mercoledì 1 dicembre 2010
Ottime notizie per il prossimo raccolto di fragole nella Striscia di Gaza!
L'area di Beit Lahia nella fascia settentrionale della Striscia di Gaza é rinomata per l'ottima qualità delle fragole coltivate e raccolte dalle numerose aziende agricole ivi presenti; purtroppo, da oltre due anni, queste sono state oggetto di gravi pressioni e angherie a seguito dell'assedio condotto dalle truppe israeliane e a volte "rafforzato" da iniziative persecutorie e violente come l'esplosione di colpi di arma da fuoco e d'artiglieria contro le strutture e i lavoranti.
A causa di ciò, nonché del prolungarsi degli effetti negativi delle distruzioni del "pogrom" militare di fine 2008 (esasperate dal divieto di importare materiali da costruzione e macchinari agricoli adatti a riparare i danni sofferti), diverse aziende hanno dovuto chiudere, causando gravi disagi all'indotto del settore e riducendo le entrate di tutte quelle famiglie che erano coinvolte nella filiera produttiva. Anche quei coltivatori che sono riusciti a sopravvivere hanno visto sparire la possibilità di esportare il loro prodotto, dovendosi accontentare di produrre quel che la popolazione di Gaza riesce a consumare, spesso rientrando a stento delle spese.
Per fortuna, quest'anno, le restrizioni alle esportazioni si sono parzialmente allentate, grazie soprattutto alle richieste delle organizzazioni internazionali e dei sostenitori dei diritti umani; per fortunata coincidenza il raccolto si preannuncia abbondante (oltre 700 tonnellate) e di qualità superiore ai già alti standard della zona; mentre le infruttescenze si moltiplicano e si maturano assumendo la consueta tinta carminio gli agricoltori di Bait Lahia possono, per la prima volta dopo molti mesi, guardare al futuro con un po' di benvenuta serenità.
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martedì 30 novembre 2010
Dal marasma dell' Affaire Wikileaks spunta un dettaglio interessante sulla mentalità sionista!
Nella "tempesta" di "rivelazioni" dovuta al massiccio 'dumping' di file presunti riservati letteralmente "lanciati sul mercato" dall'outlet Wikileaks (che secondo il modesto parere dello scrivente contengono pochi chicchi di grano in mezzo a carrettate di loglio più o meno muffoso e irrancidito) la nostra redazione é rimasta particolarmente colpita da quella che riguarderebbe un interessante (se verificato/verificabile) "minuetto" diplomatico intervenuto tra Israele, Egitto e Fatah all'antivigilia del famigerato "pogrom" militare sionista contro la Striscia di Gaza.
Praticamente il già allora ministro della guerra sionista Ehud Barak (aveva perso il posto in un rimpasto governativo del 2007) si sarebbe accostato al Governo egiziano e all'allora Presidente dell'Anp in scadenza di mandato (spirato nel gennaio 2009) Mahmud Abbas con tutta la circospezione degli individui in impermeabile che, dotati di caramelle, frequentano i parchi giochi e i piazzali di scuole dell'obbligo, domandando se "per caso" gli Egiziani o Fatah sarebbero "stati disposti" ad assumere l'amministrazione della Striscia di Gaza una volta "annientato Hamas" per tramite del progettato attacco di Tsahal.
Entrambe rifiutarono: Mubarak ritenendo di essere già abbastanza impopolare di suo senza ridursi a fare l'ascaro di Israele sulle macerie ancora fumanti di Gaza, Abbas cedendo a un romantico rigurgito d'orgoglio (forse indicatore del fatto che, da qualche parte in mezzo a spalle perennemente curve sotto i diktat dello Stato ebraico, egli conservi ancora un vestigio di spina dorsale).
Quel che riteniamo più fantastico e interessante é però la maniera casuale e facilona con cui l'ex primo ministro israeliano (altra carica che perse dopo il naufragio dei colloqui con Arafat precedenti allo scoppio della Seconda Intifada) prospettasse una possibile se non addirittura probabile "Eliminazione di Hamas", come se Hamas fosse un corpo limitato e definito, magari concentrato nelle persone di qualche centinaio di individui, che fosse possibile "isolare" e "distruggere", con un'iniziativa semplicmente militare come l'attacco di "Piombo Fuso".
| Su Ehud! Ammazzali tutti se ce la fai! |
Hamas non é una entità "separata" da Gaza, Hamas é Gaza, é la sua gente e il suo popolo (così come é anche la gente ed il popolo di Cisgiordania), per "eliminarlo" Tsahal dovrebbe cancellare le poche differenze che ancora distinguono i suoi ranghi da quelli dello "Schwarze Korps" himmleriano, marciare dentro Gaza, allestire camere a gas e forni ed "Endlosunghizzare" tutti (o quasi) i Palestinesi del ghetto.
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lunedì 29 novembre 2010
Gaza esiste, Gaza resiste! Uomini e donne della Striscia si ingegnano a creare i loro "Orti di guerra"
Anera é una organizzazione umanitaria nordamericana che, dal 1968, fa il possibile per lenire ed alleviare disagi e sofferenze di quanti, nel Medio Oriente, si trovano a patire le conseguenze di guerre, angherie, persecuzioni, espulsioni; Anera, giocoforza, ha quindi una grande dimestichezza col popolo di Palestina, vero e proprio "Giobbe" dalle innumeri tribolazioni che sono iniziate ancora prima della creazione ufficiale di Israele e dell'abbattersi della Nakba.
Per alleviare le devastanti conseguenze del blocco della Striscia voluto dai generali di Tel Aviv, che condanna gli abitanti della stessa (in massima parte bambini e ragazzi) alla malnutrizione e alle conseguenze di essa sulla loro salute (particolarmente per quanto riguarda lo sviluppo), Anera ha iniziato un progetto-pilota che, combinando nozioni di agricoltura e giardinaggio, darà modo a 35 famiglie di coltivare per autoconsumo un parte del loro fabbisogno attuale di frutta e verdura: specialmente pomodori, melanzane, cetrioli, fragole e meloni.
Serre smontabili in tubi di alluminio e plastica, fertilizzanti, terriccio trattato, semi e cassette per la germinazione; Amera fornirà tutto questo a 23 studenti e 12 studentesse che, sotto la guida e il monitoraggio attento dell'agronomo Mohammed Khader acquisiranno le nozioni necessarie a far fiorire un piccolo orto domestico. Tutti i futuri "farmer" vivono in zone periferiche della Striscia e hanno appezzamenti di terreno vicini o circostanti alla loro abitazione.
Sayed El-Looh é particolarmente entusiasta del compostaggio: "Trattando adeguatamente i rifiuti domestici umidi, sminuzzandoli nella compostiera e aggiungendo acqua nei modi e nei tempi prescritti potrò arricchire il suolo del mio orto domestico e ottenere prodotti più abbondanti e appetibili, con l'aiuto di ciò che ieri gettavo semplicemente via, mi sembra qualcosa di bello e di salubre!".
Noha Al-Azab, resa vedova dalla recente aggressione militare israeliana e a capo di una numerosa famiglia, dice che coinvolgerà i propri bambini nella cura dell'orto domestico e che condividerà coi vicini le conoscenze apprese nel corso: "A causa dell'assedio di Israele tutti i generi alimentari sono spaventosamente aumentati di prezzo; certo, frutta e verdura sono comunque più abbordabili di altri articoli, ma il fatto di coltivare almeno una parte di ciò che mi serve va oltre il semplice risparmio, é anche un'esercizio di indipendenza e resistenza!".
Ogni giorno di più, nel ghetto assediato di Gaza, esistere é resistere.
Come volevasi dimostrare: le elezioni egiziane sono un "pasticciaccio", bruttissimo...
Esponenti di fazioni rivali del partito dominante che si prendono a pietrate davanti a un seggio, elettrici a cui vengono sequestrati documenti e tessera elettorale "a scanso" che vogliano votare il candidato "sbagliato", altri agitprop del faraone regnante che fanno campagna elettorale dinanzi a un seggio, stazioni e sezioni di voto che aprono in ritardo, candidati del gruppo politico largamente maggioritario nel paese cui viene impedito l'accesso all'urna e che vengono quindi tratti in stato di fermo dalla polizia.
Questo é l'Egitto odierno nella giornata di "elezioni libere" promessa dal satrapo Mubarak, "cocco" di Casa Bianca e Israele (perché tiene i Palestinesi della Striscia bloccati nel loro ghetto e perché mantiene una delle più influenti e popolose nazioni arabe sotto il proprio "tallone di ferro" da quasi trent'anni, il tipo di 'stabilità' preferito da Washington).
In questo Egitto dove le conquiste sociali e le misure protettive della classe lavoratrice, orgoglio della presidenza di Nasser, sono state sacrificate di fronte all'aureo vitello della privatizzazione e del liberismo (con grandi guadagni per il clan Mubarak, soprattutto nella persona del primogenito Alaa), in questo Egitto che si piazza 115esimo su 180 paesi presenti nell' "Indice internazionale di Corruzione" e 133esimo su 168 nella classifica dei paesi con maggior libertà di stampa (a dire che praticamente essa non esiste) il vecchio regnante non ha rinunciato a nessuna leva per cercare di far eleggere un parlamento totalmente addomesticato che possa vidimare senza colpo ferire la progettata successione del secondogenito Gamal all'ormai anziano genitore.
Il sensibile guadagno di seggi consentito "una tantum" all'organizzazione dei Fratelli musulmani nelle consultazioni del 2005 si é rivelato per quello che era, un "incidente di percorso", forse imputabile a inconvenienti e ostacoli nella macchina dei brogli, che questa volta, come si é visto, ha invece funzionato al massimo della propria efficienza.
Citiamo da Robert Fisk: "In un distretto elettorale di Alessandria vi erano 10.570 voti registrati, di essi, secondo una proiezione statistica, circa 7.500 erano andati al candidato della fratellanza religiosa; in un altro distretto 5.000 votanti su circa 6.500 avevano altresì indicato il candidato religioso...morale: in entrambe i collegi é passato l'uomo di Mubarak, il candidato del Partito Nazionale Democratico".
Se la Fratellanza musulmana, che già raccoglie i consensi e il sostegno della stragrande maggioranza degli egiziani ed é parte integrante e motore della cosiddettà "Società civile", pensa di dover scalzare la dinastia cleptocratica dei Mubarak dalla stanza dei bottoni per via elettorale, con elezioni come queste, deve decisamente rassegnarsi ad una lunga attesa.
Ancora una volta, in Medio Oriente, la democrazia elettoralistica di stampo occidentale si rivela simile alla tavolozza di Henry Ford per i modelli "T": "Ogni candidato che vogliate, purché sia quello che meglio garantisce gli interessi e i desideri delle potenze imperialiste".
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L'odio e l'intolleranza dei sionisti portano la violenza nelle sale del M.a.m. parigino!
Il Museo d'arte Moderna della Città di Parigi, inaugurato nel 1961, ospita permanentemente opere di personaggi quali Pablo Picasso, Henri Matisse, Raoul Dufy, Maurice de Vlaminck, Georges Rouault, Fernand Léger, Georges Braque, Francis Picabia, Amedeo Modigliani, Giorgio de Chirico, Maurice Utrillo, Alberto Giacometti e Yves Klein, più rassegne, personali e retrospettive a carattere temporaneo e celebrativo, dovrebbe essere un luogo sacro a chiunque abbia coscienza e rispetto del ruolo universale ed elevante dell'Arte.
Eppure, anche in un luogo simile, l'odio e l'intolleranza del sionismo hanno saputo portare il trambusto e il disordine, uniti a una minaccia di violenza che solo per fortuna non si é scatenata sui capolavori immortali ivi contenuti.
Con stupore e preoccupazione ancora palpabili gli impiegati e custodi della pinacoteca di Avenue Wilson spiegano come un gruppo di personaggi dal volto coperto con fazzoletti o caschi motociclistici ha tentato di forzare una via d'accesso verso le sale che ospitano la personale fotografica di Kai Wiedenhoefer, fotografo berlinese che ha realizzato una rassegna di testimonianza dello scempio di Gaza di due anni fa ad opera dell'esercito sionista, con immagini molto esplicite delle conseguenze di questo: sulla città e sui corpi dei suoi abitanti.
Ovviamente la lobby filosionista francese non può tollerare che il pubblico europeo veda coi propri occhi le conseguenze dei crimini israeliani, tantopiù se ritratte con la straniante immediatezza degli scatti di Wiedenhoefer e, visto l'insuccesso della campagna di slander e menzogna scatenata in questi giorni sui media che essa manipola, ha deciso di chiamare in causa i suoi "pretoriani", che hanno dato l'assalto al museo.
Bloccati dal servizio d'ordine del museo i teppisti hanno cercato di disperdersi nelle altre sale, minacciando di vandalizzare tele e sculture ivi raccolte, ma sono stati affrontati con decisione dagli uomini della security e finalmente respinti all'esterno.
Liberatisi di caschi e mascheramenti hanno quindi dato vita a un goffo e sguaiato tentativo di picchettaggio, che non ha minimamente diminuito l'afflusso di visitatori all'esposizione, piuttosto copioso grazie anche alla giornata festiva.
Associazioni parigine e francesi di sostegno ai diritti umani, udendo dell'accaduto, si sono immediatamente mobilitate emettendo appelli e comunicati indirizzati alla direzione del Museo e alle autorità competenti affinché l'esposizione fotografica di Wiedenhoefer venga adeguatamente protetta e possa svolgersi senza ulteriori attentati fino al suo termine naturale, fissato per il 5 dicembre prossimo venturo.
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Analisi del discorso di Nasrallah pronunciato il 28 novembre 2010
Rinforzato dai recenti sviluppi della politica interna libanese come la dichiarazione congiunta di fedeltà da parte dei due leader cristiani alleati col suo movimento, dalle dichiarazioni anti-israeliane e anti-tribunale speciale rilasciate dal Primo Ministro Sa'ad Hariri, dallo "smarcamento" sempre più netto dal carrozzone filo-imperialista del leader druso Walid Jumblatt e dalla presa di posizione pro-libanese del premier turco Recep Erdogan il leader politico del movimento di Resistenza sciita Hassan Nasrallah ha recentemente rivolto ai suoi seguaci, simpatizzanti ed elettori un articolato messaggio nel quale ha fatto il punto della situazione e ha stabilito le linee generali di condotta degli hizbullahim per il prossimo futuro.
L'occasione per la performance oratoria di Nasrallah é stata fornita dalla cerimonia di congratulazioni con i 2946 studenti universitari della comunità sciita che hanno completato i loro percorsi accademici, tenutasi nel Centro Shouhada, nei quartieri meridionali di Beirut. Nasrallah, dopo aver reso i dovuti onori ai neo-laureati e aver rivolto il pensiero ai loro compagni di corsi e di studi che hanno trovato la morte nell'aggressione militare israeliana di quattro anni fa ha rivolto la sua attenzione al cosiddetto "affaire" delle intercettazioni israeliane, al Tribunale speciale per il Libano e al preteso ritiro israeliano dalla parte settentrionale del villaggio di Ghajar.
Telecomunicazioni e intercettazioni
Nasrallah ha reso omaggio ai tecnici Hizbullahim e agli esperti del Genio telecomunicazioni dell'Esercito nazionale che, con la loro cooperazione, hanno smascherato e smantellato la rete sionista di spionaggio e intercettazione; l'unione delle forze della Resistenza e dell'armata libanese ha negato all'aggressore di ieri un importantissimo "asso nella manica", la cui assenza potrebbe pesare parecchio nella decisione israeliana di lanciare nuovamente un attacco al Paese dei cedri.
Tribunale speciale per il Libano
Il vero fulcro del discorso di Nasrallah, che ha elevato critiche precise e puntuali all'organismo internazionale:
-Innanzitutto il capo politico di Hezbollah ha fatto notare come nessun tribunale internazionale, finora, abbia mai condotto processi "in absentia", come si proporrebbe di fare invece quello incaricato di indagare dulla morte di Rafik Hariri.
-Altrettanto balzana e inaudita sarebbe la pretesa, da parte del Tribunale speciale, di accettare testimonianze senza rivelare l'identità di chi le rende; procedura in stridente contrasto con tutte le giurisprudenze esistenti.
-In terzo luogo Nasrallah ha criticato l'intenzione del Tribunale di registrare testimonianze scritte senza che l'estensore delle stesse debba apparire in aula.
A questo punto Nasrallah ha preso di petto il "convitato di pietra" nella questione del Tribunale speciale, cioé Israele, dicendo: "Questo Tribunale che riceve continuamente "imbeccate" israeliane e conduce l'inchiesta nella maniera più tortuosa e meno trasparente possibile nella speranza di condurla a una soluzione che piaccia e dia soddisfazione a Israele ha mai prestato attenzione agli indizi, alle evidenze presentate da Hezbollah, che fanno risultare verosimile, se non addirittura probabile una 'pista israeliana' nell'omicidio di cinque anni fa?"
Il leader sciita ha sottolineato l'intrinseco rischio di una "strategia attendista" che tenda ad aspettare il rilascio del verdetto tribunalizio per poi "giocare di rovescio" contro di esso: "Per allora", ha chiosato "il momento opportuno per agire potrebbe essere già sfumato, meglio una reazione affrettata in anticipo che una ponderata in ritardo".
"Ritiro" israeliano da Ghajar
Su questo punto Nasrallah é stato conciso e molto netto: il preteso ritiro israeliano dalla fascia nord del villaggio é solo un diversivo, mentre gli ufficiali sionisti contrattano con i rappresentanti ONU e libanesi sul villaggio di Ghajar i loro complici in Cisgiordania annettono terra Palestinese, costruiscono colonie, distruggono uliveti, frutteti, villaggi e moschee.
Israele darebbe un segnale molto più incoraggiante se si ritirasse dalla totalità di Ghajar, non soltanto dalla sua parte libanese, con autorità ONU e -temporaneamente- libanese anche sul settore siriano, in attesa che il legittimo controllo di Damasco su di esso possa venire ristabilito nel quadro di una generale risoluzione dell'annosa questione del Golan.
Concludendo la sua orazione Nasrallah ha riassunto le tre tematiche sotto un'unica prospettiva: le forze dell'imperialismo e dell'oppressione vorrebbero un Medio Oriente senza oppositori, senza Resistenza, un Medio Oriente dove la loro parola sia legge e i loro desideri siano ordini; per questo esse si accaniscono tanto contro l'Hezbollah e contro il movimento Hamas, non indietreggiando nemmeno di fronte ai crimini più sfacciati e alle iniquità più mostruose, come l'assedio di Gaza e l'abbordaggio di navi disarmate in alto mare, ma i loro piani e i loro complotti sono destinati a venire rovinati e sconvolti.
Già nel 1996 i tiranni del mondo e i loro servitori e lacché si riunirono a Sharm El Sheikh per "dichiarare guerra" a Hezbollah, ad Hamas e al Jihad Islamico, dissero che eravamo 'terroristi', stabilirono un concilio di "esperti" per trovare modi di combatterci e annientarci...quattordici anni sono passati, la Resistenza é viva e più forte che mai, pronta alle sfide e alle battaglie del futuro.
Anche Jumblatt affossa il "Tribunale speciale"
Il leader Druso libanese Waleed Jumblatt ha recentemente dichiarato che le cosiddette "indagini" del Tribunale speciale per il Libano non sono altro che un'inquisizione politicamente motivata mirata contro alcune forze dello spettro politico nazionale in modo da favorirne altre, invitando il Gabinetto di governo a disconoscerne da subito le conclusioni, qualunque esse siano.
"Questo 'tribunale' ha lo scopo di destabilizzare il Libano, non di produrre giustizia; sarebbe appropriato che questo Governo si riunisse ed emettesse un comunicato contro di esso, possibilmente ancor prima che rilasci una sentenza, in questo modo il campo sarebbe sgombro da dubbi e risulterebbe evidente che il problema giace negli scopi e nei metodi del 'tribunale', non nella sua sentenza".
Jumblatt é arrivato da definire le voci e i 'rumor' riguardanti il Tribunale speciale e le sue indagini "Una soap opera del tipo più triviale e pericoloso; é certo che tali fughe di notizie siano pilotate, dallo stesso Tribunale o da chi ha intenzione di manipolarlo". Interrogato a proposito di chi manovri l'organismo internazionale l'anziano uomo politico ha ricordato che c'è solo una nazione che, recentemente, ha subito in Libano, per mano libanese, un grave scacco politico e militare.
Le dichiarazioni di Jumblatt segnalano il definitivo distacco della sua fazione politica (il PSP, Partito socialista progressista) dall'alleanza del 14 marzo, costituita da formazioni politiche di Destra e conservatrici, legate da un atteggiamento antisiriano e filo-occidentale.
domenica 28 novembre 2010
Mubarak la mummia prepara la successione fra urne truccate e malcontento montante
Il presidente/faraone egiziano Hosni Mubarak ha avuto un "picco di popolarità" sui media di casa nostra per la buffonesca rivelazione che il nostro Presidente del consiglio abbia cercato di gabolare una sgallettata del giro di minorenni compiacenti come sua nipote per ottenerne quieto rilascio dal fermo di polizia in cui si era venuta a trovare; ciò fatto salvo non si può certo dire che il Capo di Stato del Cairo sia molto conosciuto da noi, nonostante che abbia occupato la sua posizione per ben ventinove anni e la sua carriera militare e politica duri ormai da oltre sei decadi.
Infatti Mubarak é vecchio, ben più vecchio del nostro Cavaliere (82 primavere contro 75), e, nonostante insista ostinatamente a tingersi i capelli di un nero inchiostro che vira quasi al blu, non vi é artificio, lifting o iniezione di botox e collagene che tenga: ha ormai l'aspetto scavato e cuoioso di una mummia disseccata, il che, in Egitto, può forse costituire una dimostrazione di attaccamento alle radici storico-culturali del paese.
Nato nel 1928 nel villaggio di Kafr-El-Meselha Hosni scelse la carriera militare nelle allora 'reali' forze armate di Farouk come la migliore via alla scalata sociale, diplomandosi nel 1949 e passando all'accademia aeronautica dove conseguì il brevetto prima di pilota e poi di istruttore sugli Spitfire che nei primissimi anni '50 costituivano la linea di volo principale delle aeronautiche mediorientali.
Cacciato re Farouk nel 1952 dall'insurrezione dei "Giovani ufficiali" Mubarak si accostò al movimento nazionalista e, ormai ufficiale superiore, partecipò a programmi di addestramento e perfezionamento in Unione Sovietica, divenendo esperto di bombardieri a reazione e ritornando definitivamente in patria nel 1964 dopo prolungati soggiorni a Mosca (Accademia Frunze) e in Kyrgyzstan, venendo nominato comandante di base a Cairo Ovest e Beni Suef tra il 1966 e il '67.
Con la debacle subita a causa del proditorio attacco a tradimento di Israele la carriera di Mubarak, stranamente, non subì frenate o arresti, anzi, la necessità di ricostruire l'aviazione egiziana lo spinse a diventare prima Comandante dell'Accademia aeronautica, poi Capo di SM aereo e infine, nel '72, contemporaneamente Comandante in capo delle Forze aeree e Viceministro della Difesa.
La Guerra del Kippur/Ramadan del 1973, contrassegnata da un uso del potere aereo cauto e graduale e da un grande affidamento sui sistemi missilistici antiaerei per negare i vantaggi israeliani in addestramento e materiali consolidò definitivamente la sua posizione, fruttandogli, in riconoscenza dei risultati ottenuti, il grado di Maresciallo dell'Aria.
Ma la più grande spinta verso il vertice del potere, bizzarramente, Hosni la ricevette da persone che, potendo, sarebbero state ben felici di ucciderlo, infatti, il 6 ottobre 1981, quando il presidente-faraone Anwar Sadat venne ucciso da una cospirazione di militari ed esponenti religiosi, lo stesso Mubarak venne ferito piuttosto seriamente a una mano e fu solo grazie alla pronta risposta della polizia militare che il suo nome non si aggiunse a quello dei caduti nell'attentato (oltre a Sadat, l'ambasciatore di Cuba, un vescovo Copto e un generale dell'Oman).
I suoi doveri come nuovo Presidente egiziano erano a dir poco ciclopici: c'era da risollevare un'economia stagnante e il prestigio mediorientale del Paese era ai minimi (per via dell'accordo di pace con Israele); Hosni scelse la via più facile, subordinando in toto quello che una volta era stato il faro del Mondo arabo e del movimento dei Non-allineati ai desiderata politico-strategici di Washington, diventando uno dei maggiori rifornitori e finanziatori della guerriglia islamista in Afghanistan (cosa che contribuì a gettare le basi per l'emersione dei Talebani e di Al-Qa'eda) e arrivando a prendere le armi contro l'Irak di Saddam Hussein nel 1990-91, per il quale servigio gli Usa costrinsero l'IMF a cancellare 20 miliardi di dollari del colossale debito estero egiziano.
Ovviamente, per tutti questi anni, Mubarak é rimasto assiso sul "trono" del Cairo come un dittatore, ma senza che nessun "difensore dei diritti umani" di professione strettamente filo-occidentale e filo-imperialista si sia mai levato a denunciarne gli abusi e le repressioni; quelle grida e quegli sdegni, ben lo sappiamo, sono riservate a chi va contro i progetti dell'Impero a stelle (di Davide) e strisce, come Cuba, Cina, Iran e via dicendo; tutt'al più il 'piccolo faraone' organizzava di tanto in tanto (1987, 1993, 1999) un 'referendum confermativo' con solo il suo nome sulla scheda, secondo la nota procedura mussoliniana.
Cinque anni fa (2005), vennero organizzate delle 'elezioni' leggermente meno farsesche che, fra un'affluenza ridicolmente bassa (dal 19 al 30 per cento a seconda dei distretti) e inchiostro cancellabile per marcare le mani dei votanti (manco fossero in Afghanistan) videro il 'trionfo' del piccolo faraone con percentuali degne della Bulgaria di Zhivkov (88% contro il 12 dell'unico candidato di opposizione ammesso); naturalmente, il più grande e popolare partito di opposizione egiziano, quello della Fratellanza musulmana, venne escluso a priori dalla consultazione.
Domani l'Egitto si "prepara" per così dire a tornare alle urne, stavolta per rinnovare la "Duma" locale, un'assemblea che é tanto ricca di deputati (oltre 500, un numero quasi 'Italiano') quanto priva di effettivo potere. E' da notare tuttavia che, pur bandito dalla scena politica ufficiale il movimento della Fratellanza musulmana ha tuttavia proposto propri candidati sottoforma di "indipendenti", come già fece nelle consultazioni precedenti, arrivando quasi a sestuplicare i propri rappresentanti in Parlamento.
Dai "numeri" di questa chiamata alle urne (affluenza, consistenza della maggioranza che comunque il partito di Mubarak conquisterà, numero di deputati che i Fratelli musilmani riusciranno a portare in aula) si trarranno molti auspici sul futuro politico dell'Egitto, su cui, come una sorta di "Scimitarra di Damocle" pesa il prossimo avvicendamento fra il vecchio 'faraoncino' e il giovane (per modo di dire, avendo oltre cinquant'anni) 'Principe' Gamal Mubarak, designato ufficialmente alla successione.
Le possibilità di una transizione rapida e indolore dipenderanno molto dai risultati elettorali, che questa volta, una volta tanto, sembrano meno pilotabili dall'apparato di potere di Mubarak, nonostante la propaganda martellante, le pressioni, le intimidazioni e i brogli preventivi che hanno contrassegnato tutta la campagna di avvicinamento al voto.
Infatti Mubarak é vecchio, ben più vecchio del nostro Cavaliere (82 primavere contro 75), e, nonostante insista ostinatamente a tingersi i capelli di un nero inchiostro che vira quasi al blu, non vi é artificio, lifting o iniezione di botox e collagene che tenga: ha ormai l'aspetto scavato e cuoioso di una mummia disseccata, il che, in Egitto, può forse costituire una dimostrazione di attaccamento alle radici storico-culturali del paese.
Nato nel 1928 nel villaggio di Kafr-El-Meselha Hosni scelse la carriera militare nelle allora 'reali' forze armate di Farouk come la migliore via alla scalata sociale, diplomandosi nel 1949 e passando all'accademia aeronautica dove conseguì il brevetto prima di pilota e poi di istruttore sugli Spitfire che nei primissimi anni '50 costituivano la linea di volo principale delle aeronautiche mediorientali.
Cacciato re Farouk nel 1952 dall'insurrezione dei "Giovani ufficiali" Mubarak si accostò al movimento nazionalista e, ormai ufficiale superiore, partecipò a programmi di addestramento e perfezionamento in Unione Sovietica, divenendo esperto di bombardieri a reazione e ritornando definitivamente in patria nel 1964 dopo prolungati soggiorni a Mosca (Accademia Frunze) e in Kyrgyzstan, venendo nominato comandante di base a Cairo Ovest e Beni Suef tra il 1966 e il '67.
Con la debacle subita a causa del proditorio attacco a tradimento di Israele la carriera di Mubarak, stranamente, non subì frenate o arresti, anzi, la necessità di ricostruire l'aviazione egiziana lo spinse a diventare prima Comandante dell'Accademia aeronautica, poi Capo di SM aereo e infine, nel '72, contemporaneamente Comandante in capo delle Forze aeree e Viceministro della Difesa.
La Guerra del Kippur/Ramadan del 1973, contrassegnata da un uso del potere aereo cauto e graduale e da un grande affidamento sui sistemi missilistici antiaerei per negare i vantaggi israeliani in addestramento e materiali consolidò definitivamente la sua posizione, fruttandogli, in riconoscenza dei risultati ottenuti, il grado di Maresciallo dell'Aria.
Ma la più grande spinta verso il vertice del potere, bizzarramente, Hosni la ricevette da persone che, potendo, sarebbero state ben felici di ucciderlo, infatti, il 6 ottobre 1981, quando il presidente-faraone Anwar Sadat venne ucciso da una cospirazione di militari ed esponenti religiosi, lo stesso Mubarak venne ferito piuttosto seriamente a una mano e fu solo grazie alla pronta risposta della polizia militare che il suo nome non si aggiunse a quello dei caduti nell'attentato (oltre a Sadat, l'ambasciatore di Cuba, un vescovo Copto e un generale dell'Oman).
I suoi doveri come nuovo Presidente egiziano erano a dir poco ciclopici: c'era da risollevare un'economia stagnante e il prestigio mediorientale del Paese era ai minimi (per via dell'accordo di pace con Israele); Hosni scelse la via più facile, subordinando in toto quello che una volta era stato il faro del Mondo arabo e del movimento dei Non-allineati ai desiderata politico-strategici di Washington, diventando uno dei maggiori rifornitori e finanziatori della guerriglia islamista in Afghanistan (cosa che contribuì a gettare le basi per l'emersione dei Talebani e di Al-Qa'eda) e arrivando a prendere le armi contro l'Irak di Saddam Hussein nel 1990-91, per il quale servigio gli Usa costrinsero l'IMF a cancellare 20 miliardi di dollari del colossale debito estero egiziano.
Ovviamente, per tutti questi anni, Mubarak é rimasto assiso sul "trono" del Cairo come un dittatore, ma senza che nessun "difensore dei diritti umani" di professione strettamente filo-occidentale e filo-imperialista si sia mai levato a denunciarne gli abusi e le repressioni; quelle grida e quegli sdegni, ben lo sappiamo, sono riservate a chi va contro i progetti dell'Impero a stelle (di Davide) e strisce, come Cuba, Cina, Iran e via dicendo; tutt'al più il 'piccolo faraone' organizzava di tanto in tanto (1987, 1993, 1999) un 'referendum confermativo' con solo il suo nome sulla scheda, secondo la nota procedura mussoliniana.
Cinque anni fa (2005), vennero organizzate delle 'elezioni' leggermente meno farsesche che, fra un'affluenza ridicolmente bassa (dal 19 al 30 per cento a seconda dei distretti) e inchiostro cancellabile per marcare le mani dei votanti (manco fossero in Afghanistan) videro il 'trionfo' del piccolo faraone con percentuali degne della Bulgaria di Zhivkov (88% contro il 12 dell'unico candidato di opposizione ammesso); naturalmente, il più grande e popolare partito di opposizione egiziano, quello della Fratellanza musulmana, venne escluso a priori dalla consultazione.
Domani l'Egitto si "prepara" per così dire a tornare alle urne, stavolta per rinnovare la "Duma" locale, un'assemblea che é tanto ricca di deputati (oltre 500, un numero quasi 'Italiano') quanto priva di effettivo potere. E' da notare tuttavia che, pur bandito dalla scena politica ufficiale il movimento della Fratellanza musulmana ha tuttavia proposto propri candidati sottoforma di "indipendenti", come già fece nelle consultazioni precedenti, arrivando quasi a sestuplicare i propri rappresentanti in Parlamento.
Dai "numeri" di questa chiamata alle urne (affluenza, consistenza della maggioranza che comunque il partito di Mubarak conquisterà, numero di deputati che i Fratelli musilmani riusciranno a portare in aula) si trarranno molti auspici sul futuro politico dell'Egitto, su cui, come una sorta di "Scimitarra di Damocle" pesa il prossimo avvicendamento fra il vecchio 'faraoncino' e il giovane (per modo di dire, avendo oltre cinquant'anni) 'Principe' Gamal Mubarak, designato ufficialmente alla successione.
Le possibilità di una transizione rapida e indolore dipenderanno molto dai risultati elettorali, che questa volta, una volta tanto, sembrano meno pilotabili dall'apparato di potere di Mubarak, nonostante la propaganda martellante, le pressioni, le intimidazioni e i brogli preventivi che hanno contrassegnato tutta la campagna di avvicinamento al voto.
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