lunedì 31 gennaio 2011
Clamorosa gaffe di Fox News, il canale dei "Neocon" mette l'Egitto...in Irak!!
Fox News, il canale di notizie 24/7 di proprietà di Rupert Murdoch, mogul dei media di dichiarata e palese fede filosionista e neoconservatrice, é la principale fonte di informazioni degli elettori e dei simpatizzanti del Partito repubblicano statunitense.
"Gente talmente ignorante che quando sente parlare di 'America Centrale' pensa al Kansas" é un'adatta descrizione del livello socio-culturale di quell'elettorato, fanatico sostenitore del diritto di portare armi, ascoltatore fedele della 'Talk Radio' conservatrice e razzista di Rush Limbaugh, appassionato di teorie cospirazioniste sul certificato di nascita di Barack Obama e sulla sua supposta fede religiosa musulmana.
Si capisce che, con un pubblico simile, ai giornalisti e ai commentatori di tale TV, che potremmo paragonare a un atroce ibrido catodico fra il peggio del peggio del giornalismo italiano, simile a un incrocio fra "Libero", "Il Giornale", "La Padania" e "Il Foglio" (rende abbastanza l'idea dello schifo?), non é necessaria più di tanta attenzione ai riferimenti storici e geografici dei loro servizi.
Come dimostra la foto qui sopra, tuttavia, in questi giorni la FOX é riuscita addirittura a superare sé stessa, "pasticciando" con un'immagine di corredo a un servizio sulla rivolta egiziana che, come vedete qua sopra, raffigurava la dicitura "Egypt" in una carta del Medio Oriente...esattamente sopra l'Irak!!!!
Immaginatevi lo stupore dei bifolchi americani seduti a vedere "the box" dentro le loro case mobili in Kentucky o in West Virginia, con una lattina di "Pabst Blue Ribbon" ben stretta nella manona grassoccia: "Ehi mà!" avrà esclamato il Billy-bob di turno, "Ma quel posto lì in arabistan non l'avevamo invaso otto anni fa???".
Questo succede nel mondo degli Hillbillies dell'informazione, nell'anno di grazia 2011.
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Khatami da Teheran: "Assistiamo alla nascita di un Nuovo Medio Oriente che farà coesistere islam e democrazia"
Si sta creando un nuovo Medio Oriente, nel quale i partiti politici a ispirazione musulmana, con buona pace dei fallaci occidentalisti, delle biliose prefiche delle crociate neoconservatrici, degli "zio tom" d'occasione alla Magdi Allam, avranno una rilevanza e un peso sempre maggiore.
"I recenti eventi nella regione dimostrano che i popoli musulmani sono decisi a liberarsi dal controllo degli stati uniti e dei loro lacché", a dirlo é stato Seyyed Ahmed Khatami, che ha guidato la preghiera di venerdì scorso a Teheran; le sue dichiarazioni sono state raccolte e diffuse dall'Agenzia Mehr.
Dopo la cacciata del tiranno di Tunisi Ben Ali i tre paesi che sono stati scossi da rivolte e sommovimenti popolari sono stati Egitto, Giordania e Yemen, i tre più importanti alleati degli Usa nella regione; non sono stati la Siria, né la Turchia né l'Iran a scendere in piazza, ma proprio ed esattamente i paesi più sottomessi all'influenza politica ed economica della Casa Bianca e del Consenso di Washington (ambedue agenzie degli interessi israeliani e sionisti).
Khatami, che guidava la preghiera davanti al pubblico radunato all'Università della capitale persiana ha elaborato: "Oggi in Medio Oriente assistiamo alla nascita di un nuovo mondo che chiede la contemporanea presenza dell'Islam e della Democrazia, le due cose non sono in contrasto, come vorrebbero farci credere gli Stati Uniti e i loro lacché".
| L'ex Shah di Persia Reza Palhavi in una foto dell'esilio, poche settimane prima della morte. |
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La Casa Bianca chiacchiera di 'democrazia' mentre gli arsenali dei tiranni sono pieni di armi "made in Usa"
Dalla sua torre sempre più tetra e pericolante al Dipartimento di Stato Madama Clinton, Ministro degli Esteri della Casa Bianca, che qualche post fa assimilammo con felice invenzione a una vera e propria "Strega dell'Ovest" di baumiana memoria si sta rodendo e struggendo sempre più, le sue 'scimmie volanti' le riportano notizie sempre più preoccupanti dalla satrapia egiziana, notizie che "Colei che deve essere obbedita", la lobby sionista che l'ha messa al suo posto attuale, non prenderà affatto bene.
Un po' preoccupati, a dire il vero, lo siamo anche noi, giacché negli atti e nelle dichiarazioni degli ultimi giorni di Dama Clinton leggiamo il segno di quanto ormai distaccata dalla realtà sia diventata l'amministrazione statunitense, o perlomeno (e dici poco) quella parte di essa che avrebbe il dovere di recepire gli umori e le vibrazioni della comunità internazionale e farsene veicolo verso il capo dell'Esecutivo.
La Clinton infatti invita il faraone in bilico Hosni Mubarak a intavolare un "dialogo costruttivo" con "l'opposizione" per "arrivare a una vera democrazia". Ma la Clinton la ha una televisione al Dipartimento di Stato? Un collegamento internet? Lo ha ancora capito che in Egitto é in atto una rivoluzione di popolo, senza rappresentanti o sponsor politici con cui Mubarak possa "dialogare"?
Lo ha ancora capito Dama Clinton che la rivoluzione egiziana é scoppiata per l'assenza di qualunque forma di democrazia (condizione a salvaguardia della quale Mubarak é stato lasciato sul 'trono' per oltre 30 anni) e che la democrazia di cui ama tanto parlare é davvero così tanto negli interessi degli Usa da far loro rifornire ogni tirannello levantino di tutto il necessario per reprimerla e prevenirla?
Tutti i proiettili di plastica con l'anima in metallo, tutti i candelotti di gas urticante e lacrimogeno, tutti i blindati equipaggiati di cannoni ad acqua sono infatti prodotti Usa, come indicano con fin troppa chiarezza gli involucri stampigliati, perché i desiderata strategici a stelle e strisce nella regione si sono sempre basati sull'assunto fondamentale di "tenere le masse fuori dalla stanza dei bottoni"; per questo gli Usa sono sempre stati nemici di tutti i paesi in cui i Governi sono espressione diretta o indiretta del popolo e invece amici dell'Israele dell'Apartheid, della Persia dello Shah, dell' Irak di Saddam, della Turchia dei generali, della Giordania della Casa di Hashem e dell'Arabia della Casa di Saoud.
Invece della Siria dei generali nazionalisti, dell'Egitto del populista Nasser, della Jahmahiryia libica, dell'Iran di Khomeini, Repubblica Islamica, sono sempre, sempre, sempre stati nemici. Così come si sono dichiarati pregiudizialmente e senza motivo alcuno ostili alla nuova Turchia di Erdogan e adesso si mostreranno ostili al Libano di Mikati.
Speriamo che abbiano occasione di mostrarsi ostili anche alla Tunisia e all'Egitto e forse anche allo Yemen e alla Giordania, non solo perché ci auguriamo che anche lì i popoli abbiano finalmente la meglio e possano partecipare di regimi realmente democratici ma soprattutto perché, più saranno i luoghi in cui Dama Clinton dovrà sguinzagliare le 'scimmie volanti' e meno perniciosa e deleteria influenza potrà esercitare su ciascuno.
Aumentando il numero dei bersagli la potenza e la penetratività dell'imperialismo americano si stempera e si diluisce.
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Il Medio Oriente sta cambiando ma in Cisgiordania é solita routine: attacchi e omicidi da parte di coloni ebrei
Mentre i caporioni politico-militari del sionismo guardano alla Tunisia, all'Egitto, al Libano, alla Giordania, letteralmente terrorizzati dai cambiamenti e dalle evoluzioni che vedono in moto tutt'attorno al loro piccolo stato dell'Apartheid, (rinserrato dietro barriere di cemento e acciaio pagate dai contribuenti americani), i loro seguaci ultrafondamentalisti e razzisti non si danno per inteso dei cambiamenti che tanto spaventano i loro capibastone e continuano a comportarsi come sempre, inscenando attacchi vandalici e omicidi a danno dei Palestinesi.
Ad Araq Bourin, presso Nablus (Cisgiordania settentrionale), un giovane agricoltore di appena diciotto anni é stato assassinato da coloni ebrei con un singolo colpo d'arma da fuoco sparatogli in pieno torace; secondo l'agenzia Wafa i killer venivano dall'avamposto ebraico di Yitzhar, uno dei mille e mille 'outpost' da cui gli abitanti delle colonie illegali impiantate da Israele in Cisgiordania cercano di mettere le mani su nuova terra da espropriare e rubare, magari riuscendo a farla circondare dalla muraglia dell'Apartheid per 'questioni di sicurezza'.
Il colpo che ha ucciso Adi Qadoush, questo il nome del ragazzo morto, é penetrato nel torace sul lato sinistro, rimanendovi conficcato. Forse adeguate indagini balistiche sul proiettile potranno far luce su che tipo di arma sia stata usata dai settler assassini. Qadoush é il terzo palestinese assassinato nella zona negli ultimi dodici mesi.
Anche a Safah, nel sud della Cisgiordania, si é lamentata una giovane vittima palestinese, anche questa volta per mano assassina di coloni ebrei, che in numero di diverse dozzine (circa cento individui), hanno attaccato in massa il villaggio, nei pressi di Hebron, nella mattinata di venerdì. Questa volta i killer venivano dall'insediamento illegale di Beit Ayen e, appena arrivati vicino alle case di Safah hanno iniziato ad aprire il fuoco con fucili d'assalto e altre armi automatiche (che l'esercito dello Stato sionista distribuisce loro liberamente).
| I fanatici ebrei fondamentalisti hanno un vero e proprio culto delle armi, di cui sono abbondantemente riforniti dall'esercito sionista... |
Affrontati da Palestinesi disarmati ma determinatissimi i coloni ebrei sono rapidamente tornati al loro insediamento illegale; purtroppo però, per il giovane Ikhlayal non c'era più niente da fare. Anche un altro ragazzo, il sedicenne Bilal Kuqass, é stato colpito da un proiettile, per fortuna soltanto al braccio.
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Racheed Ghannouchi è di nuovo in Tunisia dopo 20 anni di esilio a Londra
Tenendo fede ai propositi ripetuti nell'intervista che potete visualizzare qua sopra, dopo oltre vent'anni passati in esilio il leader politico del movimento del rinascimento musulmano Racheed Ghannouchi é tornato in Tunisia; al suo sbarco all'aeroporto della capitale ha trovato migliaia e migliaia di compatrioti ad aspettarlo, tra di essi c'erano storici sostenitori e simpatizzanti del partito ma anche giovani nati poco prima o addirittura durante il periodo del suo esilio.
Attraversando il cancello degli arrivi Ghannouchi ha sollevato le braccia in un gesto di esultanza, mentre la folla gli si faceva sotto per salutarlo e inneggiare a lui, al suo movimento politico e al futuro della Tunisia liberata dall'oppressivo regime di Ben Ali, una bandiera tunisina gli é stata messa in mano e, mentre l'esule ritornato la stringeva e la baciava i flash di dozzine di macchine fotografiche e fotocamere di cellulari hanno immortalato il momento.
Altri presenti agitavano mazzi di fiori, fronde d'ulivo e copie del Corano.
"Ritornando in patria oggi non torno solo in Tunisia, ma nel Mondo Arabo nel suo complesso" ha detto Ghannouchi ai rappresentanti della stampa, aggiungendo che An-Nahda si registrerà presto come partito politico e assolverà tutte le incombenze burocratiche per prendere parte alle annunciate libere elezioni.
| Ghannouchi durante l'esilio londinese |
domenica 30 gennaio 2011
Prende forma il nuovo Governo libanese: l'alleanza 8 marzo può essere un esempio per Tunisia ed Egitto?
D'accordo, parlare di normali e regolari consultazioni (che perdipiù si svolgono secondo il consueto protocollo!) per la formazione di un "noioso" gabinetto esecutivo può sembrare meno barricadero ed entusiasmante che non ragionare sul vento di rivolta e cambiamento che sta spazzando Nordafrica e Penisola Arabica ma noi ci ostiniamo a tenervi aggiornati anche sugli aspetti "in giacca e cravatta" della politica mediorientale o perché romanticamente innamorati dei paesaggi e dei tramonti libanesi oppure (e forse é più il caso), perché siamo convinti che quanto accade in Libano oggi possa offrire uno spunto interessante anche per l'evoluzione della situazione politica in Tunisia e se (ed é un grosso 'se') Mubarak verrà cacciato, probabilmente anche in Egitto.
Tornando a bomba; avendo concluso il suo secondo e conclusivo 'giro' di consultazioni il Primo Ministro designato Najib Mikati si é incontrato con il Presidente della Repubblica Michel Suleiman nel Palazzo Baabda (sopra), per aggiornarlo sui risultati e sulle sue idee in merito alla composizione dell'esecutivo. Al termine del colloquio Mikati ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa.
Pare, tuttavia, che Mikati abbia riferito a Suleiman come sia sua intenzione affrontare le controversie su pratiche, ruolo e validità del famigerato "Tribunale speciale" attraverso il coinvolgimento e il dialogo piuttosto che con la contrapposizione muro contro muro e il ricorso ai voti di maggioranza, che potrebbero solo guastare e invelenire un'atmosfera di concordia solo da poco recuperata dopo la futile e pretenziosa "dimostrazione di forza" tentata da Hariri poco prima del ballottaggio che lo ha visto sconfitto proprio da Mikati.
Ambienti vicini al Primo Ministro incombente hanno rivelato al quotidiano As-Safir che questi é stato confortato nelle speranze di portare avanti la sua azione di governo a lungo e con successo da vaste dimostrazioni di stima e offerte di cooperazione regionale e internazionale che lo hanno raggiunto proprio poco dopo la propria nomina. I bene informati sanno che subito dopo aver strappato ad Hariri la designazione a nuovo premier libanese Mikati é stato visitato dagli ambasciatori americano, dell'UE, francese, saudita e dal rappresentante locale del Segretariato generale dell'ONU.
Maestro di diplomazia e compromesso l'ambasciatore saudita Ali Awad Assiri(sopra) ha voluto puntualizzare a Mikati che la raccomandazione ai regnicoli della Casa di Saud di evitare i viaggi in Libano era solo motivato dalle violenze di piazza dei sostenitori di Hariri, ed é già quindi stato revocato. L'ambasciatore gallico Denis Pietton ha definito "franca e informativa" la discussione avuta con Mikati sulle sue idee e prospettive di Governo.
"Un buono scambio, franco, aperto, sincero, ancorché breve" é il modo con cui Angelina Eichorst, rappresentante diplomatica dell'UE ha definito il suo incontro con Mikati, mentre da Londra il Ministro del Foreign Office William Hague(sopra) ha dato un insospettato e doloroso smacco alla potentissima "lobby a sei punte" attiva in quel d'Albione, rifiutandosi di definire la maggioranza parlamentare libanese come "dominata da Hezbollah".
Ed é proprio di Hezbollah che vogliamo parlare: la presenza del gruppo musulmano di Resistenza nella coalizione che sostiene Mikati è la totale e definitiva prova che, nonostante le panzane che gli 'occidentalisti' di casa nostra vorrebbero rifilarci non è AFFATTO IMPOSSIBILE che un partito politico a forte, se non fortissima, ispirazione religiosa musulmana (o meglio 'islamica' come amano dire i fallaci occidentalisti) cooperi costruttivamente con altre forze politiche (come i comunisti, i democratici libanesi, i socialisti nazionali siriani, i liberaldemocratici di Marada), perseguendo obiettivi comuni.
La Tunisia e forse l'Egitto potrebbero imparare molto dal Libano.
Tornando a bomba; avendo concluso il suo secondo e conclusivo 'giro' di consultazioni il Primo Ministro designato Najib Mikati si é incontrato con il Presidente della Repubblica Michel Suleiman nel Palazzo Baabda (sopra), per aggiornarlo sui risultati e sulle sue idee in merito alla composizione dell'esecutivo. Al termine del colloquio Mikati ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa.
Pare, tuttavia, che Mikati abbia riferito a Suleiman come sia sua intenzione affrontare le controversie su pratiche, ruolo e validità del famigerato "Tribunale speciale" attraverso il coinvolgimento e il dialogo piuttosto che con la contrapposizione muro contro muro e il ricorso ai voti di maggioranza, che potrebbero solo guastare e invelenire un'atmosfera di concordia solo da poco recuperata dopo la futile e pretenziosa "dimostrazione di forza" tentata da Hariri poco prima del ballottaggio che lo ha visto sconfitto proprio da Mikati.
Ambienti vicini al Primo Ministro incombente hanno rivelato al quotidiano As-Safir che questi é stato confortato nelle speranze di portare avanti la sua azione di governo a lungo e con successo da vaste dimostrazioni di stima e offerte di cooperazione regionale e internazionale che lo hanno raggiunto proprio poco dopo la propria nomina. I bene informati sanno che subito dopo aver strappato ad Hariri la designazione a nuovo premier libanese Mikati é stato visitato dagli ambasciatori americano, dell'UE, francese, saudita e dal rappresentante locale del Segretariato generale dell'ONU.
Maestro di diplomazia e compromesso l'ambasciatore saudita Ali Awad Assiri(sopra) ha voluto puntualizzare a Mikati che la raccomandazione ai regnicoli della Casa di Saud di evitare i viaggi in Libano era solo motivato dalle violenze di piazza dei sostenitori di Hariri, ed é già quindi stato revocato. L'ambasciatore gallico Denis Pietton ha definito "franca e informativa" la discussione avuta con Mikati sulle sue idee e prospettive di Governo.
"Un buono scambio, franco, aperto, sincero, ancorché breve" é il modo con cui Angelina Eichorst, rappresentante diplomatica dell'UE ha definito il suo incontro con Mikati, mentre da Londra il Ministro del Foreign Office William Hague(sopra) ha dato un insospettato e doloroso smacco alla potentissima "lobby a sei punte" attiva in quel d'Albione, rifiutandosi di definire la maggioranza parlamentare libanese come "dominata da Hezbollah".
Ed é proprio di Hezbollah che vogliamo parlare: la presenza del gruppo musulmano di Resistenza nella coalizione che sostiene Mikati è la totale e definitiva prova che, nonostante le panzane che gli 'occidentalisti' di casa nostra vorrebbero rifilarci non è AFFATTO IMPOSSIBILE che un partito politico a forte, se non fortissima, ispirazione religiosa musulmana (o meglio 'islamica' come amano dire i fallaci occidentalisti) cooperi costruttivamente con altre forze politiche (come i comunisti, i democratici libanesi, i socialisti nazionali siriani, i liberaldemocratici di Marada), perseguendo obiettivi comuni.
La Tunisia e forse l'Egitto potrebbero imparare molto dal Libano.
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L'esercito egiziano è festeggiato dalla folla, Mubarak "licenzia" il Governo, la protesta però continua
L'esercito egiziano é sceso in forze nelle strade ma, smentendo le preoccupazioni degli osservatori (noi compresi) che temevano una 'Tienanmen all'ombra delle Piramidi', non per schiacciare le proteste nel sangue.
Anzi.
Come testimoniano queste numerose e interessanti foto i militari, di truppa ma anche ufficiali, si sono prodigati nello spiegare ai cittadini in piazza che non erano arrivati per combatterli, ma solo per prevenire saccheggi, distruzioni ed episodi di sciacallaggio mentre la popolazione continua le sue dimostrazioni anti-Mubarak.
Potrebbe essere un nuovo punto di svolta perché, se confermato, questo indirizzo testimonierebbe come le Forze Armate non ci tengano a diventare il "randello" di Mubarak, ruolo che, se garantirebbe ai loro scaglioni superiori di capitalizzare la riconoscenza del 'faraone', certo guadagnerebbe alle truppe in strada e all'istituzione dell'Esercito il perdurante odio della popolazione.
Da parte sua Mubarak si é distinto per un ragguardevole esempio di "troppo poco troppo tardi" quando il suo messaggio televisivo alla nazione, che aveva imposto l'alt persino alle frenetiche (ma scoordinate) attività del Dipartimento di Stato Usa, ansioso di conoscere con quale 'asso nella manica' il Faraone del Cairo avrebbe affrontato la rivolta del suo popolo.
Ebbene Mubarak, apparso provato e stranito, si é limitato a rivolgere generici appelli alla calma e a promettere un immediato rimpasto del Governo; ma i dimostranti egiziani non stanno gridando "Governo vattene" da tre giorni consecutivi, loro vogliono che sulla via dell'esilio (magari Saudita?) ci vada proprio lui.
La moderazione e il 'reaching out' degli uomini in mimetica non sono però state minimamente imitate dai poliziotti dei reparti antisommossa, che hanno continuato con le loro tattiche dalla 'mano pesante' utilizzando senza risparmio candelotti lacrimogeni, proiettili di plastica dall'anima in metallo e getti d'acqua ad alta pressione (tutti 'doni antiterrorismo' del generoso Zio Sam), facendo lievitare il bilancio dei morti sopra la trentina.
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Da Washington a Tel Aviv cancellerie, ambasciate e servizi segreti sono all'erta: "Siamo al 1989 arabo?"
Uno spettro si aggira per il Medio Oriente, lo spettro di un nuovo "1989", che questa volta scuota i paesi arabi invece di quelli slavi e balcanici, che faccia rotolare giù dai troni (oltre a Ben Ali), i Mubarak, gli Ali Saleh, i Re Abdullah come già rotolarono gli Zhivkov, i Ceausescu, gli Honecker, come in un cataclisma tellurico le onde della protesta e della rivolta spandono lungo una "cintura di fuoco" che va da Algeri fino a Sanaa passando per Alessandria, il Cairo e Amman.
Non direttamente coinvolto dalle scosse ma potenzialmente espostissimo alle loro conseguenze, lo Stato ebraico, rinserrato dietro le sue muraglie e le sue barriere di Apartheid osserva interdetto e spaurito, temendo il momento in cui i satrapi e i reucci di stretta osservanca imperialista e filo-occidentale potrebbero venire sostituiti da sistemi democratici, epressione di popoli che certono non vedono di buon occhio le politiche aggressive, razziste, persecutorie che costituiscono il pane quotidiano dei politici e dei militari israeliani.
Se per esempio Mubarak, finora vittima della rivolta più imponente e prolungata, dovesse cadere, sostituito da governante appena appena meno legato a Israele e Usa, é certo che a Tel Aviv andrebbero totalmente nel panico; dopo la complete rottura dei rapporti con la Turchia, la perdita anche della "vacca che ride" lascerebbe lo Stato sionista con una grossa, grossissima incognita per quanto riguarda Sinai e Gaza, ultima preoccupazione di uno scenario regionale che lo vede sempre più isolato.
Preoccupatissima deve essere anche la cosiddetta "Autorità nazionale palestinese", cioé il governo-fantoccio della Cisgiordania che Fatah ha impiantato nella cittadina di Ramallah; già colpita mortalmente nella propria credibilità politica e diplomatica dalle rivelazioni di Al-Jazeera riguardo i suoi accordi sottobanco con Israele la fazione di Abbas e complici potrebbe doversi trovare ad affrontare una massiccia insurrezione dei suoi 'sudditi' della West Bank, i quali già nel 2006 avevano votato in maggioranza assoluta per Hamas e che negli oltre cinquanta mesi intervenuti da allora hanno avuto modo di assaggiare le "plaisanteries" del regime degli ascari filosionisti in cui Fatah si é lentamente trasformata.
Israele, grazie al suo Apartheid, alle parziali e disoneste 'mediazioni' americane e ai soldi (e al silenzio complice e colpevole) dell'Unione Europea pensava di essere sul punto di "mettere al sicuro" anche il suo confine Cisgiordano grazie al collaborazionismo di Abu Mazen e dei suoi ascari, ma, ora, con Libano ed Egitto in fermento per motivi diversissimi, ma apparentemente avviati su strade contrarie ai desiderata sionisti, persino la Cisgiordania potrebbe 'andare con la corrente' e trasformarsi di nuovo in un terreno 'caldo'.
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