Prima di entrare nel merito una doverosa precisazione: che si sia combattuto nei dintorni della città di Damasco fino ad oggi non vuole assolutamente dire che, mettiamo, negli ultimi 24 mesi, l'insorgenza terrorista wahabita abbia avuto qualunque possibilità di avanzare (tanto meno di conquistare) qualche zona della capitale siriana; la presenza di gruppi armati a Ghouta Est, Jobar, Adra, Douma e simili é nient'altro che un residuo della fallimentare 'Operazione Vulcano' tentata nell'estate 2012.
Scacciati dalla capitale, i terroristi riuscirono a insediarsi in alcune comunità-satellite dell'hinterland damasceno, dove riuscirono a nascondersi, ma le forze regolari ne interruppero i collegamenti con l'esterno, dando inizio così a un lungo assedio. Adesso, finalmente, questa fase sta volgendo al termine e anche per la zona circostante la capitale inizierà la fase della ricostruzione e del ritorno alla normalità.
Uno degli ultimi traguardi da raggiungere dopo la liberazione definitiva di Adra e il prosieguo dello stritolamento della 'sacca' di Jobar, sta nella liberazione e definitiva bonifica di Douma e dei suoi dintorni, operazione che é cominciata nella giornata di ieri con l'avanzata sul vicino centro di Tal al-Sawwan e la conquista di una serie di postazioni nella zona industriale tra le due località.
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martedì 30 settembre 2014
Si avvia alla fine la battaglia per il Rif Dimashq, le forze di Assad marciano su Douma per schiacciare definitivamente i terroristi!
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giovedì 3 gennaio 2013
"IL 2012 DELL'ASSE DELLA RESISTENZA" Commento e Prospettive Future secondo Ali Reza Jalali!
Ringraziamo ancora una volta l'ottimo Ali Reza Jalali di averci voluto mettere a parte delle sue profonde analisi e riflessioni sull'arena geopolitica mediorientale in questo 'fondo' che tira il bilancio del 2012 appena trascorso e fa il punto per i prossimi dodici mesi che ci aspettiamo irti di sfide ma anche forieri di grandi vittorie per la Resistenza Antisionista e Anti imperialista
Il 2012 si è caratterizzato come un anno pieno di conflitti e tensioni in Medio Oriente. Principalmente abbiamo potuto notare come l’Asse della Resistenza abbia dovuto difendersi da innumerevoli attacchi sui diversi fronti di questo agglomerato geopolitico che va dal Mar Mediterraneo orientale all’Oceano Indiano settentrionale. Questa “entità” politica, economica, culturale, militare e strategica, lega alcuni Stati, come l’Iran e la Siria, e alcuni movimenti politici e gruppi armati, come le fazioni resistenti palestinesi (Jihad islamica, Brigate Ezzeddin Qassam, FPLP), la resistenza libanese guidata da Hezbollah (che comprende anche Amal e i cristiani di M. Aoun, senza dimenticare il Partito Comunista libanese) e alcuni gruppi iracheni. Essendo questa alleanza la principale minaccia alla sicurezza del regime sionista e la principale preoccupazione per i piani di egemonia regionale occidentali, per non dire delle mire neo-ottomane e wahabite dell’asse del collaborazionismo (Turchia-Qatar-Arabia Saudita), ed essendo l’Asse della Resistenza un agglomerato geopolitico variegato e grande, le trame per indebolirla necessitano di un’azione coordinata su più fronti, come è effettivamente accaduto lungo tutto il 2012.
In tutto il 2012 il complotto imperialista per abbattere o quantomeno indebolire la Siria, perno dell’Asse della Resistenza, si è concentrato su due fronti: in primo luogo la guerra è stata condotta psicologicamente, nei media. A livello regionale, ma non solo, il Qatar e l’Arabia Saudita si sono occupati della propaganda mediatica contro il governo siriano. Sempre vedendo la guerra dell’imperialismo contro Damasco ad un livello prettamente mediatico, il governo siriano sarebbe ormai alla fine, anche se è più di un anno che i media arabi e occidentali parlano di una imminente caduta di Assad. Uno dei leader dell'opposizione siriana (Burhan Ghalioun) parlava l'estate scorsa (2011) della fine del governo a settembre, e oggi, a più di un anno di distanza, Assad è ancora al potere. Altri recentemente avevano previsto la caduta del governo legittimo della Repubblica Araba di Siria entro il Natale del 2012. Questa propaganda mediatica è talmente forte a livello globale, che l'opinione pubblica mondiale è stata influenzata in modo massiccio. La capacità di influenza mediatica occidentale ha raggiunto nella vicenda siriana delle cime che non aveva mai raggiunto nel recente passato; in ciò, il sostegno dei media arabi come Al Jazeera e Al Arabya non è da sottovalutare, visto che la maggioranza assoluta degli arabi, si informa grazie a questi canali. Possiamo dire apertamente che per ciò che concerne la guerra mediatica, la sfida è impari e il dominio occidentale è netto. Ma da un'altra visuale, la sfida si gioca principalmente sul terreno. Le varie battaglie del 2012 (Homs a febbraio-marzo, Damasco e Aleppo questa estate e altre battaglie minori), dimostrano fino ad ora il prevalere del governo siriano sull'opposizione armata, senza dimenticare le elezioni del parlamento, svoltesi in un clima di multipartitismo che hanno visto una buona partecipazione popolare e la vittoria dei gruppi vicini ad Assad. A livello mediatico gli occidentali sono in vantaggio, ma sul campo (ed è questo che conta concretamente) sta prevalendo Assad.
Per risolvere la crisi definitivamente c’è bisogno o della sconfitta totale del governo siriano, o della sua resa e quindi del suo totale allineamento ali interessi del sionismo e dell’imperialismo, oppure una definitiva resa dei ribelli. In ciò il ruolo della Turchia è importante. Finché ad Ankara non la smetteranno di aiutare i terroristi e le frontiere non saranno sigillate, l’attacco terroristico non si fermerà. Penso che la disfatta del governo di Assad sia impossibile, visto che egli gode della fiducia dell’esercito e di una parte consistente del popolo. D’altronde penso che purtroppo l’attacco terroristico continuerà, visto e considerato il bombardamento mediatico degli arabi e la cocciutaggine dell’attuale dirigenza turca, nel voler continuare questa guerra fratricida. Senza ombra di dubbio, sarà in ogni caso improbabile l’attuazione del “modello libico”, perché la Siria dimostra una forte tenuta sia come società, nonostante sia molto più multietnica della Libia, sia a livello di apparati di sicurezza. Vorrei ricordare che l’imperialismo in Libia riuscì a “comprare” quasi tutti i dirigenti del regime di Gheddafi, relegando il colonnello in un cantone. In Siria invece i vertici militari tengono duro, e non hanno intenzione di isolare Assad e i suoi stretti collaboratori. Senza dimenticare lo scacchiere regionale. La Siria confina con la Palestina occupata; se verrà attaccata, in poche ore Tel Aviv potrebbe essere rasa al suolo, come più volte ha minacciato lo stesso presidente Assad.
Un altro fronte caldo è stato quello concernente la Palestina; il conflitto che da decenni infiamma questo Paese è il principale problema della regione. Quest’anno abbiamo assistito da un clamoroso cambio di strategia nei vertici di Hamas. I due capi del movimento, ovvero Ismail Haniya e Khaled Mashal si sono resi protagonisti di dichiarazioni esplicitamente antisiriane, tradendo l’unico Paese arabo che era stato disposto a ospitare il movimento in anni in cui tutti gli attori del mondo arabo, dalla Giordania all’Egitto, li avevano cacciati e vilipesi. Questo tradimento è rimasto nella storia e nessuno potrà mai cancellarlo. D’altronde la resistenza palestinese non è Khaled Mashal, ma quei giovani eroi che durante l’aggressione sionista, mentre lui se ne stava beato in qualche villa ad Antalya o sulla costa del Golfo Persico ospite di qualche sceicco, o magari a Sharm al-Sheikh, si sono immolati per la Patria e per la salvaguardia di Gaza e di tutta la Palestina storica, dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano. In ogni caso l’attacco sionista contro Gaza nel novembre scorso, ha dimostrato l’incredibile vulnerabilità del regime sionista. Ormai questa esperienza sembra essere giunta agli sgoccioli. Anche un filosionista convinto come Kissinger si è messo l’anima in pace, affermando: “entro 10 anni, non esisterà più Israele”. Se lo dice lui.
Anche sul fronte libanese possiamo leggere il tentativo di aggressione contro l’Asse della Resistenza. Nasrallah disse: “l’Iran è la spalla, la Siria il braccio e Hezbollah il pugno”. L’obiettivo della destabilizzazione in Libano e distruggere il “pugno” della resistenza al sionismo. Ormai è chiaro, la situazione si è completamente ribaltata negli ultimi decenni. Un tempo i sionisti consideravano il confine libanese come quello più sicuro. Oggi invece esso è quello più pericoloso; il drone di Hezbollah ha dimostrato come in caso di guerra sionista al Libano, le milizie sciite sono capaci di colpire ogni luogo della Palestina occupata, Tel Aviv come Dimona, Eliat come Haifa. Bisogna inoltre considerare che in questo 2012 il governo di Miqati è stato messo a dura prova, con continui ribaltamenti di fronte da parte di alcuni esponenti politici libanesi. Un po’ della colpa però è dello stesso Miqati, che a mio modo di vedere si è auto-isolato, per via di alcune esternazioni poco felici. Egli nel commentare la vicenda del drone disse che ciò era in antitesi rispetto alle risoluzioni dell’ONU sul cessate il fuoco tra Hezbollah e i sionisti. Questa affermazione non deve essere stata presa benissimo da Seyyed Hasan Nasrallah. In ogni caso il Libano cerca una difficile stabilità, e l’asse Hezbollah-Aoun può aiutare a creare un Paese più stabile e meno coinvolto in conflitti settari.
Passando poi alla situazione irachena, dobbiamo dire che purtroppo l’Iraq sembra in preda ad una maledizione. Sono decenni che questo Paese vive nella guerra, e non si riesce a uscire da questa situazione. Il problema ora è la “libanizzazione” dell’Iraq. Il frutto più nefasto dell’occupazione americana dell’Iraq è stato il completo smantellamento dello Stato, che oggi vede un governo centrale guidato da Maliki, quasi impotente dinnanzi alle superficiali aspirazioni autonomistiche dei curdi. Questo progetto ha avuto la sua genesi nell’Iraq governato dal proconsole americano Bremer. L’obiettivo era quello di evitare in primo luogo la nascita di un Iraq forte, unito e filoiraniano, dopo la caduta di Saddam. Per fare ciò i terroristi di matrice wahabita finanziati dall’Arabia Saudita, con l’assenso degli americani, entrarono in massa in Iraq, cercando da un lato di fomentare l’odio confessionale, spesso ricorrendo a una sorta di “strategia della tensione”, colpendo indistintamente sia i sunniti iracheni che gli sciiti, per non dire dei cristiani, con l’evidente obiettivo di provocare rappresaglie e odio tra le varie confessioni religiose irachene, che fino a quel momento, avevano vissuto in modo relativamente tranquillo tra di loro. La strategia saudita e americana poi, si è concentrata per ciò che concerne l’Iraq, sul tentativo di “libanizzare” il Paese, formando soprattutto nel nord, a prevalenza curda, un governo autonomo “de facto”, capace di intrattenere relazioni internazionali anche senza il consenso del governo centrale con sede a Baghdad. Insomma, l’alleanza tra sauditi, americani e terroristi wahabiti ha destabilizzato fortemente l’Iraq, facendo cadere il Paese in una spirale di violenza che ancora oggi stenta a placarsi. Il governo iracheno non riesce ancora ad emergere chiaramente come attore influente nelle dinamiche regionali, avendo un governo che ha buone relazioni con l’Iran, ma una regione autonoma curda che ultimamente oscilla verso il nuovo asse Ankara-Riyadh. Anche la Turchia quindi ha deciso di giocare un ruolo di destabilizzazione nell’Iraq governato da Noori Maliki, sostenendo sia certi gruppi terroristici, come è emerso dalle indagini della magistratura irachena riguardo all’esule (guarda caso proprio in Turchia) Tariq Hashemi e le sue presunte malefatte contro la popolazione civile, sia i gruppi separatisti curdi. Ma quest’ultimo punto è un grande controsenso della politica estera “erdoganiana”. Non è raro infatti che l’aviazione turca entri nello spazio aereo iracheno, in modo del tutto abusivo, per bombardare le postazioni del PKK, ovvero i separatisti curdi antiturchi. Secondo me quest’alleanza non avrà una lunga vita, è tutta incentrata su dei vantaggi nel breve periodo, una volta conclusasi questa fase, cadrà a pezzi e si scioglierà come neve al sole.
La Repubblica islamica dell’Iran poi, sta attraversando, malgrado le pressioni dell’imperialismo e i conflitti che la vedono coinvolta direttamente o indirettamente, sia sul piano bellico, sia su quello mediatico, sia su quello economico, un momento molto importante e positivo della sua storia, almeno per ciò che concerne gli ultimi duecento anni. Il 2012 secondo me ha sancito definitivamente il ruolo fondamentale dell’Iran come attore importantissimo non solo a livello regionale, ma anche a livello internazionale. Il grande successo diplomatico ottenuto con l’organizzazione del meeting dei Paesi non allineati nel mese di agosto, ha dimostrato la forza dell’Iran. Ma se ci limitassimo a ciò non avremmo ben capito il peso di Tehran nelle relazioni internazionali. Che piaccia o no, l’Iran oggi è riuscito a tessere una fitta rete di alleanze, dall’America Latina alla Corea del Nord, passando per l’Asse della Resistenza in Medio Oriente, capace di mettere in serio pericolo l’egemonia imperialista. Inoltre, il 2012 è stato l’anno dell’avvicinamento senza precedenti dell’Iran a due Paesi fondamentali per gli equilibri mondiali, ovvero la Russia e la Cina. Se queste alleanze da tattiche divenissero strategiche, allora nascerebbe un nuovo equilibrio nel mondo, basato sulla giustizia e la solidarietà tra le nazioni oppresse, che scalzerebbe l’attuale mondo basato su guerre imperialiste e devastazioni. La capacità militare dell’Iran poi si è accresciuta moltissimo.
Solo in un anno due droni americani sono stati catturati dagli iraniani, per non dire della sempre più sofisticata capacità in ambito missilistico, vera spada di Damocle per il regime sionista e per le basi americane in Medio Oriente e in altre zone dell’Asia. La guerra economica poi è principalmente mediatica. Basterebbe far notare come la Borsa in Iran ha guadagnato in tre mesi (luglio-agosto-settembre) il 30%. Se poi si allarga il confronto a 5 anni si scopre che la Borsa di Tehran scoppia di salute: +210% contro il -5% di Wall Street e il pesantissimo -61% di Piazza Affari. Eppure, a giudicare dalle sanzioni dell'Occidente (prima Usa e Onu e dalla scorsa estate anche l'Ue, che ha poi rincarato la dose con nuove sanzioni approvate il 15 ottobre) l'Iran dovrebbe annaspare. La Borsa ci dice che non è così, che delle 339 quotate nel listino che vale oltre 100 miliardi di dollari ci sono alcune che stanno macinando terreno a dispetto dell'embargo sulle importazioni di petrolio iraniano posto dai Paesi occidentali. Insomma, c’è molta propaganda, come al solito. Il 2012 quindi si è chiuso con un Asse della Resistenza che non solo tiene dinnanzi alle pressioni dell’imperialismo, ma riesce anche a controbattere colpo su colpo e a entrare nel 2013 coi migliori propositi. Oggi, in ogni caso, il fronte principale rimane il conflitto siriano. La capacità della Siria di ristabilire l’ordine all’interno dei propri confini è fondamentale; una lunga guerra in Siria (perché oggi di questo si tratta) conviene solo agli USA, non alla Siria, ne tantomeno all’Asse della Resistenza.
Il 2012 si è caratterizzato come un anno pieno di conflitti e tensioni in Medio Oriente. Principalmente abbiamo potuto notare come l’Asse della Resistenza abbia dovuto difendersi da innumerevoli attacchi sui diversi fronti di questo agglomerato geopolitico che va dal Mar Mediterraneo orientale all’Oceano Indiano settentrionale. Questa “entità” politica, economica, culturale, militare e strategica, lega alcuni Stati, come l’Iran e la Siria, e alcuni movimenti politici e gruppi armati, come le fazioni resistenti palestinesi (Jihad islamica, Brigate Ezzeddin Qassam, FPLP), la resistenza libanese guidata da Hezbollah (che comprende anche Amal e i cristiani di M. Aoun, senza dimenticare il Partito Comunista libanese) e alcuni gruppi iracheni. Essendo questa alleanza la principale minaccia alla sicurezza del regime sionista e la principale preoccupazione per i piani di egemonia regionale occidentali, per non dire delle mire neo-ottomane e wahabite dell’asse del collaborazionismo (Turchia-Qatar-Arabia Saudita), ed essendo l’Asse della Resistenza un agglomerato geopolitico variegato e grande, le trame per indebolirla necessitano di un’azione coordinata su più fronti, come è effettivamente accaduto lungo tutto il 2012.
In tutto il 2012 il complotto imperialista per abbattere o quantomeno indebolire la Siria, perno dell’Asse della Resistenza, si è concentrato su due fronti: in primo luogo la guerra è stata condotta psicologicamente, nei media. A livello regionale, ma non solo, il Qatar e l’Arabia Saudita si sono occupati della propaganda mediatica contro il governo siriano. Sempre vedendo la guerra dell’imperialismo contro Damasco ad un livello prettamente mediatico, il governo siriano sarebbe ormai alla fine, anche se è più di un anno che i media arabi e occidentali parlano di una imminente caduta di Assad. Uno dei leader dell'opposizione siriana (Burhan Ghalioun) parlava l'estate scorsa (2011) della fine del governo a settembre, e oggi, a più di un anno di distanza, Assad è ancora al potere. Altri recentemente avevano previsto la caduta del governo legittimo della Repubblica Araba di Siria entro il Natale del 2012. Questa propaganda mediatica è talmente forte a livello globale, che l'opinione pubblica mondiale è stata influenzata in modo massiccio. La capacità di influenza mediatica occidentale ha raggiunto nella vicenda siriana delle cime che non aveva mai raggiunto nel recente passato; in ciò, il sostegno dei media arabi come Al Jazeera e Al Arabya non è da sottovalutare, visto che la maggioranza assoluta degli arabi, si informa grazie a questi canali. Possiamo dire apertamente che per ciò che concerne la guerra mediatica, la sfida è impari e il dominio occidentale è netto. Ma da un'altra visuale, la sfida si gioca principalmente sul terreno. Le varie battaglie del 2012 (Homs a febbraio-marzo, Damasco e Aleppo questa estate e altre battaglie minori), dimostrano fino ad ora il prevalere del governo siriano sull'opposizione armata, senza dimenticare le elezioni del parlamento, svoltesi in un clima di multipartitismo che hanno visto una buona partecipazione popolare e la vittoria dei gruppi vicini ad Assad. A livello mediatico gli occidentali sono in vantaggio, ma sul campo (ed è questo che conta concretamente) sta prevalendo Assad.
Per risolvere la crisi definitivamente c’è bisogno o della sconfitta totale del governo siriano, o della sua resa e quindi del suo totale allineamento ali interessi del sionismo e dell’imperialismo, oppure una definitiva resa dei ribelli. In ciò il ruolo della Turchia è importante. Finché ad Ankara non la smetteranno di aiutare i terroristi e le frontiere non saranno sigillate, l’attacco terroristico non si fermerà. Penso che la disfatta del governo di Assad sia impossibile, visto che egli gode della fiducia dell’esercito e di una parte consistente del popolo. D’altronde penso che purtroppo l’attacco terroristico continuerà, visto e considerato il bombardamento mediatico degli arabi e la cocciutaggine dell’attuale dirigenza turca, nel voler continuare questa guerra fratricida. Senza ombra di dubbio, sarà in ogni caso improbabile l’attuazione del “modello libico”, perché la Siria dimostra una forte tenuta sia come società, nonostante sia molto più multietnica della Libia, sia a livello di apparati di sicurezza. Vorrei ricordare che l’imperialismo in Libia riuscì a “comprare” quasi tutti i dirigenti del regime di Gheddafi, relegando il colonnello in un cantone. In Siria invece i vertici militari tengono duro, e non hanno intenzione di isolare Assad e i suoi stretti collaboratori. Senza dimenticare lo scacchiere regionale. La Siria confina con la Palestina occupata; se verrà attaccata, in poche ore Tel Aviv potrebbe essere rasa al suolo, come più volte ha minacciato lo stesso presidente Assad.
Un altro fronte caldo è stato quello concernente la Palestina; il conflitto che da decenni infiamma questo Paese è il principale problema della regione. Quest’anno abbiamo assistito da un clamoroso cambio di strategia nei vertici di Hamas. I due capi del movimento, ovvero Ismail Haniya e Khaled Mashal si sono resi protagonisti di dichiarazioni esplicitamente antisiriane, tradendo l’unico Paese arabo che era stato disposto a ospitare il movimento in anni in cui tutti gli attori del mondo arabo, dalla Giordania all’Egitto, li avevano cacciati e vilipesi. Questo tradimento è rimasto nella storia e nessuno potrà mai cancellarlo. D’altronde la resistenza palestinese non è Khaled Mashal, ma quei giovani eroi che durante l’aggressione sionista, mentre lui se ne stava beato in qualche villa ad Antalya o sulla costa del Golfo Persico ospite di qualche sceicco, o magari a Sharm al-Sheikh, si sono immolati per la Patria e per la salvaguardia di Gaza e di tutta la Palestina storica, dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano. In ogni caso l’attacco sionista contro Gaza nel novembre scorso, ha dimostrato l’incredibile vulnerabilità del regime sionista. Ormai questa esperienza sembra essere giunta agli sgoccioli. Anche un filosionista convinto come Kissinger si è messo l’anima in pace, affermando: “entro 10 anni, non esisterà più Israele”. Se lo dice lui.
Anche sul fronte libanese possiamo leggere il tentativo di aggressione contro l’Asse della Resistenza. Nasrallah disse: “l’Iran è la spalla, la Siria il braccio e Hezbollah il pugno”. L’obiettivo della destabilizzazione in Libano e distruggere il “pugno” della resistenza al sionismo. Ormai è chiaro, la situazione si è completamente ribaltata negli ultimi decenni. Un tempo i sionisti consideravano il confine libanese come quello più sicuro. Oggi invece esso è quello più pericoloso; il drone di Hezbollah ha dimostrato come in caso di guerra sionista al Libano, le milizie sciite sono capaci di colpire ogni luogo della Palestina occupata, Tel Aviv come Dimona, Eliat come Haifa. Bisogna inoltre considerare che in questo 2012 il governo di Miqati è stato messo a dura prova, con continui ribaltamenti di fronte da parte di alcuni esponenti politici libanesi. Un po’ della colpa però è dello stesso Miqati, che a mio modo di vedere si è auto-isolato, per via di alcune esternazioni poco felici. Egli nel commentare la vicenda del drone disse che ciò era in antitesi rispetto alle risoluzioni dell’ONU sul cessate il fuoco tra Hezbollah e i sionisti. Questa affermazione non deve essere stata presa benissimo da Seyyed Hasan Nasrallah. In ogni caso il Libano cerca una difficile stabilità, e l’asse Hezbollah-Aoun può aiutare a creare un Paese più stabile e meno coinvolto in conflitti settari.
Passando poi alla situazione irachena, dobbiamo dire che purtroppo l’Iraq sembra in preda ad una maledizione. Sono decenni che questo Paese vive nella guerra, e non si riesce a uscire da questa situazione. Il problema ora è la “libanizzazione” dell’Iraq. Il frutto più nefasto dell’occupazione americana dell’Iraq è stato il completo smantellamento dello Stato, che oggi vede un governo centrale guidato da Maliki, quasi impotente dinnanzi alle superficiali aspirazioni autonomistiche dei curdi. Questo progetto ha avuto la sua genesi nell’Iraq governato dal proconsole americano Bremer. L’obiettivo era quello di evitare in primo luogo la nascita di un Iraq forte, unito e filoiraniano, dopo la caduta di Saddam. Per fare ciò i terroristi di matrice wahabita finanziati dall’Arabia Saudita, con l’assenso degli americani, entrarono in massa in Iraq, cercando da un lato di fomentare l’odio confessionale, spesso ricorrendo a una sorta di “strategia della tensione”, colpendo indistintamente sia i sunniti iracheni che gli sciiti, per non dire dei cristiani, con l’evidente obiettivo di provocare rappresaglie e odio tra le varie confessioni religiose irachene, che fino a quel momento, avevano vissuto in modo relativamente tranquillo tra di loro. La strategia saudita e americana poi, si è concentrata per ciò che concerne l’Iraq, sul tentativo di “libanizzare” il Paese, formando soprattutto nel nord, a prevalenza curda, un governo autonomo “de facto”, capace di intrattenere relazioni internazionali anche senza il consenso del governo centrale con sede a Baghdad. Insomma, l’alleanza tra sauditi, americani e terroristi wahabiti ha destabilizzato fortemente l’Iraq, facendo cadere il Paese in una spirale di violenza che ancora oggi stenta a placarsi. Il governo iracheno non riesce ancora ad emergere chiaramente come attore influente nelle dinamiche regionali, avendo un governo che ha buone relazioni con l’Iran, ma una regione autonoma curda che ultimamente oscilla verso il nuovo asse Ankara-Riyadh. Anche la Turchia quindi ha deciso di giocare un ruolo di destabilizzazione nell’Iraq governato da Noori Maliki, sostenendo sia certi gruppi terroristici, come è emerso dalle indagini della magistratura irachena riguardo all’esule (guarda caso proprio in Turchia) Tariq Hashemi e le sue presunte malefatte contro la popolazione civile, sia i gruppi separatisti curdi. Ma quest’ultimo punto è un grande controsenso della politica estera “erdoganiana”. Non è raro infatti che l’aviazione turca entri nello spazio aereo iracheno, in modo del tutto abusivo, per bombardare le postazioni del PKK, ovvero i separatisti curdi antiturchi. Secondo me quest’alleanza non avrà una lunga vita, è tutta incentrata su dei vantaggi nel breve periodo, una volta conclusasi questa fase, cadrà a pezzi e si scioglierà come neve al sole.
La Repubblica islamica dell’Iran poi, sta attraversando, malgrado le pressioni dell’imperialismo e i conflitti che la vedono coinvolta direttamente o indirettamente, sia sul piano bellico, sia su quello mediatico, sia su quello economico, un momento molto importante e positivo della sua storia, almeno per ciò che concerne gli ultimi duecento anni. Il 2012 secondo me ha sancito definitivamente il ruolo fondamentale dell’Iran come attore importantissimo non solo a livello regionale, ma anche a livello internazionale. Il grande successo diplomatico ottenuto con l’organizzazione del meeting dei Paesi non allineati nel mese di agosto, ha dimostrato la forza dell’Iran. Ma se ci limitassimo a ciò non avremmo ben capito il peso di Tehran nelle relazioni internazionali. Che piaccia o no, l’Iran oggi è riuscito a tessere una fitta rete di alleanze, dall’America Latina alla Corea del Nord, passando per l’Asse della Resistenza in Medio Oriente, capace di mettere in serio pericolo l’egemonia imperialista. Inoltre, il 2012 è stato l’anno dell’avvicinamento senza precedenti dell’Iran a due Paesi fondamentali per gli equilibri mondiali, ovvero la Russia e la Cina. Se queste alleanze da tattiche divenissero strategiche, allora nascerebbe un nuovo equilibrio nel mondo, basato sulla giustizia e la solidarietà tra le nazioni oppresse, che scalzerebbe l’attuale mondo basato su guerre imperialiste e devastazioni. La capacità militare dell’Iran poi si è accresciuta moltissimo.
Solo in un anno due droni americani sono stati catturati dagli iraniani, per non dire della sempre più sofisticata capacità in ambito missilistico, vera spada di Damocle per il regime sionista e per le basi americane in Medio Oriente e in altre zone dell’Asia. La guerra economica poi è principalmente mediatica. Basterebbe far notare come la Borsa in Iran ha guadagnato in tre mesi (luglio-agosto-settembre) il 30%. Se poi si allarga il confronto a 5 anni si scopre che la Borsa di Tehran scoppia di salute: +210% contro il -5% di Wall Street e il pesantissimo -61% di Piazza Affari. Eppure, a giudicare dalle sanzioni dell'Occidente (prima Usa e Onu e dalla scorsa estate anche l'Ue, che ha poi rincarato la dose con nuove sanzioni approvate il 15 ottobre) l'Iran dovrebbe annaspare. La Borsa ci dice che non è così, che delle 339 quotate nel listino che vale oltre 100 miliardi di dollari ci sono alcune che stanno macinando terreno a dispetto dell'embargo sulle importazioni di petrolio iraniano posto dai Paesi occidentali. Insomma, c’è molta propaganda, come al solito. Il 2012 quindi si è chiuso con un Asse della Resistenza che non solo tiene dinnanzi alle pressioni dell’imperialismo, ma riesce anche a controbattere colpo su colpo e a entrare nel 2013 coi migliori propositi. Oggi, in ogni caso, il fronte principale rimane il conflitto siriano. La capacità della Siria di ristabilire l’ordine all’interno dei propri confini è fondamentale; una lunga guerra in Siria (perché oggi di questo si tratta) conviene solo agli USA, non alla Siria, ne tantomeno all’Asse della Resistenza.
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martedì 17 gennaio 2012
Gazzarra alla Knesset, il Segretario del Comitato di Difesa Mofaz grida a Netanyahu: "Sei un maledetto bugiardo!"
Chi costruisce la propria vita e le proprie dubbie fortune sulle menzogne deve stare molto attento e avere ottima memoria visto che corre costantemente il rischio di cadere in contraddizione; questo é certamente il caso dei sionisti che siedono nel cosiddetto 'Parlamento' della Knesset, organo che non ha altra funzione se non quella di decidere e ratificare quali politiche di persecuzione e pulizia etnica, apartheid e aggressione e occupazione delle terre dei legittimi abitanti di Palestina perseguire.
Ieri pomeriggio i lavori di questa poco augusta e poco pulita assemblea sono stati scossi dal virulento scontro che ha opposto il Segretario del Comitato parlamentare per la Difesa (sarebbe meglio dire l'Aggressione!) e la Politica Estera, Shaul Mofaz al Primo Ministro Benji Netanyahu in persona, 'capo' del Governo di Estrema Destra attualmente al potere, ma in realtà succube delle sue ali più razziste e radicali. Sembra, a quanto riportato dagli stessi media sionisti, che Mofaz sia saltato in piedi gridando a Netanyahu: "I cittadini di Israele dovrebbero sapere che il loro Primo Ministro é un maledetto bugiardo!".
Il quotidiano Jerusalem Post aveva riportato che nella parte di pomeriggio precedente un portavoce dell'ufficio del Premier avrebbe accusato Mofaz di aver dichiarato che il Capo di Stato Maggiore delle forze armate di Occupazione, Benny Gantz (sopra al centro) non avrebbe dipinto un quadro veritiero delle prospettive per il budget e le spese militari per il 2012, qualcosa che Mofaz si é affrettato a negare di aver anche solo mai suggerito. Dopo l'esplosione di rabbia Mofaz avrebbe ordinato a tutti i suoi collaboratori di lasciare l'aula intimando a Netanyahu di far immediatamente ritrattare le dichiarazioni del suo ufficio. Il Premier, a sentire i testimoni dell'incidente, sarebbe rimasto visibilmente scosso dall'accaduto.
Ovviamente poi é venuto fuori che in realtà una vibrata critica di Mofaz all'operato dello Stato Maggiore riguardo ai budget c'era veramente stata e che la differenza tra la dichiarazione rilasciata e l'accusa di menzogna riportata dai portavoce del Premier era una mera questione di dettagli dialettici. Mofaz avrebbe lamentato un "problema di trasparenza nel budget" (cioé Gantz non sta dicendo la verità), problema che si estende anche alla "coordinazione tra il Primo Ministro e il Ministro delle Finanze riguardo alle previsioni di spesa per il 2012".
Chi é il bugiardo ora?
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domenica 1 gennaio 2012
Buon 2012 a tutti i lettori di "Palaestina Felix", con uno speciale messaggio da Youtube!
NOI NON SIAMO LIBERATORI
I LIBERATORI NON ESISTONO
I POPOLI SI LIBERANO DA SOLI
NOI DIFENDIAMO GLI OPPRESSI
E COMBATTIAMO GLI OPPRESSORI
ESISTERE E' RESISTERE
NOI SIAMO ANONYMOUS
NOI SIAMO LEGIONE
NOI NON DIMENTICHIAMO
NOI NON PERDONIAMO
STIAMO ARRIVANDO
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Palaestina Felix,
Video
lunedì 24 ottobre 2011
Centomila volte GRAZIE agli affezionati e fedeli lettori: in tredici mesi Palaestina Felix sfonda il tetto dei 100000 visitatori unici!
Centomila volte grazie a voi, amici della Palestina e lettori e sostenitori del nostro blog.
Poche settimane fa festeggiavamo il nostro primo anno di vita.
In trecento e ottanta giorni di vita (8 ottobre 2010 - 23 ottobre 2011) ci avete regalato centomila volte il vostro tempo.
Certamente, la dicitura "visitatore unico" non indica solo il lettore consapevole e appassionato, che magari ci mette in bookmark e torna a visitarci spesso e volentieri; copre anche il navigatore casuale, quello che ha seguito un link per errore, quello alla ricerca di una foto...e così via.
Pure, i numeri a volte hanno valenza simbolica che travalica il loro significato aritmetico e, per noi, la quota di centomila visitatori é un potente sprone a fare del 2012 un anno di impegno, dedizione, approfondimento e interdisciplinarietà che possa soddisfare anche il nostro lettore più esigente e attrarre l'attenzione e l'interesse di molte altre migliaia di follower e di appassionati.
Grazie ancora, cercheremo di meritarci la fiducia che ci avete accordato.
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One hundred thousand times "thank you" to our readers and visitors! Palaestina Felix hits 100,000 mark in 13 months!!
100,000 visitors are quite an achievement.
Especially for a blog written at 99% in Italian.
We have seen the quota of foreign visitors grow from month to month, despite the language barrier.
Without you, friends from abroad, the 100,000 visits mark would have been hit 55 days later.
Hence, we commit ourselves to reward you in the coming months by including more and more English content in our blog.
It's been a wonderful voyage so far.
We hope to make it even better in 2012 and to hit more peaks of traffic and readership thank to your continuing and ever-increasing interest and support.Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille! Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
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sabato 21 maggio 2011
Al-Sadr avverte gli americani: "Se non sarete fuori dall'Irak a Dicembre l'Esercito del Mahdi tornerà in armi per le strade!"
Moqtada al-Sadr, l'influente chierico sciita il cui movimento politico conta ben sette ministeri "chiave" nell'Esecutivo di Nouri al-Maliki ha esplicitamente messo in guardia i generali americani (e tramite loro la Casa Bianca) dalle conseguenze del prolungare oltre il termine stabilito tre anni fa la permanenza delle truppe di occupazione nel paese mesopotamico, invaso nel 2003 sull'onda dell'avventurismo militare bushevico fomentato dalla lobby neocon filosionista dei Perle, dei Wolfowitz e dei Rumsfeld.
L'avvertimento, lanciato nella Grande Moschea di Kufa durante le preghiere del venerdì é stato quindi reiterato da Dhiya al-Showki, capo del Comitato Sociale del movimento sadrista, che ha invitato il Primo Ministro Nouri al Maliki a dare seguito fino in fondo agli accordi sottoscritti nel 2008, all'ingresso di Obama alla Casa Bianca, secondo i quali tutte le forze militari Usa dovranno essere fuori dall'Irak al 1 gennaio 2012.
Per rendere più chiaro cosa accadrebbe in caso contrario, la milizia sciita leale ad Al-Sadr, l'Esercito del Mahdi, ha in programma una parata senza armi per le strade di Baghdad, riguardo la quale le autorità locali non hanno avuto altra scelta al di fuori della concessione immediata del nulla osta e relative autorizzazioni. Nelle parole di un comandante della milizia nei sobborghi sciiti della capitale (soprannominati 'Sadr City' in onore del padre di Moqtada, ucciso da Saddam Hussein) "Vogliamo dimostrare agli americani che rifiutiamo la loro occupazione, e che se tenteranno di estenderla vi saranno gravi conseguenze!".
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