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venerdì 1 febbraio 2019

ANALISI APPROFONDITA dell'intervista rilasciata ad Al-Mayadeen dal leader di Hezbollah

Nuovo importante video caricato sul nostro sempre trafficato e frequentato Canale Youtube!

Hassan Nasrallah la settimana scorsa ha rilasciato un'importante intervista al canale Al-Mayadeen.

L'emittente libanese fu fondata da una cooperativa di giornalisti "in fuga" da Al-Jazeera che il precedente Emiro del Qatar voleva trasformare nel megafono dei Fratelli Musulmani e dell'ISIS.

Speriamo che le nostre analisi vi sembrino significative e approfondite!

mercoledì 16 maggio 2018

Lavrov definisce "blasfema" la pretesa sionista di chiamare 'terroristi' le vittime della mattanza di Gaza!

La diplomazia del Cremlino é sempre aperta, onesta e va dritta al punto.

Se lo ricordino i 'commissari da calciomercato' che si sono scatenati in un'orgia di CAZZATE dopo il 9 maggio perché "Budyn syonista dradydore ha inkontrato netagnahu!".

La Russia parla con tutti, l'ha sempre fatto e continuerà a farlo, ma non mancherà mai di PARLARE CHIARO.

mercoledì 16 agosto 2017

Perché non ho creduto nemmeno per un minuto alla "Caduta di Assad"

E' facile ora, molto facile, con le forze siriane all'attacco e in avanzata su tutti i fronti, darsi pacche sulle spalle e compiacersi della vittoria delle Forze del Bene nel confronto durato dal 2011 a oggi tra l'aggressione takfiro-wahabi-sionista internazionale e l'Asse della Resistenza.

Ma ancora nel 2015 c'era chi diceva che Assad stava perdendo, che i terroristi avrebbero preso Latakia, che dopo Palmyra e Idlib anche Homs e Hama stavano per tornare in mano ai terroristi, che Aleppo sarebbe stata isolata e conquistata.

Tutto questo era vero e quando io contestavo queste previsioni da prefica portatrice di sventura venivo accusato di 'essere troppo ottimista'.

Niente affatto.

Io ero solamente informato.

martedì 4 luglio 2017

Il Ministero degli Esteri russo commenta motivazioni e scopi del tentato triplice attacco a Damasco!


Le tre autobombe che terroristi suicidi hanno cercato di utilizzare a Damasco per compiere un'orribile triplice strage (sventata al costo delle vite di diciotto persone. tra cui diversi agenti del Servizio Segreto Aeronautico) hanno sollecitato una reazione da parte del Ministero degli Esteri della Repubblica Federale Russa, che così si é espresso in merito:

"Condanniamo senza riserve questa sanguinosa sortita che é stata chiaramente commessa per tentare di rallentare, bloccare o comunque rendere siagevoli gli sforzi verso una soluzione negoziata del conflitto in atto in Siria. I processi negoziali fin qui attivati hanno dato ottimi risultati; valutiamo che un'azione estremistica di questo genere volesse ostruirne il consolidamento".

domenica 29 marzo 2015

Aggiornamenti da Idlib: l'Esercito Siriano rinforza le posizioni, i terroristi non controllano la città!

"A tutti coloro che hanno seguito la lotta e le vittorie delle nostre Forze Armate chiediamo di mantenere la calma e di non prestare ascolto ai proclami dei media terroristi. Ricordate che questa é una guerra anche di informazione e propaganda. I nostri uomini si sono dovuti ritirare da Idlib, certo, esattamente come si dovettero ritirare da Maaloula, che venne poi ripresa completamente, proprio come tante altre località. Il fatto che Idlib sia stata evacuata (insieme con circa 15.000 civili messi in salvo) non vuol dire che essa sia stata 'conquistata' dai terroristi, la nostra artiglieria, la nostra aviazione possono colpirli in ogni momento ed essi possono muoversi da un quartiere all'altro solo di notte o col favore del maltempo".

Queste le parole con cui l'Esercito Siriano ha commentato i recenti fatti di Idlib; una valutazione prosaica, posata e professionale che fa giustizia di molto allarmismo e di molta esagerazione, contro le quali abbiamo messo noi stessi in guardia fin dai primi momenti. La guerra, cari affezionati lettori, é guerra e non un film di Hollywood e il particolare dei 15.000 civili evacuati deve farci gioire perché significa che i ratti takfiri non avranno popolo da opprimere e tormentare nella loro, si spera breve, permanenza a Idlib.

martedì 3 marzo 2015

Il PFLP-GC in una nota ufficiale difende Hamas dalla campagna di fango di certi media e agenzie egiziane!

Il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina-Comando Generale (PFLP-GC) ha condannato la continua campagna di diffamazione in atto verso Hamas da parte di alcuni ambienti e corti dell'apparato giudiziario egiziano; nella nota emessa in merito il Comando Generale ha esteso al Movimento Musulmano di Resistenza il riconoscimento per i suoi anni di duro impegno contro l'occupazione sionista che costituisce il suo unico bersaglio e nemico.

martedì 3 febbraio 2015

Gaza reagisce alla stupida, iniqua sentenza egiziana: "I nostri combattenti non sono terroristi!"

La sciocca, inspiegabile decisione della Corte Speciale egiziana, che non aiuterà per niente le autorità del Cairo nel loro tentativo di combattere e contrastare i terroristi presenti nel Sinai (riconducibili a gruppi ikhwaniti o wahabiti) sta invece avvelenando i rapporti tra l'Egitto e la Striscia di Gaza.
Una folla di dimostranti si é radunata ieri a Jabailya nella parte Nord della Striscia con bandiere di Hamas, delle Brigate Qassam, lanciando slogan proclamando la propria solidarietà con i Ragazzi della Resistenza Armata.

domenica 1 febbraio 2015

Pessima, stupida, miope decisione di un tribunale egiziano mette in crisi i rapporti Gaza-Cairo

"Dopo questa miope decisione di un tribunale egiziano, nostro malgrado non possiamo più considerare Il Cairo come un onesto mediatore nelle questioni palestinesi". Con questo laconico comunicato il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri ha liquidato l'assurda inclusione delle Brigate Ezzedine al-Qassam in una lista di 'organizzazioni terroriste', da parte della Corte Speciale cairota presieduta dal Giudice Mohamed al-Sayid.

martedì 26 novembre 2013

Hezbollah saluta "con estrema soddisfazione" l'accordo nucleare iraniano!

Con un comunicato ufficiale rilasciato nella giornata di ieri il movimento di Resistenza sciita libanese Hezbollah ha sottolineato che il recente accordo in materia nucleare raggiunto a Ginevra tra Repubblica Islamica e nazioni del 5+1 "rappresenta una vittoria e un raggiungimento qualitativo globale che si aggiunge al registro delle splendenti vittorie raggiunte dalla Repubblica Islamica dal giorno della sua nascita".

"L'accordo é un esempio e una lezione al resto del mondo, a Governi e popoli che perseguono il prestigio e l'indipendenza delle proprie nazioni senza volersi umiliare davanti a 'diktat' stranieri e senza piegarsi a minacce di sanzioni economiche o di attacchi militari".

Hezbollah non nasconde che "gli effetti secondari di questo storico risultato" arriveranno a farsi sentire anche in Libano, dando vigore ed entusiasmo alla Causa della Resistenza, del riscatto degli oppressi e a tutti i suoi sostenitori contro gli avidi, gli occupanti, i tiranni arroganti e i loro scherani e manutengoli.

domenica 29 settembre 2013

Ouday Ramadan fa le sue considerazioni sull'Aftermath della crisi siriana e sul 'disgelo' Usa-Iran!

Riprendiamo queste dichiarazioni dal profilo facebook di Ouday "Soso" Ramadan, amico, compagno, camerata, fratello che in tutti questi mesi non ha mai fatto mancare la sua voce a sostegno della Repubblica Araba di Siria in mezzo al diluvio cacofonico di menzogne dei mass-media italiani asserviti a Washington e Sion e ai belati imbecilli della pseudosinistra "filo-qaedista" e della pseudodestra "filo-NATO"; Ouday Ramadan, all'apice delle minacce Usa contro la sua patria é tornato di corsa in Siria per partecipare alla difesa della sua terra...sei un grande Ouday, la tua soddisfazione nello scrivere queste righe di sintesi sugli ultimi avvenimenti mediorientali é anche la nostra!
 

Rohani torna a casa incassando il riconoscimento all'Iran come una potenza nel Vicino Oriente. Gli Usa abbandonano i loro alleati arabi al proprio destino barattandoli con l'Iran.
La grande mazzata per gli oppositori siriani è stata la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che invita il Regime siriano a collaborare con gli ispettori per la distruzione dell'arsenale chimico siriano.

In caso contrario, il Consiglio di Sicurezza sarà costretto a riunirsi per autorizzare l'uso della forza contro il regime siriano. Naturalmente sarà pronto il duplice cartellino rosso sia quello russo che quello cinese.
Nella attuale risoluzione, il Consiglio di Sicurezza esorta gli stati arabi a cessare immediatamente il loro appoggio balistico all'opposizione siriana e li invita ad adottare la soluzione politica.

Tutti i gruppi terroristi operanti in Siria hanno delegittimato i rappresentanti dell'opposizione all'estero.

E' scattata l'ora del regolamento di conti fra gli oppositori interni ed esterni. Nelle zone controllate dal rattume stiamo assistendo ad una guerra intestina che ha per obiettivo la liquidazione fisica di questi gruppi.
Il grande assente di questo scenario è la Turchia di Erdogan messa in un angolo dall'amore platonico palesato da Obama verso Rohani. Le flotte inglesi, francesi ed americane presenti vicino alle coste siriane hanno iniziato il loro ritorno verso ignote destinazioni. Il conto alla rovescia per il ritorno alla normalità in Siria è iniziato.

I siriani hanno tutto il tempo per completare l'opera di bonifica e iniziare a ricostruire le zone distrutte da questa aggressione. Oggi, Bashar Al Assad viene intervistato dalle maggiori testate giornalistiche occidentali. Chissà pure Napolitano non sarebbe pronto a rinominare di nuovo il Presidente Siriano come Cavaliere di Gran Croce? Non mi stupirebbe. La crisi siriana si avvia verso la fine.

Non posso esimermi dal ricordare il tributo di sangue pagato dai siriani e dai combattenti degli Hizbollah per contrastare questo complotto imperialista. Senza il tributo di sangue pagato dai giovani soldati di leva dell'esercito siriano, la Siria sarebbe crollata nel giro di 24 ore.

Inoltre, il mio pensiero va al grande Generale Hafez Al Assad che grazie ai suoi piani quinquennali di Socialismo scientifico e panarabista, la Siria ha resistito.

Conclusa una battaglia e avanti con la prossima!

sabato 6 luglio 2013

Ali Reza Jalali sugli ultimi avvenimenti egiziani "Mursi non ha voluto o potuto intraprendere cambiamenti concreti!"

La redazione di Palaestina Felix é lieta di ospitare sulle sue pagine l'informata e approfondita opinione dell'amico Ali Reza Jalali in merito ai recenti rivolgimenti egiziani e alle loro ripercussioni nell'arena araba e mediorientale.


Vi sono ancora troppe incognite nel nuovo corso degli eventi in Egitto, dopo il colpo di stato che ha messo fuori gioco il presidente Morsi, e anche le opinioni degli analisti sono contrastanti. I dati certi al momento sono: l'esercito, che ha sempre avuto in mano il potere effettivo nelle questioni strategiche, dai tempi di Nasser in poi, ha deciso di prendere in mano anche il potere formale, direttamente. I Fratelli Musulmani rischiano così un nuovo periodo di marginalizzazione dal potere politico del Cairo, andando in contro ad una seria sconfitta anche nella regione, considerando il fallimento del piano riconducibile alla caduta di Assad in Siria, dove la Fratellanza aveva il ruolo politico più importante nell'opposizione al governo damasceno.

In Palestina il tutto costringerà, considerando anche il ridimensionamento del prestigio di Erdogan per le note proteste in Turchia, il movimento Hamas, a un nuovo riposizionamento, e quindi, presumibilmente, a supplicare una riappacificazione con l'Asse della Resistenza (considerando anche la transizione al potere in Qatar). Morale della favola: l'asse antisiriano mediorientale, Turchia-Qatar-Fratelli Musulmani ha subito in poche settimane un serio smacco, non di certo ostacolato dagli stessi USA, che dopo aver "usato", come spesso fanno, i loro "alleati", poi li sacrificano. Il problema è il seguente: non si può avere la pretesa che i nordamericani abbiano un approccio più "umano", ma possiamo avere la pretesa di un atteggiamento più lungimirante da parte dei leader politici del Medio Oriente.

Anche se, ci rendiamo conto, che dato il materiale umano a disposizione, le nostre speranze potrebbero rivelarsi vane.

La dirigenza araba del dopo "primavere", si è dimostrata, tutto sommato, in continuità con i politici che l'aveva preceduta. In Egitto ad esempio, tutto quello che ha fatto Morsi, è stato quello di non fare nulla. Nessuna riapertura del valico di Rafah in modo permanente per consentire alla popolazione assediata di Gaza di respirare. Addirittura il blocco del valico è continuato anche nel periodo in cui, nel novembre dell'anno scorso, Israele lanciò un pesante attacco contro la Striscia, esattamente come aveva fatto Mubarak nel periodo 2008-2009. In un anno di potere in mano, Morsi ha cercato di barcamenarsi, ma non è riuscito, o forse non ha voluto compiere concretamente passi verso il cambiamento. Le sue posizioni sulla crisi siriana hanno destato molte perplessità e addirittura la decisione di troncare i rapporti diplomatici con Damasco, nel pieno di una offensiva dell'esercito di Assad per riconquistare alcune zone strategiche del paese in mano ai ribelli, ormai in chiara difficoltà, è sembrato un gesto molto goffo.

La situazione economica dell'Egitto è poi peggiorata molto nel corso degli ultimi due anni, in un paese che dipende molto dal turismo, i viaggi degli stranieri, per ovvi motivi legati all'instabilità politica, sono diminuiti. Anche ciò ha avuto molto peso nelle proteste popolari contro Morsi, ma senza l'intervento dell'esercito, non vi sarebbe stata una caduta così rapida del presidente islamista. La Fratellanza Musulmana sembrava destinata a giocare un ruolo importante dopo la caduta di Mubarak e degli altri leader della regione. Dobbiamo essere onesti su questo punto: se i FM invece di allinearsi alle posizioni occidentali su molti temi, come la Siria, e la totale indifferenza sulla questione di Gaza, ripresa solo a parole (ma le parole venivano spese anche da Mubarak e dagli altri, la gente chiedeva azioni concrete, non chiacchere), forse ora, invece di una certa indifferenza popolare nei confronti della caduta di Morsi, vi sarebbero milioni di persone in piazza a difendere il loro leader, democraticamente eletto. E invece c'è il deserto o quasi. Morsi, grazie ai suoi errori e all'eccessivo conservatorismo della Fratellanza, ha perso tutto il consenso che poteva esserci per lui e il suo movimento politico.

All'indomani della caduta di Mubarak, alcuni leader di rilievo dell'Ikhwan si recarono a Tehran, dall'Ayatollah Khamenei. In quell'occasione la Guida iraniana disse loro: "Esistono due tipi di musulmani: quelli che ritengono l'America molto potente, molto ricca, molto influente, e che quindi ritengono impossibile ed inutile un confronto con questa potenza; essi si mettono l'anima in pace e cedono dinnanzi alle pretese degli statunitensi. Vi è però un'altra categoria di musulmani. Questi ultimi pur ritenendo l'America molto potente, molto ricca e molto influente, pensano che in ogni caso, la potenza americana non sia superiore a quella di Dio. In questo modo essi assumono autoconvincimento e riescono a resistere, ricordando la grandezza divina, ad eventuali pretese eccessive degli USA". Il grido "Allah Akbar" (Dio è Grande) era sulla bocca dei Fratelli Musulmani, ma evidentemente nei loro cuori lo slogan più forte era: "Amrika Akbar" (l'America è grande).

In ogni caso ora la situazione è molto complicata e bisognerà vedere dopo la transizione militare, l'esercito chi accetterà al potere; in questi giorno si è fatto il nome di El Baradei, che ha alle spalle alcuni gruppi liberali, nazionalisti, anche taluni islamisti (questi giorni in Piazza Tahrir vi erano anche alcuni piccoli gruppi sciiti a protestare contro Morsi), senza dimenticare però i fans di Mubarak, sempre pronti al reintegro, ammesso e non concesso che ci sia stata una vera defenestrazione degli uomini dell'ex rais. 

 

giovedì 3 gennaio 2013

"IL 2012 DELL'ASSE DELLA RESISTENZA" Commento e Prospettive Future secondo Ali Reza Jalali!

Ringraziamo ancora una volta l'ottimo Ali Reza Jalali di averci voluto mettere a parte delle sue profonde analisi e riflessioni sull'arena geopolitica mediorientale in questo 'fondo' che tira il bilancio del 2012 appena trascorso e fa il punto per i prossimi dodici mesi che ci aspettiamo irti di sfide ma anche forieri di grandi vittorie per la Resistenza Antisionista e Anti imperialista
 
Il 2012 si è caratterizzato come un anno pieno di conflitti e tensioni in Medio Oriente. Principalmente abbiamo potuto notare come l’Asse della Resistenza abbia dovuto difendersi da innumerevoli attacchi sui diversi fronti di questo agglomerato geopolitico che va dal Mar Mediterraneo orientale all’Oceano Indiano settentrionale. Questa “entità” politica, economica, culturale, militare e strategica, lega alcuni Stati, come l’Iran e la Siria, e alcuni movimenti politici e gruppi armati, come le fazioni resistenti palestinesi (Jihad islamica, Brigate Ezzeddin Qassam, FPLP), la resistenza libanese guidata da Hezbollah (che comprende anche Amal e i cristiani di M. Aoun, senza dimenticare il Partito Comunista libanese) e alcuni gruppi iracheni. Essendo questa alleanza la principale minaccia alla sicurezza del regime sionista e la principale preoccupazione per i piani di egemonia regionale occidentali, per non dire delle mire neo-ottomane e wahabite dell’asse del collaborazionismo (Turchia-Qatar-Arabia Saudita), ed essendo l’Asse della Resistenza un agglomerato geopolitico variegato e grande, le trame per indebolirla necessitano di un’azione coordinata su più fronti, come è effettivamente accaduto lungo tutto il 2012.
In tutto il 2012 il complotto imperialista per abbattere o quantomeno indebolire la Siria, perno dell’Asse della Resistenza, si è concentrato su due fronti: in primo luogo la guerra è stata condotta psicologicamente, nei media. A livello regionale, ma non solo, il Qatar e l’Arabia Saudita si sono occupati della propaganda mediatica contro il governo siriano. Sempre vedendo la guerra dell’imperialismo contro Damasco ad un livello prettamente mediatico, il governo siriano sarebbe ormai alla fine, anche se è più di un anno che i media arabi e occidentali parlano di una imminente caduta di Assad. Uno dei leader dell'opposizione siriana (Burhan Ghalioun) parlava l'estate scorsa (2011) della fine del governo a settembre, e oggi, a più di un anno di distanza, Assad è ancora al potere. Altri recentemente avevano previsto la caduta del governo legittimo della Repubblica Araba di Siria entro il Natale del 2012. Questa propaganda mediatica è talmente forte a livello globale, che l'opinione pubblica mondiale è stata influenzata in modo massiccio. La capacità di influenza mediatica occidentale ha raggiunto nella vicenda siriana delle cime che non aveva mai raggiunto nel recente passato; in ciò, il sostegno dei media arabi come Al Jazeera e Al Arabya non è da sottovalutare, visto che la maggioranza assoluta degli arabi, si informa grazie a questi canali. Possiamo dire apertamente che per ciò che concerne la guerra mediatica, la sfida è impari e il dominio occidentale è netto. Ma da un'altra visuale, la sfida si gioca principalmente sul terreno. Le varie battaglie del 2012 (Homs a febbraio-marzo, Damasco e Aleppo questa estate e altre battaglie minori), dimostrano fino ad ora il prevalere del governo siriano sull'opposizione armata, senza dimenticare le elezioni del parlamento, svoltesi in un clima di multipartitismo che hanno visto una buona partecipazione popolare e la vittoria dei gruppi vicini ad Assad. A livello mediatico gli occidentali sono in vantaggio, ma sul campo (ed è questo che conta concretamente) sta prevalendo Assad.
Per risolvere la crisi definitivamente c’è bisogno o della sconfitta totale del governo siriano, o della sua resa e quindi del suo totale allineamento ali interessi del sionismo e dell’imperialismo, oppure una definitiva resa dei ribelli. In ciò il ruolo della Turchia è importante. Finché ad Ankara non la smetteranno di aiutare i terroristi e le frontiere non saranno sigillate, l’attacco terroristico non si fermerà. Penso che la disfatta del governo di Assad sia impossibile, visto che egli gode della fiducia dell’esercito e di una parte consistente del popolo. D’altronde penso che purtroppo l’attacco terroristico continuerà, visto e considerato il bombardamento mediatico degli arabi e la cocciutaggine dell’attuale dirigenza turca, nel voler continuare questa guerra fratricida. Senza ombra di dubbio, sarà in ogni caso improbabile l’attuazione del “modello libico”, perché la Siria dimostra una forte tenuta sia come società, nonostante sia molto più multietnica della Libia, sia a livello di apparati di sicurezza. Vorrei ricordare che l’imperialismo in Libia riuscì a “comprare” quasi tutti i dirigenti del regime di Gheddafi, relegando il colonnello in un cantone. In Siria invece i vertici militari tengono duro, e non hanno intenzione di isolare Assad e i suoi stretti collaboratori. Senza dimenticare lo scacchiere regionale. La Siria confina con la Palestina occupata; se verrà attaccata, in poche ore Tel Aviv potrebbe essere rasa al suolo, come più volte ha minacciato lo stesso presidente Assad.
Un altro fronte caldo è stato quello concernente la Palestina; il conflitto che da decenni infiamma questo Paese è il principale problema della regione. Quest’anno abbiamo assistito da un clamoroso cambio di strategia nei vertici di Hamas. I due capi del movimento, ovvero Ismail Haniya e Khaled Mashal si sono resi protagonisti di dichiarazioni esplicitamente antisiriane, tradendo l’unico Paese arabo che era stato disposto a ospitare il movimento in anni in cui tutti gli attori del mondo arabo, dalla Giordania all’Egitto, li avevano cacciati e vilipesi. Questo tradimento è rimasto nella storia e nessuno potrà mai cancellarlo. D’altronde la resistenza palestinese non è Khaled Mashal, ma quei giovani eroi che durante l’aggressione sionista, mentre lui se ne stava beato in qualche villa ad Antalya o sulla costa del Golfo Persico ospite di qualche sceicco, o magari a Sharm al-Sheikh, si sono immolati per la Patria e per la salvaguardia di Gaza e di tutta la Palestina storica, dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano. In ogni caso l’attacco sionista contro Gaza nel novembre scorso, ha dimostrato l’incredibile vulnerabilità del regime sionista. Ormai questa esperienza sembra essere giunta agli sgoccioli. Anche un filosionista convinto come Kissinger si è messo l’anima in pace, affermando: “entro 10 anni, non esisterà più Israele”. Se lo dice lui.
Anche sul fronte libanese possiamo leggere il tentativo di aggressione contro l’Asse della Resistenza. Nasrallah disse: “l’Iran è la spalla, la Siria il braccio e Hezbollah il pugno”. L’obiettivo della destabilizzazione in Libano e distruggere il “pugno” della resistenza al sionismo. Ormai è chiaro, la situazione si è completamente ribaltata negli ultimi decenni. Un tempo i sionisti consideravano il confine libanese come quello più sicuro. Oggi invece esso è quello più pericoloso; il drone di Hezbollah ha dimostrato come in caso di guerra sionista al Libano, le milizie sciite sono capaci di colpire ogni luogo della Palestina occupata, Tel Aviv come Dimona, Eliat come Haifa. Bisogna inoltre considerare che in questo 2012 il governo di Miqati è stato messo a dura prova, con continui ribaltamenti di fronte da parte di alcuni esponenti politici libanesi. Un po’ della colpa però è dello stesso Miqati, che a mio modo di vedere si è auto-isolato, per via di alcune esternazioni poco felici. Egli nel commentare la vicenda del drone disse che ciò era in antitesi rispetto alle risoluzioni dell’ONU sul cessate il fuoco tra Hezbollah e i sionisti. Questa affermazione non deve essere stata presa benissimo da Seyyed Hasan Nasrallah. In ogni caso il Libano cerca una difficile stabilità, e l’asse Hezbollah-Aoun può aiutare a creare un Paese più stabile e meno coinvolto in conflitti settari.
Passando poi alla situazione irachena, dobbiamo dire che purtroppo l’Iraq sembra in preda ad una maledizione. Sono decenni che questo Paese vive nella guerra, e non si riesce a uscire da questa situazione. Il problema ora è la “libanizzazione” dell’Iraq. Il frutto più nefasto dell’occupazione americana dell’Iraq è stato il completo smantellamento dello Stato, che oggi vede un governo centrale guidato da Maliki, quasi impotente dinnanzi alle superficiali aspirazioni autonomistiche dei curdi. Questo progetto ha avuto la sua genesi nell’Iraq governato dal proconsole americano Bremer. L’obiettivo era quello di evitare in primo luogo la nascita di un Iraq forte, unito e filoiraniano, dopo la caduta di Saddam. Per fare ciò i terroristi di matrice wahabita finanziati dall’Arabia Saudita, con l’assenso degli americani, entrarono in massa in Iraq, cercando da un lato di fomentare l’odio confessionale, spesso ricorrendo a una sorta di “strategia della tensione”, colpendo indistintamente sia i sunniti iracheni che gli sciiti, per non dire dei cristiani, con l’evidente obiettivo di provocare rappresaglie e odio tra le varie confessioni religiose irachene, che fino a quel momento, avevano vissuto in modo relativamente tranquillo tra di loro. La strategia saudita e americana poi, si è concentrata per ciò che concerne l’Iraq, sul tentativo di “libanizzare” il Paese, formando soprattutto nel nord, a prevalenza curda, un governo autonomo “de facto”, capace di intrattenere relazioni internazionali anche senza il consenso del governo centrale con sede a Baghdad. Insomma, l’alleanza tra sauditi, americani e terroristi wahabiti ha destabilizzato fortemente l’Iraq, facendo cadere il Paese in una spirale di violenza che ancora oggi stenta a placarsi. Il governo iracheno non riesce ancora ad emergere chiaramente come attore influente nelle dinamiche regionali, avendo un governo che ha buone relazioni con l’Iran, ma una regione autonoma curda che ultimamente oscilla verso il nuovo asse Ankara-Riyadh. Anche la Turchia quindi ha deciso di giocare un ruolo di destabilizzazione nell’Iraq governato da Noori Maliki, sostenendo sia certi gruppi terroristici, come è emerso dalle indagini della magistratura irachena riguardo all’esule (guarda caso proprio in Turchia) Tariq Hashemi e le sue presunte malefatte contro la popolazione civile, sia i gruppi separatisti curdi. Ma quest’ultimo punto è un grande controsenso della politica estera “erdoganiana”. Non è raro infatti che l’aviazione turca entri nello spazio aereo iracheno, in modo del tutto abusivo, per bombardare le postazioni del PKK, ovvero i separatisti curdi antiturchi. Secondo me quest’alleanza non avrà una lunga vita, è tutta incentrata su dei vantaggi nel breve periodo, una volta conclusasi questa fase, cadrà a pezzi e si scioglierà come neve al sole.
La Repubblica islamica dell’Iran poi, sta attraversando, malgrado le pressioni dell’imperialismo e i conflitti che la vedono coinvolta direttamente o indirettamente, sia sul piano bellico, sia su quello mediatico, sia su quello economico, un momento molto importante e positivo della sua storia, almeno per ciò che concerne gli ultimi duecento anni. Il 2012 secondo me ha sancito definitivamente il ruolo fondamentale dell’Iran come attore importantissimo non solo a livello regionale, ma anche a livello internazionale. Il grande successo diplomatico ottenuto con l’organizzazione del meeting dei Paesi non allineati nel mese di agosto, ha dimostrato la forza dell’Iran. Ma se ci limitassimo a ciò non avremmo ben capito il peso di Tehran nelle relazioni internazionali. Che piaccia o no, l’Iran oggi è riuscito a tessere una fitta rete di alleanze, dall’America Latina alla Corea del Nord, passando per l’Asse della Resistenza in Medio Oriente, capace di mettere in serio pericolo l’egemonia imperialista. Inoltre, il 2012 è stato l’anno dell’avvicinamento senza precedenti dell’Iran a due Paesi fondamentali per gli equilibri mondiali, ovvero la Russia e la Cina. Se queste alleanze da tattiche divenissero strategiche, allora nascerebbe un nuovo equilibrio nel mondo, basato sulla giustizia e la solidarietà tra le nazioni oppresse, che scalzerebbe l’attuale mondo basato su guerre imperialiste e devastazioni. La capacità militare dell’Iran poi si è accresciuta moltissimo.
 Solo in un anno due droni americani sono stati catturati dagli iraniani, per non dire della sempre più sofisticata capacità in ambito missilistico, vera spada di Damocle per il regime sionista e per le basi americane in Medio Oriente e in altre zone dell’Asia. La guerra economica poi è principalmente mediatica. Basterebbe far notare come la Borsa in Iran ha guadagnato in tre mesi (luglio-agosto-settembre) il 30%. Se poi si allarga il confronto a 5 anni si scopre che la Borsa di Tehran scoppia di salute: +210% contro il -5% di Wall Street e il pesantissimo -61% di Piazza Affari. Eppure, a giudicare dalle sanzioni dell'Occidente (prima Usa e Onu e dalla scorsa estate anche l'Ue, che ha poi rincarato la dose con nuove sanzioni approvate il 15 ottobre) l'Iran dovrebbe annaspare. La Borsa ci dice che non è così, che delle 339 quotate nel listino che vale oltre 100 miliardi di dollari ci sono alcune che stanno macinando terreno a dispetto dell'embargo sulle importazioni di petrolio iraniano posto dai Paesi occidentali. Insomma, c’è molta propaganda, come al solito. Il 2012 quindi si è chiuso con un Asse della Resistenza che non solo tiene dinnanzi alle pressioni dell’imperialismo, ma riesce anche a controbattere colpo su colpo e a entrare nel 2013 coi migliori propositi. Oggi, in ogni caso, il fronte principale rimane il conflitto siriano. La capacità della Siria di ristabilire l’ordine all’interno dei propri confini è fondamentale; una lunga guerra in Siria (perché oggi di questo si tratta) conviene solo agli USA, non alla Siria, ne tantomeno all’Asse della Resistenza.
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