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mercoledì 9 novembre 2011

Haneen Zoabi lancia l'allarme: "Il regime ebraico prepara la 'Soluzione Finale' contro i legittimi abitanti di Palestina!"


Haneen Zoabi, uno dei pochissimi deputati eletti dai Palestinesi al Parlamento razzista di Tel Aviv ha denunciato in termine inequivocabili le politiche segregatorie e persecutorie del regime ebraico contro gli abitanti originari della Palestina occupata (nonché contro quelli dei territori invasi successivamente alla Nakba), definendole "molto peggiori" di quelle in atto in Sudafrica al tempo dell'Apartheid degli Afrikaner.

Zoabi ha rilasciato queste osservazioni deponendo presso il Tribunale Russel, la corte indipendente sponsorizzata da figure preclare della lotta al pregiudizio, al razzismo e alla segregazione come Richard Falk, Desmond Tutu e l'Ambasciatore a vita ONU per i Diritti Umani, Stephane Hessel, attualmente in riunione a Città del Capo per raccogliere prove e testimonianze sulla natura inumana del trattamento dei Palestinesi da parte del regime di Tel Aviv.

Il Sudafrica, articola la Zoabi, non ha mai voluto espellere i neri, di cui anzi, aveva bisogno per mantenere efficiente la sua economia; Israele invece, erede molto più delle ossessioni sterminazioniste del Terzo Reich (di cui il Sionismo condivide lo stesso background culturale), mira esplicitamente a cacciare, espellere e sradicare i Palestinesi dalla loro terra per poterla 'giudaizzare'. Zoabi avverte che Tel Aviv sta implementando la 'Soluzione Finale' per i Palestinesi, un piano di pulizia etnica da fare impallidire Himmler e Karadzic, a base di leggi sul 'giuramento di fedeltà a Israele', divieti di proprietà di immobili e terreni, mancanza di servizi essenziali come sanità e scuola nelle comunità arabe, sradicamento dell'identità e molto altro ancora.

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giovedì 9 giugno 2011

Il likudnik razzista Yariv Levin vorrebbe impedire ad Haneen Zoabi di prendere parte alla 'Freedom Flotilla 2'

Yariv Levin, a guardarlo, non metterebbe nemmeno paura: mingherlino e occhialuto, con le spalle cascanti e gli arti disertati dai muscoli che si ritrova sembra il classico individuo che abbia bisogno di ancorarsi a qualcosa appena inizia a spirare un alito di vento, per evitare di venir trascinato chissà dove. Eppure, come tanti altri 'mingherlini' (ad esempio Heinrich Himmler) anche Levin ha cercato nelle politiche estremiste e nel razzismo più becero di esternare quella violenza che non é in grado di esercitare fisicamente. Parlamentare del Likud, ha recentemente cercato di far passare in aula una mozione per "proibire ad Haneen Zoabi di lasciare il paese e partecipare alla spedizione della Freedom Flotilla 2".

La tenace e combattiva parlamentare del Balad, ovviamente, ha replicato con la calma fermezza che le é propria: "Il signor Levin non decide dei miei movimenti, né io attendo il benestare suo o della Knesset per portare avanti le mie scelte e le mie battaglie politiche; ovviamente il prossimo passo del signor Levin vorrebbe essere quello di consegnarmi una lista dettagliata di cosa possa o non possa fare e probabilmente anche pensare, sostenere o contestare. Purtroppo per lui e per tutti coloro che la pensano come lui tali 'inviti' saranno da me sempre respinti al mittente".

La Zoabi ha approfittato dell'occasione per dimostrare per l'ennesima volta come "In Parlamento e nella società civile -che é quella che elegge il Parlamento inviandovi elementi del calibro del mingherlino in questione NdR- Israele é sempre più preda di impulsi razzisti e autoritari, ormai le regole del gioco politico sono dettate da una cerchia di politicanti razzisti che pretendono di proiettare le loro ubbie a tutti i livelli". In questo scenario, ha concluso la Zoabi bisogna fare quadrato attorno a ogni posizione etica, umanitaria e nazionale: lottando contro la confisca di terre e immobili palestinesi, per il riconoscimento e l'affermazione dell'identità nazionale palestinese, per far cessare quanto prima il regime dell'occupazione e dell'apartheid.
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giovedì 24 marzo 2011

La Jihad islamica mantiene la parola e bombarda insediamenti ebraici illegali, ferendo 26 coloni armati a Tseilem e Neve Zipporah


Le Brigate Al-Quds, braccio militare del Movimento per la Jihad islamica in Palestina, hanno rivendicato il lancio di due razzi da 122 millimetri di diametro contro gli insediamenti illegali di Tseilem e Neve Zipporah nei pressi di Gan Yavne e Kiryat Malakhi, ferendo ventisei coloni ebrei fondamentalisti che sono stati immediatamente trasferiti presso il locale ospedale di Soroka.


La Jihad Islamica, tramite il proprio portavoce militare, aveva annunciato una pronta controffensiva in rappresaglia agli attacchi aerei che negli ultimi giorni hanno ucciso quattro suoi militanti, ferito gravemente e mutilato un quinto e, più leggermente, altri due suoi membri.

E' importante notare come, esattamente al contrario di quanto affermino i disinformatori filosionisti dell'Hasbara, i coloni armati degli insediamenti ebraici illegali non siano assolutamente da considerare 'civili', anche se fra le loro fila si possono trovare donne e bambini. Su questo equivoco si basa molta della propaganda filoisraeliana che, nel disperato tentativo di rafforzare la sgangherata e mendace narrativa di Tel Aviv sulla pretesa "impossibilità" di fare la pace coi Palestinesi batte sempre più frequentemente sul tasto del: "I Palestinesi attaccano i civili coi razzi!".

Gli attacchi con razzi e mortai condotti dalla Resistenza palestinese vengono frequentemente indirizzati contro gli insediamenti ebraici illegali e contro i loro avamposti, ma perché essi, nella strategia di invasione e giudaizzazione forzata del territorio palestinese al di là dei confini stabiliti dalla Risoluzione ONU 242 (del 1967), fungono da pedine e avanguardie dell'annessione israeliana.

Il gioco é semplice: lo stato sionista di Israele, riunite diverse famiglie di pazzi fanatici provenienti (letteralmente) dai quattro angoli del mondo le "trapianta" in terra palestinese, in strutture prefabbricate pagate coi soldi del bilancio israeliano (leggasi: con gli assegni che la 'Lobby a Sei Punte' lucra in Europa come 'compenso per l'Olocausto' e negli Usa come 'aiuto umanitario al terzo mondo' - Israele riceve dagli Usa ogni anno più di tutti gli stati africani messi insieme), quindi per 'difendere' i coloni dagli attacchi palestinesi, si dotano gli stessi di gran copia di armi automatiche, di cui sono grandi estimatori e collezionisti, dandole da usare persino ai loro figli (quel che si dice "educarli all'odio e alla violenza!").

Quindi, foraggiati dallo Stato di Israele e armati fino ai denti, i coloni ebrei fondamentalisti si lasciano andare a raid di violenza e distruzione, contro le proprietà e le dimore dei loro vicini palestinesi, contro le loro scuole, le loro chiese, le loro moschee e i loro cimiteri, come puntualmente riferito e testimoniato con nomi, date, fatti e foto dal nostro sito e dai pochi outlet di informazioni non genuflessi in direzione di Tel Aviv.

In ultimo, per meglio ancora "difendere" i coloni armati, li si circonda col muro dell'apartheid, si stabiliscono "zone interdette" attorno al loro insediamento (che, si badi bene, deve avere necessariamente attorno il necessario "Lebensraum" per la propria metastasi), si circondano di grate e palizzate i vicini centri palestinesi, per impedire loro di svilupparsi naturalmente (esemplare il caso della famiglia palestinese 'ingabbiata' perché troppo vicina a un avamposto di coloni ebrei!) e, se necessario, si collega l'insediamento ad altri mediante una o più "strade dell'Apartheid" a cui, ovviamente, i sottouomini palestinesi non possono accedere.

Così si compie pezzetto per pezzetto l'esproprio e la pulizia etnica della Palestina.

E' chiaro che, ai sensi di tutti gli Statuti di Diritto internazionale, quanti con la loro volontaria e attiva presenza si rendono complici e strumento stesso dell'annessione militare di territorio illegalmente conquistato per mezzo del 'fait accompli' spolverato e centellinato su un arco di tempo sufficientemente lungo da non far squillare gli arrugginiti campanelli d'allarme dell'opinione pubblica internazionale non possa in alcun caso essere considerato 'civile', ma piuttosto um miliziano impiegato in un'attiva opera di pulizia etnica.

Se si deve fare un paragone storico, i coloni ebrei fondamentalisti degli insediamenti sono l'equivalente ebraico dei 'contadini armati' con cui Heinrich Himmler sognava di 'germanizzare la Russia' fino agli Urali, dopo il 'necessario' sterminio delle popolazioni slave oppure, più vicino a noi, sono l'equivalente delle milizie cetniche della Rebubblica serba di Krajna, i responsabili delle stragi di Sebrenica, o i massacratori Hutu della minoranza Tutsi durante il genocidio ruandese del 1994.

Naturalmente, i coloni degli insediamenti illegali sono abbastanza scaltri da evitare di compiere soprusi e stragi tanto evidenti e palesi come i loro "colleghi" serbi e hutu, si 'accontentano' di sterminare alla spicciolata: oggi sparando a un pastore, domani ammazzando un automobilista; anche i danni all'agricoltura e all'allevamento palestinese sono un ottimo mezzo di pulizia etnica, se il pastore troppo lesto fugge si può sempre sparare o dare fuoco alle sue pecore, oppure incendiare e sradicare i mandorli e gli olivi dei contadini arabi...senza mezzi di sussistenza saranno comunque costretti ad andarsene e il delirio razzista della 'Grande Israele' potrà continuare, nel beato sonno della ragione dell'Occidente, dell'Europa e degli Stati uniti d'America.


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martedì 15 febbraio 2011

Israele accelera la giudaizzazione forzata di Gerusalemme Est! In arrivo altre 19 sinagoghe!

 
Nella generale e totalmente giustificata atmosfera di entusiasmo e solidarietà per gli obiettivi raggiunti dalle rivolte popolari tunisina ed egiziana é bene comunque mantenere una parte della nostra attenzione fissata a registrare fatti, eventi e sviluppi tutt'altro che incoraggianti che, altrimenti, correrebbero il rischio di passare "sotto la soglia d'attenzione", in maniera da far risultare i loro sviluppi e le loro conseguenze molto più inattese e difficili da contrastare.

Certamente in questa categoria rientra la notizia di ieri, presentata SOLO sull'edizione in ebraico del quotidiano sionista Haaretz (evidentemente si voleva darle poca esposizione internazionale), secondo la quale il municipio di Gerusalemme Ovest (la parte israeliana della città) si preparerebbe ad approvare i progetti di costruzione di almeno diciannove nuove sinagoghe nell'insediamento fondamentalista ebraico di Har Homa, nella parte sudorientale della città.

Come risulta evidente anche solo da una attenta lettura della frase precedente Har Homa non rientra PER NULLA nelle competenze della municipalità israeliana, ma é stato edificato su terreno palestinese annesso e circondato da barriere illegali: i suoi abitanti (estremisti ebrei fanatizzati e violenti) non sono nemmeno considerati "civili" dal rilevante Diritto internazionale, essi si configurano infatti come forze ausiliarie di una occupazione militare illegale.

I settler sono la versione ebraica dei 'contadini armati' con cui Heinrich Himmler, nei deliri nazisti sullo 'spazio vitale', contava di germanizzare le vaste pianure della Russia europea dopo la (da lui) sperata vittoria contro l'Unione sovietica; ovviamente nei sogni himmleriani questi animosi e bellicosi 'coloni' germanici dovevano essere impiantati a scapito delle popolazioni indigene slave, per cui non c'era che il trasferimento forzoso oltre gli Urali o, in alternativa, lo sterminio.











Non siamo ancora arrivati allo sterminio fisico dei Palestinesi, ma, se si considera il numero di aggressioni, roghi di raccolti e di armenti, devastazione di proprietà immobiliari, di luoghi di culto, di cimiteri, che ha luogo quotidianamente a Gerusalemme, nel Negev e in tutta la Cisgiordania, ci siamo pericolosamente vicini.

Persino la spocchia e la certa sicurezza di impunità con cui i coloni fanatici parlano dei loro progetti contribuiscono a creare l'illusione di parlare con emuli moderni degli Streicher e dei Rosenberg: "Questa decisione (la costruzione delle diciannove sinagoghe) significa la fine di Har Homa come 'distretto multi-direzionale', d'ora in poi e in eterno nel futuro esso sarà abitato solo da ebrei ortodossi".

Non vi é gratuita e violenta imbecillità tipica delle 'teste rasate' di casa nostra che i coloni ebrei illegali non si sforzino di imitare...come dimostrano questi graffiti razzisti lasciati su case e negozi palestinesi in Cisgiordania.
Har Homa, che in realtà sorge sopra Jabal Abu Ghoneim, ospita trentamila abitanti...una piccola cittadina di razzisti armati e intolleranti.

martedì 8 febbraio 2011

Intervista ad Andrea Giacobazzi, autore di "Asse Roma-Berlino-Tel Aviv"

Avevamo già segnalato come "prezioso" e "stimolante" il volume di Andrea Giacobazzi "Asse Roma-Berlino-Tel Aviv", in cui venivano portate alla luce le inconfessabili affinità fra ideologia sionista e nazifascismo e gli apparentemente azzardati approcci fra organizzazioni ebraiche e potenze dell'Asse tra il periodo del Mandato britannico e la prima fase della Seconda Guerra Mondiale.

Adesso, grazie a una segnalazione dello stesso Giacobazzi, riportiamo il testo della seguente intervista, pubblicata originariamente a questa url, nella speranza di dare ulteriore esposizione all'interessante lavoro dello studioso.



Dottor Giacobazzi, nel volume (pag. 146) lei parla dell’ostilità nutrita da molti ebrei tedeschi nei confronti degli ebrei orientali (Ostjuden). Qual era l’origine di tale avversione?
 
  Da molti ebrei assimilati gli Ostjuden erano considerati incompatibili con lo “spirito tedesco”, difficilmente inseribili nella società tedesca e arretrati. Non solo l’ebraismo assimilato e nazionalista ma anche diversi israeliti “liberali” usavano toni pressoché antisemiti nel rivolgersi agli Ostjuden. Ho riportato nel libro un testo di M. Rigg in cui si sottolineava come, durante gli anni Venti e Trenta, gli ebrei liberali definissero gli Ostjuden “inferiori”, richiedendo l’assistenza dello Stato per combattere la loro immigrazione. Nell’ambito del giudaismo tedesco-nazionalista – rappresentato da diversi gruppi pronti ad appoggiare la patria nazionalsocialista – si distinguerà, per il disprezzo verso gli “ebrei dell’est”, la “Lega degli ebrei nazionali tedeschi”, che chiedeva l’espulsione degli ebrei orientali dalla Germania e criticava certi comportamenti ebraici in termini quasi antisemiti. Il leader di questa formazione - M. Naumann - credeva che gli Ostjuden non fossero nemmeno paragonabili ai giudei tedeschi perché mantenevano «visioni morali sub-asiatiche [Halb-Asiens] estranee allo spirito tedesco». Secondo Naumann gli Ostjuden erano semplicemente non assimilabili «nella vita tedesca. Le speranze per una loro graduale germanizzazione erano malriposte, la loro natura “orientale” era troppo radicata per questo scopo».

  L’ostilità verso gli Ostjuden era condivisa anche dai sionisti?

  Larga parte dei sionisti veniva dall’Est europeo. Possiamo dire, al contrario, che i sionisti in moltissimi casi avessero un fermo disprezzo per gli ebrei assimilati, considerati traditori del “sangue ebraico” e sradicati senza patria. Un leader sionista del calibro di M. Nordau non esiterà a dir a questo proposto: “Ma che cosa ha di comune Israele con quella gente? La maggior parte di costoro - eccettuo volentieri una minoranza - appartengono alle nature più basse dell’ebraismo che una selezione naturale ha destinato alle professioni in cui si guadagnano rapidamente i milioni, non mi domandate come! […] Già molti di loro abbandonano l’ebraismo; e noi auguriamo loro buon viaggio, dolenti soltanto che, nonostante tutto, essi siano di sangue ebraico, sia pur dei suoi residui”. Concludendo il suo discorso al III Congresso di Basilea affermerà: “Non serbiamo rancore a questi poveri martiri dell’assimilazione. Limitiamoci a staccarci da loro come essi si staccano da noi. Non contiamo neppure sugli uomini pratici che ci abbandonano nella lotta, pronti a venire a noi quando la vittoria sarà conquistata”. Esisteva però un’eccezione che rimane anche oggi.

  Quale?

  Molti ebrei poco assimilati e fortemente religiosi – di questi tempi diremmo ultraortodossi – si opponevano ferocemente al sionismo considerandolo una bestemmia ed una forzatura umana rispetto alla volontà di Dio. Per questi ebrei la costruzione del Regno d’Israele senza la venuta del Messia era un atto contrario alla legge divina. Sempre al III Congresso di Basilea M. Nordau denunciava le resistenze religiose chiedendo retoricamente ai rappresentanti del rabbinato: «Perché ve ne state in disparte? Perché tacete? Perché non guidate la vostra comunità che vi segue con la bandiera davidica spiegata nel campo sionistico? Dicono che diffidate di noi, che temete da noi chi sa quale attentato alla religione».

  In Palestina “bisognava far immigrare “i buoni” e lasciare in Europa “la feccia””, scriveva il sionista Moshe Sharett nel proprio diario (cfr. pag. 177). Come vanno intese le due “categorie” citate?

  La citazione fa riferimento ad un libro di T. Segev ed è relativa ad un’affermazione precedente alla guerra. Le “categorie” vanno viste alla luce della “necessità” sionista di colonizzare. La colonizzazione abbisogna di energie vitali, di giovani forti, di persone preparate. Per molti anni si è descritta l’impresa sionista come un fatto “umanitario” sic et simpliciter; probabilmente una visione più corretta dei progetti nazionali ebraici la fornisce il leader sionista (poi sionista-revisionista) V. Jabotinsky, il quale diceva: “la colonizzazione sionista deve essere terminata o eseguita contro il volere della popolazione autoctona. Questa colonizzazione può, pertanto, essere portata avanti e compiere progressi solo sotto la protezione di un potere indipendente della popolazione autoctona - un muro di ferro, che sarà in grado di resistere alla pressione della popolazione indigena”. È facile intuire quanto un progetto di questo tipo richiedesse persone molto attive, tanto in ambito militare, quanto in campo agricolo, nel settore edilizio e per quanto riguardava formazione ed istruzione.

  I sionisti come Sharett erano quindi indifferenti rispetto alla sorte della “feccia” ebraica in Europa?

  Vi sono differenze tra prima e durante la guerra ma molte affermazioni riconducibili a dirigenti sionisti stimolano questo dubbio. Lo stesso Ben Gurion affermò nel 1938: «se sapessi di poter salvare tutti i bambini della Germania portandoli in Inghilterra o soltanto la metà di loro portandoli in Palestina, opterei per la seconda soluzione, perché noi non dobbiamo considerare soltanto il destino di quei bambini ma di tutto il popolo ebraico». Ho riportato diversi casi in cui il comportamento sionista verso la diaspora non fu irreprensibile. Ad esempio nel 1942-1943 il governo di Sua Maestà britannica rilasciava centinaia di permessi per le colonie inglesi, in particolare per le Mauritius. Ricorda a questo proposito il rabbino Schonfeld: “Al dibattito parlamentare del 27 gennaio 1943, quando più di 100 fra parlamentari e Lord erano impegnati a prendere i provvedimenti conseguenti, un portavoce dei sionisti annunciò che gli ebrei si sarebbero opposti alla mozione perché in essa non si facevano riferimenti alla Palestina. Alcune voci si levarono a sostegno di questo intervento, e seguì un fitto dibattito alla fine del quale la mozione era ormai lettera morta. Persino i promotori esclamarono disperati: se gli ebrei non riescono a mettersi d’accordo tra loro, come possiamo aiutarli?”.

  All’interno del Partito Nazionalsocialista (NSDAP) i raggruppamenti ebraici filonazisti (cfr. pag. 144) trovarono qualche interlocutore?

  In realtà ai vari gruppi di ebrei assimilati che cercarono di scendere a patti col regime nazionalsocialista (“Lega degli ebrei nazionali tedeschi”, “Deutsche Vortrupp”, e per altri versi "Reichsbund jüdicher Frontsoldaten" e "Schwarzes Fähnlein”) non fu dato molto credito. Il discorso era diverso per i sionisti, i quali promettevano di liberare l’Europa dagli ebrei. Tra gli esponenti del regime che ebbero più contatti con i sionisti vanno citati senza dubbio Von Mildenstein e Eichmann.

  Come interpreta “la concessione del singolare permesso di utilizzo della bandiera sionista nel Terzo Reich” (pag. 179)?

  Quella della “bandiera ebraica” era forse la minore delle facilitazioni nazionalsocialiste al progetto sionista (pensiamo ad esempio all’Haavara, ai campi di riaddestramento, agli accordi per l’emigrazione e a molto altro). Si può dire che ogni atto che risvegliasse il nazionalismo ebraico era ben gradito a quelle autorità tedesche che desideravano favorire l’esodo israelitico dall’Europa. Del resto come scriveva Isaac Deutscher: «l’antisemitismo trova il suo trionfo nel sionismo, il quale in pratica ammetteva come legittimo e valido il vecchio grido di “Ebrei, andatevene!”».

  Perché Jabotinsky considerava “oltraggiosa” la posizione filonazista (cfr. pag. 182)? 

  Nel movimento sionista revisionista, cui Jabontinsky era a capo, si erano diffusi atteggiamenti massimalisti, non solo chiaramente filofascisti ma anche plaudenti verso molti aspetti dell’hitlerismo. Il leader di questa componente estrema era A. Achimeir (già noto per aver tenuto una rubrica su un giornale ebraico intitolata “il Diario di un fascista”) il cui gruppo non esitava ad affermare che ad eccezione dell’antisemitismo di Hitler, il nazional-socialismo tedesco sarebbe stato accettabile e che, comunque, Hitler aveva salvato la Germania. Ancor prima, nel 1932, aveva accolto con favore il “grande movimento nazionale” che aveva salvato l’Europa dai parlamenti impotenti e, soprattutto, dalla dittatura della polizia segreta sovietica e dalla guerra civile. Questi eccessi spinsero Jabotinsky – già soprannominato “Vladimir Hitler” dai suoi avversari – a richiamare all’ordine i suoi: un flirt con i fascisti era accettabile ma fare la stessa cosa col nazionalsocialismo poteva risultare senza dubbio controproducente.

  A pag. 188, si parla di Kadmi Cohen, “esponente revisionista francese, arrestato nel 1941 dai tedeschi e internato a Compiègne”. Perché egli venne sorprendentemente rilasciato? Non era considerato un “nemico” dell’Asse?

  Il rilascio di Kadmi Cohen è quantomeno controverso. Durante la sua prigionia, fondò, con alcuni intellettuali, il movimento “Massada”, ideologicamente estremista e caratterizzato da un netto antiassimilazionismo - di stampo ovviamente sionista - orientato alla fondazione di uno Stato ebraico esteso su Palestina, Transgiordania e penisola del Sinai. Forse i tedeschi pensarono che potesse tornare utile. Fatto sta che il revisionista francese in una lettera che inviò nel gennaio del 1943 al Dr. Klassen, dell’Ambasciata di Germania, chiese ai nazionalsocialisti di passare ad un “antisemitismo positivo, costruttivo” che incoraggiasse gli ebrei europei ad operare una necessaria rottura con l’assimilazione. Aggiunse che uno “Stato ebraico in Palestina, in Transgiordania e nel Sinai avrebbe immobilizzato sia l’Inghilterra sia la Russia e avrebbe protetto le vie del petrolio e del commercio con l’Oriente per il continente europeo”. Il piano tuttavia non trovò supporto, la guerra iniziava a complicarsi parecchio per le forze dell’Asse, il trasporto di una tale massa di persone era difficoltoso sia per i problemi logistici sia per l’impegno materiale che sarebbe costato ad un Paese coinvolto, su diversi fronti, in una guerra che di giorno in giorno assumeva tinte sempre più scure. Alla fine Kadmi Cohen sarà deportato e morirà.

  Nella parte dedicata all’Italia fascista, si evoca spesso il nome di Leone Carpi…

  Carpi è una delle figure chiave del revisionismo italiano, in stretto contatto con Jabotinsky. Già maggiore dell’esercito, iscritto al P.N.F., editorialista de L’Idea Sionistica, periodico revisionista dalle tinte chiaramente filofasciste. Si occuperà dello sviluppo del progetto della Scuola marittima del Betar a Civitavecchia, dove – sotto le insegne del Regime – si formerà “il primo nucleo della marina israeliana”. Parlando a nome dei revisionisti scriverà nel 1937: “Essi dichiarano che non da oggi ma da sempre sono stati nemici di tutte le internazionali, ed anche di quella ebraica, se esistesse, il che non è. Essi si sono chiesti «se l’Italia possa vedere di buon occhio il formarsi di una altro Stato nel bacino orientale del Mediterraneo», ed hanno risposto affermativamente. Essi hanno considerato «se convenga all’Italia colonialmente imperiale in Africa prendere posizione» contro le aspirazioni degli arabi e musulmani di Palestina, ed hanno risposto affermativamente. I loro dirigenti, tutti soldati italiani e fascisti, hanno pronunciato due giuramenti: a questi non mancheranno mai.”

  In Italia vi furono sostenitori o simpatizzanti del gruppo Stern?

  Non ne ho notizia. Il gruppo (che darà luogo ad una scissione interna al revisionismo e che chiederà di scendere in guerra al fianco dei nazionalsocialisti) era principalmente costituito da sionisti revisionisti dell’Est europeo. I revisionisti italiani erano fortemente jabotinskyani e allo stesso tempo molto legati al fascismo. Un aneddoto curioso sui revisionisti italiani ce lo rivela A. Achimeir che, in occasione della Conferenza di Vienna del 1932, racconta: quando l’avvocato Leone Carpi di Milano, che salutò la convenzione con una mano alzata in stile fascista, entrò nella sala, «noi balzammo in piedi dalle sedie e alzammo le nostre braccia in suo onore».

  Lei ha condotto alcune ricerche anche negli archivi israeliani, in particolare presso l’Istituto Jabotinsky di Tel Aviv. Qual è stata l’accoglienza riservatale?

  Presso lo Jabotinsky Institute di Tel Aviv e presso il Central Zionist Archive di Gerusalemme. Ho trovato molta collaborazione e disponibilità: la ricerca era in ebraico e i primi giorni mi risultava molto difficile trovare la corrispondenza con le lettere dell’alfabeto latino, ma l’aiuto da parte loro non è mancato.

  Come viene affrontato oggi in Israele il tema dei rapporti tra i sionisti e l’Asse? 

  Ritengo che la cosa sia stata interiorizzata dalla società israeliana. Del resto Menachem Begin – che era un alto dirigente revisionista – divenne primo ministro negli anni’70. La stessa cosa accadde a Yitzhak Shamir, triumviro del gruppo Stern. Molti leader laburisti e liberali coinvolti negli accordi con la Germania e l’Italia di quegli anni arriveranno ai vertici dello Stato israeliano.