizio cambiano all'istante. Il buon senso viene ribattezzato "terrorismo" e la gente che si difende da qualcuno che dall'altra parte dell'oceano piomba lì per ammazzarla diventa i "terroristi" che "uccidono gli americani". Considerare l'America brutalizzata dai britannici che andavano per le sue strade due secoli e mezzo fa, significa considerare brutalizzati anche i musulmani; oggi sono loro che hanno i soldati americani per le strade. E' la mentalità del colonialismo.

Quando il sergente Bales il mese scorso ha sparato a tutti quegli afghani i mass media non hanno parlato altro che di lui: della sua vita, di quanto era stressato, del suo disturbo post traumatico da stress, del mutuo che doveva pagare per la casa: come se la vittima fosse stata lui. Alla gente che aveva ucciso sul serio non è stato riservato alcun coinvolgimento, come se non fossero stati individui reali, come se non fossero stati degli esseri umani. Purtroppo questo modo di pensare ha finito per contagiare tutti i membri della nostra società, che se ne siano o meno resi conto. Ci ho messo due anni, a furia di discussioni, spiegazioni e chiarimenti, per convincere i miei avvocati a togliersi il paraocchi e a dare per lo meno segno di accettare che c'era una logica in quello che sostenevo. Due anni! Persone tanto intelligenti hanno impiegato un tempo così lungo, e si trattava di persone tenute per mestiere a difendermi, per rivedere i propri assunti; quanto ci vorrebbe per mettermi sul serio davanti ad una giuria composta da individui scelti a sorte ma rispettosi della condizione di essere dei miei "pari imparziali"? Siamo seri. Io non sono stato chiamato in giudizio davanti ad una giuria di miei pari, perché con la mentalità che sta stringendo l'America di oggi non è possibile che ci siano dei mei pari.

E facendo affidamento proprio su questo quelli del governo mi hanno processato; non perché ne avevano la necessità, ma semplicemente perché avevano il potere di farlo. Studiando la storia ho imparato anche un'altra cosa. L'America, nel corso della storia, ha sostenuto i governi che più degli altri si sono macchiati di ingiustizie nei confronti delle minoranze - un modo di fare politica che godeva anche dell'avallo della legge - solo per poi guardarsi indietro e dire tra sé "Ma cosa avevamo per la testa?" La schiavitù, Jim Crow, l'internamento dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale furono tutte cose ampiamente accettate dalla società americana; ciascuna di queste iniziative è stata difesa dalla Corte Suprema. Ma col passare del tempo e man mano che l'America cambiava, sia la gente comune che i tribunali hanno preso a guardare al passato e a chiedersi "Ma cosa avevamo per la testa?" Nelson Mandela veniva considerato un terrorista dal governo sudafricano e venne condannato all'ergastolo. Il tempo è passato, il mondo è cambiato, i sudafricani hanno capito quanto oppressive fossero state le linee politiche seguite fino ad allora e che non era lui ad essere un terrorista, e l'hanno liberato. E' persino diventato presidente. Così, tutto è soggettivo: peersino tutto quest'affare del "terrorismo" e di chi è un "terrorista".

Tutto dipende dal tempo e dal luogo e da qual è la superpotenza in quel momento. Per voi io sono un terrorista; per voi non c'è nulla di strano nel fatto che io sia qui in piedi vestito con una tuta arancione. Ma un giorno l'America cambierà e la gente riconoscerà quello che sta succedendo qui ed oggi per quello che è realmente. Si ricorderanno di come centinaia di migliaia di musulmani sono stati uccisi e mutilati dai soldati statunitensi in altri paesi, anche se oggi sono io quello che va in prigione per aver "cospirato per uccidere o ferire" in quegli stessi paesi perché sostengo i mujaheddin che difendono quelle persone. Si ricorderanno di come il governo ha speso milioni di dollari per incarcerarmi come "terrorista": se riuscissimo in qualche modo a riportare in vita Abeer al Janabi proprio nel momento in cui veniva violentata da un gruppo di vostri soldati, a metterla sul banco dei testimoni e a chiederle chi sono i "terroristi", sicuramente ella non indicherebbe me. Quelli del governo dicono che sono ossessionato dalla violenza, ossessionato dall'"uccidere americani". Io, come musulmano che vive in tempi come questi, non potrei pensare ad una bugia più ironica.

Tarek Mehanna
(Condannato da una Corte fascista americana a 17 anni di carcere senza avere commesso alcun reato). 
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venerdì 6 aprile 2012

Eccezionali immagini esclusive testimoniano della manifestazione di ieri a Gaza della Jihad Islamica!

Panoramica del raduno di ieri sera della Jihad Islamica a Gaza
Un dettaglio delle prime file del pubblico, calcolato in circa 5000-8000 persone.
Un altro scatto delle prime file, dove un giovane militante regge un placard commemorativo del martire Ahmad Ajjaj (sia lode alla sua memoria).
Lo Sceicco Nafez Azzam prende la parola.
Militanti della Jihad Islamica giurano la loro devozione alla Causa della Resistenza, notare di nuovo un manifesto del martire Ahmad Ajjaj.
Resistenza e devozione al sentiero della Jihad, fino alla sconfitta degli occupanti e alla liberazione della Palestina!
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domenica 25 marzo 2012

Le Brigate Qassam piangono il martire Ahmed Ali al-Qatrawi, caduto durante una 'missione speciale'!

Con uno speciale comunicato rilasciato nella giornata di ieri l'Ufficio Informazioni delle Brigate Ezzedine al-Qassam, ala armata del Movimento musulmano di Resistenza Hamas hanno dato la notizia della morte del giovane militante Ahmed Ali al-Qatrawi, originario del Campo Profughi di An-Nuseirat, nella fascia centrale della Striscia di Gaza.

Secondo quanto si legge nel comunicato, Al-Qatrawi avrebbe trovato la morte "mentre era impegnato "in una speciale missione di Jihad" all'interno della Striscia di Gaza. Oltre ad affermare che il 'mujahed' abbia trovato al morte 'al termine di un lungo, splendende sentiero di sforzo, duro lavoro, lotta e sacrificio (come da usuale formula) le Brigate Qassam nel messaggio rinnovano il loro impegno a proseguire la lotta armata contro le forze di occupazione sionista.

Nel corso dell'ultimo confronto armato con l'entità sionista le Brigate Qassam non avevano preso parte alle rappresaglie per l'assassinio dello Sceicco Al-Qaisi e per il successivo massacro di oltre 25 civili, attirandosi le critiche di altre organizzazioni resistenziali. Questo episodio, sia pure tramite un evento luttuoso, confermerebbe che l'ala armata di Hamas continua a progettare e preparare azioni armate contro le truppe del regime ebraico.

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giovedì 15 dicembre 2011

Le Brigate Qassam analizzano 24 anni di lotta: 11093 proiettili lanciati contro l'occupazione, 7776 soldati sionisti abbattuti!


Nel giorno delle più grandi, maestose e coinvolgenti cerimonie per il 24esimo anniversario della fondazione del Movimento musulmano di Resistenza Hamas le Brigate Ezzedine al-Qassam, che ne costituiscono l'ala militare, hanno rilasciato un lungo e accurato comunicato, nel quale sono riunite, in una specie di consuntivo redatto appena prima del traguardo del quarto di secolo di vita, le cifre più rilevanti degli obiettivi e dei risultati ottenuti dalle loro attività. Bilancio di duecentoeottantotto mesi trascorsi a opporsi con le armi alle aggressioni del regime ebraico di occupazione.

Scorrendolo si vede come i caduti delle Brigate Qassam siano stati 1848, numero spaventoso in senso assoluto, ma che, inquadrato nella prospettiva di ventiquattro anni di lotta, assume una valenza relativa e fa strame delle molte smargiassate di Tel Aviv che ogni volta che uccide un civile palestinese grida di avere "colpito un militante", in realtà le SS di Sion riescono soltanto, pur avendo a disposizione armamenti ed equipaggiamenti per miliardi e miliardi di dollari, a uccidere persone disarmate: vecchi, donne, bambini, persino neonati. Quando si trovano ad affrontare uomini adulti, pur malissimamente e approssimativamente armati e costretti a sopperire alle mancanze materiali con lo zelo, l'impegno, l'addestramento e lo spirito di sacrificio allora il celebrato 'tsahal' fa corto circuito e riesce a stento a uccidere poco più di un avversario per ciascuna propria perdita sul campo di battaglia!.

Già perché in ventiquattro anni di vita e di lotta le Brigate al-Qassam hanno eliminato 1365 soldati del regime di occupazione; ora fate un poco due conti:

1848 (militanti di Hamas uccisi) vs. 1365 (soldati sionisti uccisi)...1848/1365 = 1,353846153...

1,3 ecco quanto "vale" il soldato sionista, coi suoi carri armati da 60 tonnellate, coi suoi blindati Achzarit e Nakpadon, con la sua artiglieria meccanizzata M-109, coi suoi F-16 block 52, coi suoi elicotteri Apache e i suoi droni assassini senza pilota! Appena uno 0,3 di differenza dal militante di Hamas con la sua mimetica cucita in casa dalla moglie o dalla fidanzata, la Keffiyah ereditata dal padre o dal fratello martire, il suo Kalashnikov bielorusso o cinese e niente più, tranne la memoria dei compagni e dei camerati caduti prima di lui sul sentiero della Jihad!
Il Golia sionista, mascellone ipertecnologico che non deve nemmeno guardare nella direzione di chi massacra, contrapposto al Davide di Hamas, giovane, determinato, armato di un lanciarazzi di 40 anni fa...
Oltre ai soldati sionisti uccisi le Brigate Qassam ne hanno feriti più o meno gravemente 6411, lanciando contro basi militari dell'occupazione e insediamenti illegali di miliziani armati qualcosa come 11093 razzi artigianali e proiettili da mortaio. Dalla loro nascita, quel lontano giorno del 1987, i militanti Qassam hanno condotto ottantasette operazioni di automartirio, in rappresaglia a bombardamenti e attacchi indiscriminati delle forze sioniste sulla popolazione civile palestinese e, tramite la cattura dell'Ebreo francese Schalit nel raid di sicurezza preventiva del giugno 2006 sono riusciti a garantile la liberazione di 1047 prigionieri politici dalle galere dell'occupazione: sicuramente il risultato, e il numero, di cui tutti loro vanno maggiormente fieri!
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venerdì 14 ottobre 2011

Hezbollah loda i risultati ottenuti da Hamas nello scambio di prigionieri: "Solo il sentiero della Resistenza porta alla vittoria!"


Hezbollah, il movimento politico e religioso degli sciiti libanesi ha espresso ammirazione per la brillante conclusione delle trattative tra Hamas e il Governo sionista dell'occupazione, esitate nell'accordo per la liberazione di 1047 detenuti politici rinchiusi nelle galere israeliane in cambio del rilascio dell'Ebreo francese Gilad Schalit, catturato mentre, vestendo l'uniforme dell'esercito di Tel Aviv, si preparava a violare i confini della Striscia di Gaza.

La sezione 'Relazioni Media' del movimento ha riferito: "Hezbollah esprime tutta la sua soddisfazione e il suo orgoglio di fronte all'enorme vittoria riportata dai fratelli palestinesi di Hamas, apprezzando in particolar modo la liberazione di tutte le detenute di sesso femminile, contro le quali l'occupazione sionista non ha mancato di ricorrere alle vessazioni più codarde e ignobili; le congratulazioni si intendono estese anche a tutti gli altri movimenti palestinesi coerenti con la scelta della Jihad, ai detenuti liberandi e alle loro famiglie".
Ahlam al-Tamimi, la coraggiosa combattente che i sionisti volevano far morire in cella.
Hezbollah fa anche notare come anche questa occasione dimostri come l'unico modo di ottenere concessioni dall'occupazione sionista si affrontandola senza paura sul terreno della Resistenza e che, al contrario della coerente e coraggiosa scelta di Hamas, il sentiero più facile e allettante imboccato da quelle forze (Fatah in primis) che hanno abbandonato le armi per sedere a 'negoziare' con l'occupazione avrebbero potuto spendere anni attorno al tavolo senza ottenere una frazione di quanto portato a casa dal movimento di Khaled Mishaal.
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venerdì 26 agosto 2011

Teheran, Beirut, Il Cairo, la Giornata internazionale di Al-Quds chiama i musulmani ad aiutare la Palestina: "Contro ogni compromesso e ogni riconoscimento!"


"Non vi é speranza per la Palestina, se non nella Lotta e nella Resistenza", é tempo che tutti gli illusi, i cantori di Camp David e di Oslo, gli eterni sognatori, gli ipocriti incorreggibili si sveglino e prendano coscienza della Realtà; i sionisti di Tel Aviv e di Washington (e di tante altre parti ancora) non hanno mai concesso nulla ai tavoli della trattativa; ogni successo, ogni passo avanti nella creazione di una patria palestinese é stato guadagnato col sangue e con le lacrime, con le armi e con gli scioperi, con le manifestazioni e con gli scioperi della fame, sempre, e soltanto, in un'ottica di contrasto e conflitto.

Questo, in sintesi, il messaggio che echeggia da tutte le città e le nazioni che, rispondendo per l'ennesima volta all'invito lanciato originariamente dall'Ayatollah Ruollah Khomeini, hanno celebrato oggi la trentaudesima "Giornata Internazionale Al-Quds" dedicata alla solidarietà con le tribolazioni del popolo palestinese e alla condivisione degli ideali e degli obiettivi della sua pluridecennale lotta di liberazione.

Particolarmente imponenti, ovviamente, sono le manifestazioni a Teheran, nei quartieri sciiti di Bagdad e Beirut, nella Valle della Bekaa, nel Sud del Libano, a Bassora; ma non solo, non é necessario essere sciiti per condividere il richiamo e l'invito del fondatore della Repubblica Islamica, prova ne sia che anche Al Cairo, a Tunisi, dove la maggior parte della popolazione é sunnita, ma ha languito fino a poco tempo fa sotto il tallone dell'oppressione filo-imperialista, la Giornata di Al-Quds ha riscontrato vasta eco e partecipazione, in attesa che, così come Sanaa e Manama, tuttora in lotta contro i satrapi locali venduti all'imperialismo, anche la Città Santa possa presto festeggiare la Liberazione da occupanti e oppressori.
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mercoledì 10 agosto 2011

Mohammad Youssef Dimashq: un martire di Hezbollah vissuto e morto per onorare il fratello


In questo video commemorativo, dal minuto 0:20 allo 0:33 é possibile vedere il martire Mohammed Dimashq e ascoltarne la voce.

Mohammad Youssef Dimashq nacque il primo di gennaio 1976 a Tebnin, vicino al villaggio di Aita al-Jabal, nel Libano meridionale; la sua famiglia era estremamente modesta, ma unita, pia e affettuosa; fin da piccolo Mohammad si mostrò attaccatissimo al fratello maggiore Riyad, che per lui costituiva un vero e proprio modello di comportamento. Purtroppo, la pacifica vita della famiglia Dimashq doveva essere disturbata e sconvolta dalle ripetute invasioni e incursioni armate sioniste nel Paese dei Cedri: nel 1982, l'invasione massiccia dell'esercito israeliano costrinse i suoi componenti a trasferirsi a Beirut, la quale, poco dopo, venne a sua volta investita dai bombardamenti e dagli attacchi israeliani.

Dopo molti cambi di residenza, finalmente i Dimashq si stabilirono ad Hay al-Sellom, nella cintura meridionale della periferia della capitale, dove Mohammad rimase ad abitare fino al momento del suo matrimonio; Riyad, il fratello maggiore cui era tanto legato, trovò il martirio durante un'operazione di Resistenza nel corso degli anni '80 e l'evento segnò profondamente il giovane Mohammad, che vide la sua stima e quasi la sua adorazione per Riyad crescere ulteriormente a causa della maniera coerente e intensa con cui questi aveva affrontato il cammino della Jihad fino alla sua estrema conseguenza.

Verso la metà degli anni '90, prima ancora di terminare gli studi superiori, Mohammad entrò nelle fila di Hezbollah, dedicandosi anima e corpo a onorare la memoria del fratello con un suo personale cammino di lotta. Schivo, serio, estremamente puntiglioso ed esigente, così ricordano Mohammad i suoi camerati di Hezbollah; teneva particolarmente alla disciplina formale e alla perfezione nel corredo e nell'uniforme; quando riuscì a venire distaccato come ufficiale nel distretto di Maroun al-Ras i suoi subalterni raccontano di come pretendesse da tutti loro la massima impeccabilità, in modo che, nel caso che ricognitori israeliani li stessero osservando, ne potessero ricevere l'impressione di Hezbollah come una forza armata che non avesse niente da invidiare a un esercito "regolare".

L'invasione del 2006, con tutte le tragiche sofferenze che ovviamente comportò, fu per Mohammad l'occasione di poter provare la sua devozione alla figura del fratello; le forze di Maroun al-Ras furono tra le prime a venire investite dall'avanzata sionista e, pur ansioso di entrare in azione, il giovane ufficiale fece ricorso a tutte le sue capacità di leadership e di tattica per riuscire ad affrontare il nemico nelle condizioni più favorevoli, sfruttando la mobilità e la conoscenza del terreno.
Ben presto arrivarono i risultati: Mohammad poté riportare ai suoi superiori la distruzione di un blindato israeliano, poi di un altro, infine persino di un carro armato da battaglia.

Il 21 luglio 2006 Mohammad Dimashq, subito dopo avere assaltato con la sua unità un edificio dove si erano rifugiati soldati israeliani, venne colpito durante una seconda sparatoria con una unità sionista, morendo all'istante. Nello sviluppo dell'azione non fu possibile recuperare il suo corpo e soltanto nel 2008, poco prima del secondo anniversario della sua morte, fu possibile porlo a riposare per l'Eternità a fianco di quello dell'amato fratello Riyad, secondo le sue espresse volontà in materia.
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giovedì 21 luglio 2011

Le Brigate Qassam onorano il martire Mohammed Rezq Juneid, caduto lottando contro lo strangolamento di Gaza!


Mohammed Rezq Juneid, di appena 25 anni, é morto nel crollo del tunnel di approvvigionamento che, insieme ai suoi camerati delle Brigate Ezzedin al-Qassam, stava scavando nella località di Rafah, per garantire un costante afflusso di cibo, medicinali, carburante e altre provviste alla popolazione civile martoriata dall'assedio sionista che dura ormai da quattro anni.

Riporta il sito-web delle Brigate Qassam: "Nato nel campo profughi di Jabalyia, Juneid conosceva bene le sofferenze del popolo palestinese ed era determinato ad alleviarle tramite i suoi sforzi con le Brigate della Resistenza, la sua vita é giunta al termine dopo un brillante percorso di Jihad, duro lavoro e sacrificio. Il suo esempio sprona molti altri giovani palestinesi a intraprendere lo stesso cammino, con umiltà e dedizione".

Il tunnel a cui Juneid stava lavorando doveva sostituire quelli presi di mira dalla codarda aviazione israeliana nei raid dei giorni scorsi; la consapevolezza dell'urgenza e dell'estremo bisogno di rifornimenti che attanaglia la popolazione di Gaza ha spinto il giovane e i suoi compagni a lavorare senza eccessivi riguardi alla loro stessa sicurezza; in definitiva, quindi, si può ritenere il regime ebraico come diretto responsabile morale anche di questa morte.
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