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sabato 29 ottobre 2011

Ancora un venerdì di protesta in Giordania, ad Amman ma anche nel Sud del paese!


Come precedentemente annunciato migliaia di cittadini giordani si sono riversati nelle strade anche nella giornata di ieri in tutti i maggiori centri urbani per reiterare la loro richiesta di cambiamenti significativi nell'ordinamento e nella gestione politica del paese ora e subito e non in un futuro indefinito quanto aleatorio. I dimostranti hanno concentrato la loro rabbia contro la pervasiva corruzione del settore politico e anche economico, particolarmente odiosa in un momento in cui le condizioni di vita per la popolazione si fanno sempre più difficili e precarie.

In particolare, oltre alla capitale Amman, importanti marce e dimostrazioni si sono tenute soprattutto nei centri urbani meridionali del paese come Aqaba e Maan, segno che il malessere e lo scontento pervadono l'intera nazione e che a poco sono servite le regie 'promesse' e 'assicurazioni' di incipienti riforme dell'ordinamento politico, annunciate ma subito rimandate al 2012 e contornate da una serie di condizioni che i cittadini non sono disposti ad accettare o tollerare.

Si presenta quindi tutta in salita la strada che l'esecutivo del neopremier Awn Khasawneh dovrà percorrere, col non facile obiettivo di placare l'inquieta popolazione e far dimenticare il malgoverno di Marouf Bakhit che a sua volta era stato nominato nel tentativo di far dimenticare il malgoverno del neoliberista Al-Rifai (foto sopra), agente della Banca Mondiale e del Fondo Monetario, uomo di paglia dei grandi interessi finanziari manipolati da Washington e da Tel Aviv.

Questo continuo 'gioco delle maschere' sulla poltrona di Primo Ministro dimostra che, non importa quale facciata prenda, é forse lo stesso regime ascemita a essere messo in discussione dalle proteste giordane.
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sabato 28 maggio 2011

Le proteste scuotono Amman, il popolo giordano si ribella alla monarchia da rotocalco: "Dobbiamo interrompere tutti i rapporti con Israele!"


Proprio mentre l'Egitto va rapidamente ribaltando e annullando tutte le misure di "appeasement" filoisraeliano imposte da Sadat e dal suo successore Mubarak nel corso degli ultimi 32 anni il popolo giordano scende in piazza dopo le preghiere del venerdì e fa capire chiaramente alla corte Hascemita che non ci sta a rimanere l'unico paese arabo a mantenere rapporti con Israele, Stato del quale la maggior parte dei cittadini giordani non ha certo intenzione di riconoscere come entità legittima e tantomeno col quale vorrebbe intessere relazioni o legami di alcun tipo.

Ieri in tutto il paese, dalla capitale Amman fino alla provincia di Tafileh, la popolazione ha rimarcato la necessità di cancellare il trattato di pace con lo Stato ebraico voluto dal piccolo Re Hussein e ha altresì domandato le dimissioni del Primo Ministro Marouf Bakhit, succeduto al suo predecessore Al-Rifai meno di quattro mesi orsono proprio a causa di massicce proteste popolari che minacciavano di replicare nell'ex-Transgiordania la Rivoluzione egiziana anti-Mubarak.

Il tentativo di riforma dall'alto però, sembra essersi impantanato tra le attività di un Premier ex-generale che non riscuote molta popolarità tra gli abitanti e i balbettii di una commissione costituzionale (di nomina regia) che non riesce a cavare un ragno dal buco, anche perché la struttura costituzionale della Giordania é studiata per lasciare grande discrezionalità al monarca sotto gli orpelli e i paramenti esteriori della "democrazia" occidentale e una seria riforma sarebbe dunque inaccettabile per la corte, visto che marginalizzerebbe la figura del re e lascerebbe campo libero al partito di ispirazione religiosa Fronte Islamico d'Azione, filiato dalla branca locale della Fratellanza Musulmana, che riscuote il favore della maggior parte degli elettori.
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sabato 12 febbraio 2011

Israele nel panico per la Rivoluzione egiziana, Washington reagisce spedendo un Ammiraglio in mezzo alle sabbie giordane!


Crolla come un castello di carte la gabbia imperialista e colonialista costruita dagli Usa attorno al Mondo arabo, per esclusivo beneficio e vantaggio dello Stato dell'Apartheid del "popolo eletto"; alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato l'abbronzato Obama e la sempre più avvizzita e rugosetta Dama Clinton ostentano sorrisoni e si augurano tutto il meglio per il popolo egiziano, ma dietro le porte chiuse devono sorbirsi le sfuriate e i cicchetti della Lobby a Sei Punte: "Che cosa vi abbiamo fatto eleggere a fare, se non siete capaci nemmeno di mantenere sul trono Mubarak? Quasi quasi sarebbero stati meglio il pilota e l'ammazza-alci al vostro posto!!".

Pare quasi di sentirli, vero?

A Tel Aviv, capitale mondiale dell'Apartheid, l'atmosfera é tesa e tutti gli sguardi sono volti oltre il Sinai: la democrazia é arrivata in Egitto e con essa la minaccia, terribile per uno Stato antidemocratico e razzista, che ottanta milioni di arabi facciano di testa loro, utilizzino il libero arbitrio che Israele teme come la strega di L. Frank Baum l'acqua saponata, capace di scioglierla in una macchia ribollente.

In Iran, in Libano, in Irak, In Palestina, ogni volta che in Medio Oriente si esercita la democrazia i risultati non sono mai buoni per lo Stato ebraico, mai, mai, mai.

Lo sa bene Zvi Mazel, che fu ambasciatore in Egitto ai "bei" (per Israele) tempi della "vacca che ride", quando gli oppositori finivano ammazzati o torturati senza tante proteste, che ha dichiarato al primo canale di Israel TV: "Abbiamo tempi duri davanti, l'Egitto fornirà il terzo vertice a un triangolo anti-israeliano che ha gli altri due nella Turichia e nell'Iran, la realtà sta cambiando rapidamente attorno a noi e in maniera tutt'altro che favorevole".


Ormai l'unico paese confinante rimasto "amico" di Israele é la Giordania Hashemita, dove il tarchiato e panciutello re Abdallah ha già subito tante e tali proteste interne da dover giubilare in tutta fretta l'odiato Primo Ministro "liberalizzatore" Samir Rifai e ha dovuto allentare i cordoni della borsa per calmierare i prezzi dei generi di prima necessita, alla facciazza del Fondo Monetario, della Banca Mondiale e di altri simili nidi di parassiti e affamatori dei popoli.


Per puntellare il traballante reuccio, ecco che Washington mobilita gli alti papaveri militari, spedendo la prossima settimana l'Ammiraglio Mike Mullen in tutta fretta ad Amman; l'Ammiraglio nel Deserto (sembra una novella di Dino Buzzati) dovrà fare il punto della situazione e poi riferirla ai suoi superiori israeliani: Benji Netanyahu, il criminale di guerra Shimon Peres e il trombato Gabi Ashkenazi, che al contrario di qualche mese fa sarà ormai felice di avere già la valigia in mano, visto che in tal modo sarà il suo successore a dover affrontare la situazione ormai in generale squagliamento.

sabato 29 gennaio 2011

Le strade di Amman si riempono di manifestanti, al re Hashemita vengono i sudori freddi!


Migliaia di persone in Giordania si sono riversate nelle strade protestando e manifestando per chiedere le dimissioni del Primo Ministro Samir Rifai, nonché una decisa azione del Governo per calmierare i prezzi dei beni di prima necessità, che l'inflazione fuori controllo e un devastante tasso di disoccupazione stanno rapidamente mettendo fuori della portata di acquisto della maggioranza delle famiglie.
Sovrano da operetta buono per i servizi dei rotocalchi, Abdallah di Giordania con la sua sottomissione ai diktat del liberismo imperialista ha condannato il suo popolo alla miseria e alla fame...
Come già la settimana scorsa e quella ancora prima la protesta ha preso il via dopo le tradizionali preghiere del venerdì, con gli attivisti del maggior partito d'opposizione di ispirazione musulmana che si sono uniti a rappresentanti dei sindacati e dei partiti e delle organizzazioni di sinistra e progressiste fuori dalle moschee, inalberando cartelli e srotolando striscioni che recitavano: "Mandate i corrotti in tribunale".
Samir Rifai in una foto d'archivio, oggigiorno sorride molto di meno...
Rifai (foto sopra), campione delle ricette neoliberiste e dell'economia finanziaria e creativa raccomandata dall'IMF, dalla Banca Mondiale e da simili centrali dello sfruttamento globale dei lavoratori, é letteralmente detestato dai suoi concittadini, che lo ritengono architetto degli sconti fiscali progressivi che condannano i lavoratori dipendenti e salariati a pagare, in proporzione, più tasse rispetto alle fasce più agiate della popolazione".

"Rifai, rifai, vattene via, i prezzi sono in fiamme e lo siamo anche noi", é solo uno (e anche uno dei più educati) fra gli slogan scanditi ieri nelle strade di Amman.
Cibi tipici della gastronomia araba e beduina, una tavola simile é diventata via via un sogno per una fascia sempre più vasta di famiglie giordane...
L'inflazione nel regno Hashemita é volata dal 4,6 per cento al 6,1 per cento solo nel corso dell'ultimo mese, dodici giordani su cento non hanno alcun reddito e uno su quattro vive al di sotto della soglia di povertà.

Per affrontare le richieste della popolazione l'impopolare primo ministro ha annunciato un nuovo pacchetto di incentivi per far scendere il prezzo del riso, dello zucchero, del bestiame e del gas combustibile anche se sembra che ormai la piazza non possa accontentarsi di meno che della sua rimozione. "Nemmeno le dimissioni di Rifai arresteranno la nostra protesta", puntualizza Ibrahim Alloush (sopra), professore universitario incarcerato nel 2003 per reati d'opinione, intervistato dall'Associated Press; "Non é una questione di facce, ma delle scelte e delle politiche che ci stanno dietro, per troppo a lungo la Giordania é stata governata a esclusivo vantaggio della corte e di un ristretto gruppo di privilegiati, ora tutto questo deve cambiare".