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sabato 6 luglio 2019

Iran e Pachistan rafforzano i legami commerciali, rimuovendo tasse e balzelli!

La crescita economica dell'Iran é inarrestabile e, ovviamente, coinvolge direttamente i rapporti con i Paesi vicini, ansiosi di venire 'investiti' dai beni di alta qualità prodotti dalla Repubblica Islamica.

Iran e Pakistan hanno concordato di rafforzare i legami commerciali ed economici bilaterali e hanno promesso di rimuovere potenziali ostacoli che si frappongono, hanno riportato i media locali pakistani venerdì.

L'intesa è arrivata durante la prima sessione dell'8 ° Pakistan-Iran Joint Trade Committee, a cui ha partecipato una delegazione iraniana, guidata dal ministro dell'Industria, miniere e imprese Reza Rahmani e delegazione pakistana guidata dal consigliere del primo ministro pakistano sul commercio e il tessile Abdul Razak Dawood a Islamabad giovedì.

venerdì 13 gennaio 2012

Sorpresa, sorpresa, sorpresa! I militanti dell'attacco agostano ad Eilat erano beduini del Sinai


Come si ricorderà il nostro lettore più attento e assiduo lo scorso 18 agosto vicino a Eilat (più correttamente da indicarsi col suo nome arabo Umm el-Rishrash) corriere trasporto truppe dell'esercito sionista di occupazione vennero presa e bersaglio da militanti che, colpendole con granate a razzo e armi automatiche riuscirono a eliminare molti dei militari sionazisti a bordo. Mentre arrivavano di continuo aggiornamenti e flash non avemmo nessun dubbio ad attribuire quella audace e fortunata operazione a forze della Resistenza palestinese tanto da intitolare il nostro primo newsitem in merito: "Forze della Resistenza palestinese attaccano bus di soldati sionisti a Eilat".

Ebbene, dobbiamo chiedere scusa ai nostri lettori per esserci lasciati andare (in verità in buona compagnia, ma questo non ci scusa) a una affermazione non sostanziata e precipitosa; da quanto emerso dopo mesi e mesi di indagine dell'intelligence sionista, infatti, pare che i responsabili dell'azione non fossero affato Palestinesi e non fossero per nulla passati da Gaza nel Sinai egiziano e quindi da questo infiltratisi verso Umm Rishrash, affatto, essi, nel Sinai, ci avevano sempre vissuto essendo ormai praticamente certa (a quanto abbiamo potuto leggere sui media sionisti) la loro identità di Beduini egiziani, nativi e autoctoni della medesima penisola.

Questo fatto, a parte configurare i bombardamenti massicci effettuati dalle forze armate sioniste su Gaza "per rappresaglia" contro l'azione armata come un vero e proprio crimine di guerra, apre scenari fino a poco fa discussi solo a mezza bocca e sottovoce da pochi esperti di strategia e geopolitica (e anche allora, a mero livello di ipotesi in prospettiva) a un ben più vasto bacino di dibattito e considerazione. Finora i Beduini del Sinai non avevano mai preso le armi contro il regime sionista di occupazione. Il regime sionista, dal canto suo, era stato abbastanza furbo da non interferire troppo coi cicli di vita nomade dei beduini. Adesso però nel quadro della campagna sionista di pulizia etnica contro tutte le minoranze che vivono nella Palestina occupata i Beduini del Negev sono stati sottoposti, mese dopo mese, anno dopo anno a angherie e persecuzioni sempre più insopportabili.

Era così inaspettato e imprevedibile il caso che i loro compatrioti di oltreconfine si indignassero e si organizzassero per colpire Israele?

La prospettiva di attacchi e azioni armate dal Sinai verso la porzione meridionale di Palestina occupata distrugge, facendone letteralmente piazza pulita, quasi trent'anni di assunti, sillogismi e implicazioni di parte israeliana riguardo la mitica "sicurezza dello stato ebraico" (che come la rossiniana Araba Fenice "Che ci sia ciascun lo dice, dove stia nessun lo sa") che considerando il 'Versante Sud' sicuro in quanto garantito dall'Accordo di Camp David permetteva alle forze armate sioniste di concentrare tutte le loro attenzioni verso Nord, verso il Libano (invaso nel 1982 e nel 2006) e verso le Alture del Golan (illegalmente occupate fin dal 1967). Ora questo non é più vero e tutta la postura dell'Esercito israeliano e delle forze di polizia militare e paramilitare israeliane deve essere rivista in profondità, ci saranno forti spese e gravi difficoltà logistiche e organizzative da affrontare, in mezzo a un'atmosfera di crisi continua che vede costantemente peggiorare la statura politico-strategica dell'entità di occupazione.

Non vogliamo spingere la nostra analisi o le nostre previsioni troppo in là, ma, vedendo cosa é accaduto nel Sud del Libano con la comunità sciita e la nascita di Amal e di Hezbollah porgiamo al lettore volenteroso uno spunto di riflessione. Il 18 agosto ad agire contro le corriere dei militari sionisti sono stati alcuni Beduini giovani e coraggiosi; cosa succederebbe domani se tali azioni non venissero compiute da commando isolati ma da gruppi e squadre addestrate e coordinate da una struttura organizzata, in grado di dare alla comunità del Sinai un livello di coscienza, di motivazione e di forza non dico uguale o simile ma 'quantomeno' paragonabile a quello delle Forze della Resistenza nazionale libanese?
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lunedì 20 dicembre 2010

Human Rights Watch denuncia l'Apartheid israeliano in Cisgiordania con una ricerca documentata


"Le politiche israeliane in Cisgiordania discriminano pesantemente i residenti palestinesi, deprivandoli di necessità basilari e nel contempo concedendo agi e amenità ai residenti degli insediamenti ebraici, a poche centinaia di metri da famiglie che vivono nelle condizioni più abiette"; questo il nodo centrale di un documentatissimo e inoppugnabile resoconto di oltre 160 pagine rilasciato dall'organizzazione Human Rights Watch nella scorsa giornata di domenica.

Il rapporto, significativamente intitolato "Separati e diseguali" (gioco di parole sull'ipocrita formula 'separati ma uguali' alla base delle leggi razziste alla Jim Crow in vigore negli Usa a sud della linea Mason-Dixon) identifica le pratiche discriminatorie israeliane che, sotto la scusa della "sicurezza" (in realtà totalmente aliena alla maggior parte delle misure di Apartheid), mettono in funzione un sistema "a due velocità": una per la privilegiata popolazione delle colonie ebraiche, popolate di fanatici praticanti del giudaismo più ultraortodosso, e una per i Palestinesi dei villaggi e degli insediamenti circondati di barriere e filo spinato (per impedirne la crescita e il rinnovamento), a cui vengono centellinati e a volte completamente negati servizi di base come elettricità, acqua corrente, fognature, scuole, accesso alle strade...mentre i coloni che vivono a un tiro di sasso hanno giardini, piscine, strade e servizi di trasporto che sono sistematicamente e aprioristicamente interdetti alla popolazione palestinese.

SCARICA QUI IL FILE PDF DEL RAPPORTO DI "HUMAN RIGHTS WATCH"



"I Palestinesi affrontano sistematiche discriminazioni semplicemente per la loro origine nazionale, per la loro etnia, per la loro razza", dichiara Carroll Bogert, Vicedirettore esecutivo per le Relazioni esterne di HRW, "E questo non é tutto, qualunque Palestinese vive sotto la spada di Damocle dell'espropriazione, dell'espulsione, del vedere i propri campi danneggiati oppure il proprio bestiame attaccato". Nel corso degli ultimi 18 anni le politiche colonialiste israeliane hanno aumentato la popolazione ebraica delle aree attentamente monitorate nella compilazione del rapporto da 241.000 a 490.000 unità, facendola più che raddoppriare, contemporaneamente oltre il 30 per cento dei residenti palestinesi delle stesse zone (fra cui Gerusalemme Est) sono stati espropriati delle loro case e delle loro terre.

Human Rights Watch, rilasciando il rapporto, estende il proprio richiamo ai Governi degli Stati Uniti, che annualmente foraggiano lo Stato ebraico con quasi tre miliardi di dollari di "aiuti" e dell'Unione Europea, verso i cui mercati sono indirizzati i prodotti coltivati sulla terra rubata ai Palestinesi, di chiedere accontabilità a Israele per ogni centesimo e ogni dollaro concesso, in modo che risulti chiaro come queste somme non possano venire spese per aumentare e rendere più profonda la miseria e la sofferenza degli abitanti della Cisgiordiania, e di aderire fino in fondo alla campagna di boicottaggio dei prodotti dell'Apartheid, in modo da spingere, attraverso consistenti danni economici, le forze politiche che finora hanno protetto e facilitato l'espansione delle colonie illegali a riconsiderare il loro agire e le loro posizioni.